Svezia e Francia: scuole a confronto

Per le scuole a confronto si parte dalla Francia. Parigi, scuola materna Olivier Mètra à Menilmontant. Thêodore, Liam, Alice e Lou scendono le scale a precipizio verso il cortile della scuola. La ragione di tanta fretta? Verificare se finalmente si sono schiusi i boccioli di tulipani, piantati settimane prima sotto l’occhio vigile della maestra. No, è ancora troppo presto e il clima piovoso non aiuta. Piccola delusione nello sguardo dei piccoli, persino qualche lacrima che va a rigare un visino imbronciato.

Ma non c’è tempo per rabbuiarsi: al primo piano bisogna controllare la sorte dei bachi da seta nelle teche di vetro disposte in fila lungo il corridoio. Evviva! Gli occhi vispi si riaccendono d’entusiamo. I bachi hanno lasciato il loro bozzolo ovattato e si sono trasformati in farfalle, dalle belle ali nascoste fra le foglie di gelso. I bambini corrono a chiamare la maestra. Adesso, accanto ai grandi disegni dei bachi affissi alle pareti della classe, bisognerà affiancare quelli delle farfalle: i bimbi appiccicano i nasini alle teche e osservano queste nuove curiose creature, contano le zampe, scrutano le antenne, discutono animatamente sui colori che nessuno valuta in modo uguale e poi si mettono all’opera chini sui banchi e armati di tempere e matite colorate. Il tempo è contato: i piccoli artisti entomologi hanno a disposizione un’ora per realizzare la loro opera d’arte.

Un profumo intenso e allettante di pasta frolla solletica intanto le narici. Nei forni delle cucine, le assistenti preparano le basi per i dolci. Sulla cattedra, in bella mostra, ci sono un pacco di farina, un paniere ricolmo di uova, una scatola di zucchero e tavolette di cioccolato. Abbandonata la blusa da pittore, i bambini indosseranno il cappello da chef e sotto la supervisione della maestra sbatteranno uova e mescoleranno burro e zucchero per dar vita a un superbo “fondant au chocolat” gigante, che sarà venduto a fette ai genitori all’ora dell’uscita su un banchetto improvvisato. Alice e Lou, boccoli biondi e sguardo furbo, scelgono le decorazioni per le torte, di modo che i genitori siano più tentati all’acquisto. Qui due bonbon alla viola, là delle pepite di cioccolato bianco, o magari qualche sbuffo di panna.

La maternelle, unica al mondo

Benvenuti alla “maternelle”, la scuola materna francese, quella che una nutrita serie di ministri dell’istruzione dai tempi di De Gaulle definiscono una “specificité” di cui andare fieri. Quella stessa “specificité” che ha fatto dire poco tempo fa al ministro Segolène Royal ai microfoni di Radio France: “la scuola pubblica materna francese è unica al mondo”. Effettivamente dagli anni Settanta in poi, influenzata dai diversi metodi educativi messi a punto da studiosi e pedopsicologi, in primis la Montessori, la scuola materna ha avuto l’ambizione di trasformarsi in una sorta di laboratorio per futuri adulti realizzati e responsabili.

Nei programmi delle maestre si esplorano le attività più disparate, dal teatro al canto, dal cinema agli atelier linguistici, per individuare il potenziale di ogni bambino e le attività in cui eccelle e verso le quali mostra più interesse ed entusiasmo. Spesso le attività si sviluppano attorno a un unico tema, così da rendere le materie più leggere per i piccoli e dar loro la percezione che venga raccontata una lunga e articolata favola, piena di cose da imparare. L’allegra brigata composta da Thêodore, Alice, Lou e dagli altri venti bambini della classe, per esempio, si è preparata per mesi per lo spettacolo di fine anno, ispirato a “Pierino e il lupo” di Prokofiev. La prima tappa da affrontare è stata la realizzazione della scenografia, via libera quindi a sculture d’albero, a modelli di cartapesta e pasta da modellare, a foglie ritagliate nel cartone e oggetti del quotidiano trasformati in elementi del decoro secondo le decisioni dei bambini. Alle arti applicate è seguito lo studio della musica: ogni bambino doveva disegnare e provare a suonare uno degli strumenti presenti nella sinfonia di Pierino e il lupo, memorizzarne il suono, sapere di quale materiale lo strumento è costituito.

Più lingue straniere

Regolarmente, esperti esterni al corpo insegnante (in questo caso un musicologo) vengono a far visita alle classi per trasmettere un po’ delle loro conoscenze, ovviamente con un linguaggio adatto ai piccoli di quell’età. Dalla musica si è passati alla recita teatrale, alla costruzione delle maschere, alla corale. Una parte del testo è stata proposta in spagnolo, grazie a una recente direttiva ministeriale che ha inserito fin dalla materna un approccio obbligatorio a una lingua e a una cultura straniera, ogni anno diversa, per dare modo di confrontarsi con più identità culturali fin dalla tenera età. È bello vedere Thêodore e Alice che accennano insieme alcuni passi di flamenco e canticchiano ridendo il ritornello della “Cucaracha”!

La maestra e la zia

In ogni classe ci sono due figure: l’insegnante e l’ATSEM (assistente). L’insegnante si occupa esclusivamente del programma e del rispetto della disciplina in classe, l’assistente assume tutti gli altri piccoli grandi compiti: consola i piccoli che piangono quando i genitori se ne vanno al mattino, veglia sull’igiene dei bambini, controlla che i giochi siano conformi alle norme, prepara gli alunni alla mensa e all’ora della siesta. L’ATSEM è percepita dai bambini come una sorella maggiore o una zia buona, aiuta la maestra nelle varie attività, ma le è concesso di essere meno rigida e più materna, il perfetto tramite tra i bambini e la maestra, che deve invece essere percepita per il ruolo istituzionale che riveste, quello dell’insegnante in senso stretto.

Se il programma è intenso, sono numerosi i momenti in cui il bambino può esprimere liberamente se stesso. Molto bella è l’iniziativa del “diario personale illustrato”. La maestra scatta foto al bambino durante le attività della settimana e quest’ultimo deve commentarle, spiegare cosa accadeva in questo o quel momento. L’insegnante trascrive le sue frasi, letteralmente, per non alterarne la spontaneità infantile. Il risultato è un diario tenerissimo che i genitori potranno conservare a fine anno. Se tutto ciò può apparire meraviglioso, c’è qualche psicologo che si dissocia dalle lodi collettive verso l’insegnamento “alla francese” e ricopre con un nevischio di dubbi un sistema che appare ipercollaudato.

La pagella non è troppo?

Aline Nativel Id Hammou, che dedica il suo lavoro al “burn out” dei bambini, fenomeno silenzioso ma in crescita costante, punta il dito contro l’eccessiva pressione a cui i piccoli vengono sottoposti fin dalla “petite section” (il primo anno, i bambini hanno tra i 3 e i 4 anni). La psicologa denuncia la possibilità che si sviluppi un sentimento prematuro di fallimento. È vero che fin dal primo anno i bambini ricevono a giugno una vera e propria “pagella”, il temuto “bulletin scolaire” che esprime da uno a tre la valutazione della maestra sui risultati dell’alunno. A uno corrisponde “je découvre” ovvero “sto scoprendo”, segno che il bambino non è ancora a suo agio durante certe attività. Al due si associa un “j’apprends” (“imparo”): il piccolo comincia ad avere familiarità con l’attività richiesta e cerca di risolvere le difficoltà. E poi l’agognato tre, il “je réussis” (“ho successo, ci riesco”) consacrazione del “buon alunno” che se la cava benissimo. Se il bambino ha una maggioranza di uno, la maestra normalmente richiede un colloquio coi genitori per stabilire quali siano le fonti dei disagi e cercare insieme soluzioni adatte. Questo può “generare ansia e complessi nel piccolo estremamente dannosi alla sua età”, come ha sottolineato la pediatra Catherine Dolto, interrogata da Le Figaro.

Verso Nord

Francesi troppo esigenti? Il dibattito è aperto. Per le scuole a confronto facciamo un piccolo salto verso nord, in direzione della Svezia, una delle nazioni maggiormente presa a esempio nel campo delle politiche sociali. Il bambino occupa uno spazio nel cuore della società. Non è un caso se il paese scandinavo si ritrova puntualmente fra i primi nelle classi che dell’Unicef e di Save the Children tra le nazioni dove i bambini godono di maggiori tutele e di maggior benessere. Fin dal 1974 esiste in Svezia il congedo parentale, uno dei più interessanti d’Europa con quindici mesi di congedo dal lavoro da distribuire tra mamma e papà, in genere remunerati con l’80% dello stipendio. Il congedo parentale non è la sola cosa in cui la Svezia si è dimostrata pioniera. La scuola materna svedese è stata la prima in Europa a combattere contro le discriminazioni e gli stereotipi di genere, creando tra l’altro non poche polemiche fra gli educatori più conservatori. In molte materne, le bambole o i giocattoli giudicati troppo “di genere” sono aboliti in favore di giochi neutri, con atelier dove i ruoli classici vengono scambiati: le bambine si confrontano con attività di bricolage, i bambini si immergono in attività più “dolci”, per esempio legate alla musica.

L’uguaglianza bambini-adulti

La Svezia è anche il paese dove “il bambino è un individuo”, è un assioma accettato da tutti e dal quale dipendono tutte le politiche in campo educativo. Nelle famiglie viene sostenuta l’uguaglianza e la reciprocità fra adulti e bambini, sbarazzandosi di quel carattere autocratico che fa sì che solo i genitori decidano per i figli. L’ideale vuole che la famiglia diventi una sorta di “nido democratico” dove anche i più piccoli possano aver voce in capitolo. Anche questo sistema è stato messo in crisi da psicologi discordanti.

Un caso esemplare è quello di David Eberhard, psichiatra e autore del libro “Come i bambini hanno preso il potere”. Si tratta di un’analisi interessante in cui Eberhard spiega che il concetto “il bambino è un individuo” si è trasformato nell’idea che “il bambino può tutto”. Lo psichiatra punta il dito contro il terapeuta danese Jesper Juul, che ha ispirato moltissimi educatori in Scandinavia, e contro il sistema educativo, alla lunga deleterio per il bambino stesso. Secondo la sua teoria, sarebbero proprio le frustrazioni sviluppate grazie ai divieti e ai limiti imposti dai genitori a fortificare i piccoli contro le inevitabili delusioni in campo sentimentale e professionale che la vita adulta porterà con sé. Al contrario, gli ex “bambini tiranni”, abituati a permettersi tutto, saranno in futuro soggetti a depressione e dipendenze, saranno più ansiosi e svilupperanno tendenze autodistruttive (queste ultime hanno visto un incremento significativo in Svezia negli ultimi anni, come segnalano con allarme diversi psicologi infantili).

Due scuole a confronto, due esempi di materna in paesi considerati all’avanguardia nel settore dell’educazione, non esenti da critiche. Rimangono tuttavia una forte fonte di ispirazione per le nostre scuole e per le nostre istituzioni, con alcune buone idee a cui attingere.

[Eva Morletto]

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