Tormentone compiti: quando il carico diventa eccessivo

Il tormentone dei compiti a casa colpisce tutti: come affrontare la situazione quando il carico è troppo pesante?

Il dilemma dei compiti a casa entra democraticamente, prima o poi, in ogni famiglia con figli in età scolare. In alcuni casi inizia già alle elementari, ma il picco arriva alle medie: in alcuni casi i ragazzini abbandonano lo sport o altre attività, per tacere di fine settimana e festività trascorse sui libri e del condizionamento, a volte pesante, sulla vita familiare.

Come affrontare questa situazione? Ne parliamo con Massimo Silvano Galli, pedagogista milanese che ha ideato il metodo della cura educativa, un approccio pragmatico basato sull’agire.

Genitori vs compiti

“Come prima cosa è bene distinguere il carico di compiti dalla loro valenza. I compiti danno allo studente la possibilità di autorganizzarsi e autodisciplinarsi. I problemi sono due: i genitori sono troppo presenti nell’organizzazione e nell’esecuzione dei compiti e a volte la scuola eccede nel carico”.

Cosa può fare il genitore quando i compiti a casa sono davvero troppi? “Si crea un paradosso irrisolvibile, perché se la famiglia va contro gli insegnanti crea nel ragazzo una sfiducia nella scuola che non fa bene. I bambini vivono sei-otto ore al giorno in quell’edificio e dobbiamo pensare cosa succede se si convincono che lì c’è gente incompetente. Si tratta di una convinzione che influenzerà negativamente la loro capacità di apprendimento”.

Interrogarsi e parlare

E quindi, questi benedetti compiti non resta che farli, ma cosa succede quando il figlio ha difficoltà scolastiche nonostante le ore passate a studiare? “La famiglia deve sempre proteggere la scuola rispetto al bambino e poi parlare con gli insegnanti in termini collaborativi. Non c’è nulla di sbagliato nel chiedere: cosa possiamo fare? Quando però vediamo un ragazzino che veramente trascorre troppo tempo a studiare, rinunciando alla sua vita, allo sport, agli amici e anche a un po’ di noia, che sono elementi fondamentali, la famiglia deve fermarsi e interrogarsi”.

La questione non è così lineare: oltre al carico oggettivo di compiti a casa, ci possono essere difficoltà del bambino perché magari ha un disturbo dell’apprendimento, oppure può esserci una situazione, ormai abbastanza diffusa, di negoziazione da parte del bambino, che si mette di punta per non fare i compiti o impiega una vita a farli, ma che, in verità, consapevolmente o meno, sta contrattando altro. “La situazione va analizzata a 360 gradi, prendendo in considerazione le dinamiche familiari e di coppia. A me capitano spesso bambini che, attraverso questa strategia, cercano in verità una relazione con il genitore, stanno chiedendo, cioè, alla mamma o al papà di stare lì accanto a loro”.

Supporti e competenze

Non sempre si trova un appoggio dalla scuola e a volte il problema viene rinviato al mittente – la famiglia – suggerendo di trovare qualcuno che aiuti il ragazzino a casa.

“Il fenomeno dilagante delle ripetizioni, della ricerca di supporti al di fuori della scuola a partire dalle elementari (!) ci dice che la scuola non funziona, rimanda a casa il lavoro che non è grado di svolgere in classe. Il genitore dovrebbe valutare se i compiti che arrivano a casa siano frutto di un’inadempienza della scuola o di un carico eccessivo o di una fatica del bambino, ma questa è una competenza difficile, che non sempre ha a che fare con il grado di istruzione di mamma e papà”.

Insegnare a chiedere aiuto

Escluso quindi l’affiancamento diretto e il ricorso smodato alle ripetizioni in tenerissima età, quali pratiche positive può mettere in atto un genitore per sostenere costruttivamente i suoi piccoli scolari?

“Innanzitutto i compiti si devono fare! Si tratta comunque di un passaggio formativo, perché fuori dalla scuola il mondo non è esente dalla necessità di fare anche cose che non piacciono. Poi, chiarire che i compiti sono una responsabilità del bambino. Essere disponibili, ma non dare aiuto prima che lui lo chieda.

Inoltre, evitiamo di sovrapporci e confondere i bambini, insegnando loro a fare le divisioni come le abbiamo imparate noi, perché oggi esistono metodi diversi (anche se portano allo stesso risultato) e l’unico riferimento per il ragazzino che non capisce deve rimanere l’insegnante a cui chiedere spiegazioni. Per quanto riguarda le interrogazioni, non leggere mai la lezione per i figli, la devono leggere loro! È importante non limitarsi a fare le domande, ma chiedere al ragazzo di esporre l’argomento e ascoltare. L’ascolto è un aiuto importante, dimostra interesse da parte dell’adulto per quello che sa il bambino”.

L’atteggiamento giusto: responsabilizzare

E se il bambino fa le bizze e non vuole fare i compiti? “Una piccola tecnica: magari d’accordo con la scuola. Invitiamo il bambino a scrivere sul diario. ‘Cara maestra, oggi non ho voluto fare i compiti perché ho preferito giocare a un videogioco (per esempio)’. Dopo di questo, responsabilizzare il bambino chiarendo che deve essere lui a firmare e che sarà lui a vedersela con l’insegnante, per fargli sentire che il rapporto con la scuola è suo e che il genitore non lo sostituisce, neanche nel confliggere con lui sull’argomento. Messi di fronte a questa presa di responsabilità, quasi tutti i ragazzini cominciano subito a fare i compiti. Ed è sano che sia così!”

troppi compiti

 

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