Tra cibo e memoria: i genitori raccontano gli alimenti più amati dell’infanzia

Metafora di vita, amore e identità, il cibo è spesso fonte di ispirazione privilegiata per scrittori e registi. Si pensi al recentissimo “Lezioni di cioccolato” di Claudio Cupellini, o a “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno” di Jon Avnet, o al celebre “Chocolat” di Lasse Hallström con Juliette Binoche e Johnny Depp, tratto dal libro di Joanne Harris, o al divertentissimo “La donna da mangiare” di Margaret Atwood passando per gli scrittori sudamericani come Jorge Amado che in “Donna Flor e i suoi due mariti” fa cucinare dalla protagonista sontuosi banchetti in cui la fragranza dell’olio di palma, della frutta esotica, della carne di pollo e dei fagioli rende felice e colorata un’esistenza di per sé impostata quasi sulla sopravvivenza.

C’è chi mangia per vivere e chi vive per mangiare, c’è chi cucina per mangiare e per dovere e chi lo fa per passione o mestiere. La cucina è un’arte dai mille colori e dai mille profumi, dai mille sapori e dai mille odori, proprio per questo il cibo è memoria, quando i profumi e i sapori riportano al passato, quando rievoca immagini, sensazioni, ricordi. La torta del compleanno, il caffè d’orzo bevuto nella tazzina piccola, la polenta fatta nel paiolo di rame sulla stufa a legna. Il cibo è consolazione che avvolge e dà conforto nei momenti tristi della vita. Anche attraverso il cibo passano le coccole della mamma per i bimbi malati, per festeggiare un compleanno o un’occasione speciale. Ecco cosa ci hanno raccontato alcuni dei nostri lettori riguardo al cibo, alle emozioni, ai ricordi, spesso legati alla figura delle nonne, che alla cucina dedicavano tempo e amore, coinvolgendo i nipoti nella preparazione dei piatti. Ciò che resta nella mente e nel cuore non è un cibo ricercato o prelibato, ma il tempo passato a cucinare, i riti e le cerimonie che si costruivano attorno a ogni piatto, trasformando il semplice cucinare in una vera festa.

Elisa: cosa mangia la mamma emiliana

“Da bambina passavo molto tempo con i miei nonni e la mia nonna, come le nonne di una volta, dedicava alla cucina tempo e attenzioni. Ma il cibo che ricordo con più tenerezza e che per me rappresenta l’infanzia non è un manicaretto prelibato ma la polenta cucinata in inverno, sulla stufa a legna. Quando fuori faceva già freddo e c’era la nebbia la nonna decideva che era giunta l’ora di preparare la polenta, prima di iniziare a cucinare andava alla ricerca della legna migliore nel sottoscala, io ovviamente la seguivo come un’ombra. Prendevamo i ramoscelli piccoli da mettere nella pancia della stufa, poi, una volta acceso il fuoco, toglieva i cerchi di ghisa della stufa per incastrare il paiolo di rame, faceva bollire l’acqua e vi versava dentro la farina gialla, non certo quella precotta che uso io adesso, poi mescolava ore e ore con il cucchiaio di legno. Io guardavo da sotto in su la polenta che bolliva e borbottava, la cucina si profumava lievemente e l’odore della polenta si mescolava a quello della legna, aspettavo paziente che la nonna la versasse sul tagliere di legno, dove rimaneva solida e compatta, pronta per essere tagliata rigorosamente con il filo. Guai se qualcuno osava tagliarla con il coltello. A quel punto me la metteva nel piatto e la mangiavo vorace, non ho più mangiato una polenta così buona. Poi, terminato il pranzo, quando i miei nonni prendevano il caffè, il nonno me ne preparava uno di orzo nel pentolino e me lo metteva nella tazzina piccola, così anch’io avevo l’illusione di bere il caffè come i grandi”.

Annette: il cibo nella cultura dei genitori tedeschi

“Nella mia famiglia c’è da sempre, o almeno da che io ricordi, una torta chiamata Geburtstagskuchen”, cioè torta di compleanno, anche se veniva e viene tutt’ora preparata in tutte le occasioni, anche quando nessuno compie gli anni. È una torta di nocciole con tanto burro, una bomba calorica e un successo assicurato. In casa di mia madre non mancava mai quando uno di noi festeggiava il compleanno. In queste occasioni mia mamma la cucinava in una teglia rotonda e la glassava con il cioccolato, una squisitezza e per noi bambini una vera festa. In tutte le altre occasioni veniva invece preparata in una teglia rettangolare e spolverata con lo zucchero a velo. La ricetta della torta viene dalla famiglia di mia madre, ma l’inventore è ignoto, tramandata da madre in figlia, spero che Francesca, la mia bambina, la cucinerà ai suoi figli, come faccio io, che la preparo per i nostri compleanni, e per i compleanni degli amici. È una torta facile e veloce, eppure piace sempre a tutti. L’ultima volta l’ho preparata per un’amica straniera che festeggiava 20 anni di vita in Italia, per l’occasione l’ho glassata con il tricolore”.

Paola: la tipica mamma piemontese

“Il martedì era il giorno dei nonni, la mattina mi accompagnavano a scuola e poi, poiché era giorno di mercato, andavano a fare la spesa: pane, carne, formaggi. Per me era un rito settimanale, tornata a casa, cucinare assieme alla nonna le scaloppine al limone. Infarinavamo la carne, spremevamo i limoni e poi la nonna cuoceva le scaloppine ricavando anche un sughino allungato con il limone e la farina che io trovavo buonissimo. Mentre io e la nonna eravamo ai fornelli il nonno si tagliava fettine di carne sottilissime, con il coltellino della vigna che aveva in tasca, le pucciava nel salino e le mangiava crude, incurante delle pacche sulle mani della nonna. Le scaloppine erano ovviamente squisite e tutto era bellissimo, l’atmosfera della cucina, i battibecchi dei nonni, il calore del putagè. Ai miei bimbi ora la nonna prepara il caffè d’orzo nella moka e lo serve dentro le tazzine da caffè: anche loro si sentono così ‘grandi’ da poter prendere il caffè”.

Orazio: papà e il dolce di Natale pugliese

“Paese che vai usanza che trovi. Nel sud dell’Italia tutto è esuberante: il caldo d’estate, l’accento delle parlate, la cucina ricca di spezie e peperoncino. L’ospitalità dei meridionali è conosciuta, un ospite che si siede alla nostra tavola deve essere coccolato e accolto come un vero re. L’attaccamento alle tradizioni, poi, in alcune famiglie, arriva al parossismo, ci si scandalizza se la vicina confessa di mettere il basilico nel sugo delle polpette. Tradizioni, ognuna ha il suo momento e a Natale in casa nostra c’era l’usanza di ‘far figliare la scrofa’, si preparavano i dolci di Natale, ma attenzione, non dolci qualsiasi ma i Dolci di Natale, quelli che farebbero impallidire ogni altro dolce con questo nome. Via alla ricerca maniacale della perfezione, una sorta di kabala capace di trasformare un comune impasto di zucchero e farina in un’opera d’arte culinaria. E allora, io (che non andavo a scuola), mia madre e mia nonna, ci dedicavamo alla cucina. Ricordo ancora l’Imperia, la macchinetta per stendere la pasta, la mia fida compagna, ricordo il tavolo scuro della cucina, coperto di strofinacci di cotone dove appoggiavo queste lenzuola di pasta appena massaggiate dall’Imperia e poi la rotellina che avrei tanto voluto usare per tagliare la pasta. Non me l’hanno mai permesso, perché preso dall’estro disegnavo sulla pasta le forme più improponibili. Quasi sempre finivano i fiammiferi, la ricotta, il sale e mi veniva comandato di andarli a comprare “di corsa, che servono!”. Frittura e mielatura erano compiti cui non era dato accesso nemmeno a mia madre, per me era una vendetta dall’usurpazione del potere della rotellina. Poi veniva il problema “politico”: la preparazione dei piatti. C’era un obbligo inderogabile con la vicina, che gradiva i nostri dolci, piatto grande. La zia si è sposata in una famiglia di “tradizionalisti”, attenzione al piatto, la consuocera potrebbe criticarlo.  Infine il momento che aspettavo con più ansia: gli “anisini” o i “candilini” come li chiamava mia nonna, le decorazioni a piccole sfere di zucchero colorate. Questo è il ricordo più forte, mi leccavo il dito e raccoglievo dal tavolo quanto era sfuggito dai piatti al momento della decorazione”.

Giulia e la torta di compleanno friulana

“La torta di compleanno in casa nostra, a Trieste, è stata da sempre la marmorkuchen, la torta marmorizzata, un ciambellone variegato al cioccolato su cui poi venivano messe le candeline. La mia mamma la preparava per tutti i nostri compleanni e io e le mie sorelle la aspettavamo sempre, era una tradizione, una certezza, non poteva esserci compleanno senza la marmorkuchen. Anche io la cucino per i miei tre bambini, è un dolce che mi ricorda la mia bellissima infanzia, che non potrei mai comprare, solo preparare. Quando siamo cresciute un poco aiutavamo anche noi la mamma a prepararla e ricordo perfettamente le due ciotole con l’impasto, uno bianco e l’altro, in cui era stato sciolto del cioccolato fondente, nero. Mi pare di sentire ancora le parole della mamma che ci faceva versare due cucchiai di impasto chiaro e poi sopra due di impasto nero, per rendere il marmorizzato della torta. Alla fine leccavamo le palette e le ciotole in cui avevamo cucinato e venivamo inevitabilmente riprese perché la farina cruda è un po’ indigesta”.

Sabine: “era sempre festa quando mamma preparava i panini”

“Ho tante memorie legate al cibo, tutte splendide, anche se quelle legate ai dolci e alla loro preparazione la fanno da padrone, forse per i profumi che trasmettevano. Oltre alle torte che preparavamo in casa nelle grandi occasioni o anche solo nelle domeniche “normali” e ai biscotti di Natale cucinati secondo le vecchie ricette di famiglia, era sempre una gran festa quando la mia mamma decideva di fare i “Dampfnudeln” (pasta al vapore). È una pasta di lievito di birra arricchita da latte, burro e zucchero sia nell’impasto (con cui poi si confezionavano dei piccoli panini che cuocevano in forno disposti uno vicino all’altro in una teglia alta), sia nella crema che si versava sopra i panini e che formava una crosta deliziosa. A seconda dei gusti i panini appena sfornati potevano essere accompagnati da una salsa alla vaniglia o dalla frutta cotta (tipo prugne o pesche) oppure, quando eravamo più grandi, da una specie di zabaione. Questo piatto, che vale la pena preparare per almeno cinque o sei persone, è diventato ben presto la consuetudine in casa nostra quando venivano a pranzo le mie compagne di scuola. Ai nostri tempi la scuola era quella del quartiere e nei primi anni finiva alle 12 o alle 13, chi abitava a meno di due chilometri doveva andare a piedi, chi abitava più lontano, poteva andare in bici. Noi facevamo parte del gruppetto che andava a piedi e, dalla quinta in avanti, casa nostra era l’ultima tappa del mattino e la prima all’ora di pranzo. A mia madre faceva piacere ogni tanto offrire un pranzo alle mie compagne, non solo di classe, ma di passeggiata. Il bello è che tutt’ora, quando torno a Brema, riprende la consuetudine del pranzo a casa mia con le amiche di allora, oramai sposate e con figli, per rivivere assieme i pranzi dopo la scuola”.

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