Cosa ti piaceva da piccolo? Il cibo che preferisci dice tanto di te

Il cibo è memoria, amore e identità: lo scopriamo quando cuciniamo per quelli a cui vogliamo bene. E noi, che cibo ci portiamo dentro?

Lo scrittore brasiliano Jorge Amado, nel suo libro “Donna Flor e i suoi due mariti”, fa cucinare dalla protagonista sontuosi banchetti in cui il profumo dell’olio di palma, della cipolla ardente e dei fagioli, rende l’esistenza degna di diventare un romanzo.

Chi cucina per i figli lo sa: si può essere grandi cuochi o modesti preparatori-di-sugo-al pomodoro, comunque sia, il cibo che mangeranno i bambini resterà per sempre nella loro memoria. Sarà la loro storia, la loro identità. Il loro rifugio nei momenti tristi.

Ognuno di noi è fatto, fisicamente e “spiritualmente”, del cibo che ha mangiato. Abbiamo chiesto a quattro mamme e papà di raccontare il loro piatto-totem. E il vostro, qual è? 

Elisa: la nonna e la pancia della stufa

Da bambina passavo molto tempo con i nonni – racconta Elisa, mamma emiliana di due bambini -. Mia nonna, come le nonne di una volta, dedicava tempo e attenzioni alla cucina. Quello che rappresenta la mia infanzia e che ricordo con più tenerezza è la polenta cucinata in inverno, sulla stufa a legna.

Quando fuori faceva già freddo la nonna decideva che era giunta l’ora di preparare la polenta. Prima di cominciare a cucinare andava alla ricerca della legna migliore nel sottoscala e io ovviamente la seguivo come un’ombra. Prendevamo i ramoscelli piccoli da mettere nella pancia della stufa, poi, una volta acceso il fuoco, toglieva i cerchi di ghisa per incastrare il paiolo di rame, faceva bollire l’acqua e vi versava dentro la farina gialla, non certo quella precotta che uso io adesso.

Mescolava ore e ore con il cucchiaio di legno. Io guardavo la polenta che bolliva e borbottava, la cucina profumava lievemente e l’odore della polenta si mescolava a quello della legna. Aspettavo paziente che la nonna la versasse sul tagliere di legno, dove rimaneva solida e compatta, pronta per essere tagliata, rigorosamente con il filo. Guai se qualcuno osava tagliarla con il coltello. A quel punto me la metteva nel piatto. La mangiavo vorace, non ho più mangiato una polenta così buona.

Terminato il pranzo, quando i miei nonni prendevano il caffè, il nonno me ne preparava uno di orzo nel pentolino. Me lo metteva nella tazzina piccola, così anche io mi sentivo far parte del mondo dei grandi.

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Annette: la Geburtstagskuchen 

La mia famiglia è di origine tedesca e c’è da sempre una torta chiamata Geburtstagskuchen che veniva preparata in tutte le occasioni – racconta Annette, mamma di della piccola Francesca -. È una torta di nocciole e burro, una bomba calorica e un successo assicurato. Ai compleanni mia mamma la cucinava in una teglia rotonda e la glassava con il cioccolato. In momenti meno formali la cuoceva in una teglia rettangolare e la spolverava di zucchero a velo.

La ricetta della torta arriva dalla famiglia di mia madre, ma l’inventore è ignoto, tramandata da madre in figlia. Spero che Francesca, la mia bambina, la cucinerà ai suoi figli, come faccio io, che continuo a prepararla ai nostri compleanni e ai compleanni degli amici. È una torta facile e veloce, eppure piace sempre. L’ultima volta l’ho preparata per un’amica straniera che festeggiava 20 anni di vita in Italia, per l’occasione l’ho glassata con il tricolore.

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Paola: le scaloppine piemontesi

Il martedì era il giorno dei nonni – racconta Paola, mamma di due figli adolescenti-. In famiglia era così, c’era un giorno dedicato in cui venivano a prendermi e mi accompagnavano a scuola. Poi, siccome era anche il giorno del mercato settimanale, andavano a fare la spesa. Pane, carne, formaggi. Per me era un rito. Tornati a casa la nonna preparava le scaloppine al limone. Infarinavamo la carne, spremevamo i limoni e poi si cucinava quel sughino che io trovavo buonissimo.

Mentre io e la nonna eravamo ai fornelli, il nonno tagliava fettine di carne sottilissime, con il coltellino della vigna che aveva in tasca, le pucciava “nel salino” e le mangiava crude, incurante delle pacche sulle mani della nonna.

Tutto era bellissimo: l’atmosfera della cucina, i battibecchi dei nonni, il calore del putagè. Magari potessi lasciare ai miei figli un ricordo così! 

Orazio: i dolci di Natale 

Paese che vai usanza che trovi – racconta Orazio che è papà di tre bimbi -. Al Sud tutto è esuberante: il caldo d’estate, l’accento, il peperoncino, l’ospitalità. Un ospite che si siede a tavola deve essere coccolato come un re. L’attaccamento alle tradizioni da noi arrivava al parossismo, i miei si scandalizzavano perché la vicina di casa metteva il basilico nel sugo delle polpette.

Il ricordo che non si cancella è Natale: si preparavano i dolci delle feste, alla ricerca maniacale della perfezione, una sorta di kabala capace di trasformare un comune impasto di zucchero e farina in un’opera d’arte.

Ero così piccolo che non andavo ancora a scuola e stavo vicino a mia madre e mia nonna. Ricordo l’Imperia, la macchina per stendere la pasta, il tavolo scuro della cucina coperto di strofinacci di cotone dove mi lasciavano appoggiare le sfoglie appena tirate. Poi la rotellina che avrei tanto voluto usare per tagliare la pasta. Non me l’hanno mai permesso. Quasi sempre finivano i fiammiferi, la ricotta o il sale e mi veniva comandato di andarli a comprare “di corsa!”.

Frittura e mielatura erano compiti cui non era dato accesso nemmeno a mia madre. Poi veniva il problema politico: la preparazione dei piatti. C’era un obbligo inderogabile di portare i dolci alla vicina, che li gradiva: piatto grande.

La zia si è sposata in una famiglia di tradizionalisti, attenzione al piatto, la consuocera potrebbe criticarlo.  Infine il momento che aspettavo con più ansia: gli anisini o i candilini come li chiamava mia nonna, le decorazioni a piccole sfere di zucchero colorate. Mi leccavo il dito e raccoglievo dal tavolo quanto era sfuggito al momento della decorazione. Erano buonissimi. 

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Emma: era festa prepararsi i panini

In casa nostra il cibo era considerato poco e male – racconta Emma, mamma di due bambini -. Mia madre non amava cucinare e mio padre lavorava fuori casa tutto il giorno. In compenso il frigo era sempre pieno: c’erano affettati, parmigiano, insalata e noi eravamo molto più felici di poterci preparare quello che volevamo piuttosto che mangiare un piatto di pasta o la terribile “paillard”, la fettina al burro con i nervetti, che odiavamo.

Tornavamo a casa da scuola e ci preparavamo i panini. Il pane era ancora la forma grossa, di tipo toscano. Mia madre ci aiutava a tagliarlo. Ricordo l’esotica novità introdotta quando un’amica mi insegnò a farcire il panino con prosciutto crudo e pomodoro.

Magari non sono ricordi gourmet suu cui scrivere un libro. Ma pane e pomodoro mi piace ancora e, come mia madre, non amo cucinare ma lascio sempre il frigo pieno. 

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