Vetro e compagnia

Le cucine delle nostre case sono piene di vetro. A partire dai bicchieri (a meno che non usiamo la terracotta toscana) e dalle bottiglie, per arrivare alle teglie da forno, passando attraverso contenitori da frigo, caraffe, senza dimenticare i vetri delle finestre: il vetro in cucina fa da padrone. Per molti versi è insuperabile: non trattiene i pigmenti (come quelli del pomodoro, che regolarmente colorano le scatole di materia plastica), non conferisce odori di alcun genere ai cibi, è impermeabile, non rilascia sostanze ai liquidi contenuti e inoltre è trasparente. Naturalmente tutti questi lati positivi ne comportano almeno uno negativo: il vetro è fragile (è abbastanza fragile, spesso molto meno di quel che si dice) e poi pesa più di altri materiali utilizzati come contenitori. Pesa più dei polimeri (le materie plastiche, per esempio). Ma a differenza del vetro, i polimeri possono rilasciare sostanze a seconda dei liquidi che contengono, a volte conferiscono odori ai contenuti e si macchiano con peperoni e pomodori. Il vetro è anche meno fragile dell’acciaio, che però in certi casi deve essere smaltato o rivestito di materie plastiche per poter essere utilizzato. Forse, più che di “vetro” si dovrebbe parlare di “vetri”. Innanzi tutto perché con “vetro” si intende (almeno gli esperti) un qualsiasi materiale amorfo, cioè costituito da un reticolo cristallino, i cui atomi sono disposti “un po’ a casaccio” (gli esperti perdonino la licenza poetica). Esistono vetri metallici, prodotti raffreddando a velocità altissima il metallo fuso; o è possibile vetrificare lo zucchero comune, fondendolo e versandolo su di un piano freddo (per esempio di marmo). Quello che si ottiene è un oggetto amorfo, dotato di frattura concoide (se lo si spezza non si rompe per linee diritte, ma curve: come i cocci di bottiglia). Questa caratteristica è stata sfruttata dai nostri antenati preistorici per ottenere coltelli e punte di lance o frecce affilatissimi. Molti esperti sono riluttanti a definire solidi i materiali vetrosi: questo perché i solidi dovrebbero avere struttura cristallina. D’altra parte (cito a memoria) è accaduto che si provasse a misurare lo spessore di vetri prodotti in Inghilterra nel 1500 e ancora presenti nelle finestre di antiche case: ebbene, tutti presentavano uno spessore maggiore alla base che in cima, segno che il vetro poco alla volta “cola” verso il basso. Naturalmente, quando si parla di vetro, si intende perlopiù quello descritto all’inizio, a base di silice (biossido di silicio), conosciuto fin dalla notte dei tempi e utilizzato in gran parte delle culture. Ma, attenzione, anche in questo caso si può parlare al plurale. A seconda degli additivi che si aggiungono alla silice il vetro acquista caratteristiche peculiari. Per esempio i vetri al fluoro hanno un aspetto simile a quello della ceramica (è l’Arcopal, un marchio registrato). Il più famoso di questi vetri è probabilmente il pyrex, ottenuto aggiungendo del boro (assieme ad altri elementi in misura minore) alla silice al momento della fusione. La sua caratteristica è che è insensibile al calore. Questo è il motivo per cui lo si può usare in forno o addirittura, con la reticella, sulla fiamma. Gli usi possibili però non si fermano qui. Dato che il vetro al boro si dilata pochissimo al variare della temperatura, viene usato per gli specchi dei grandissimi telescopi riflettori. Il celeberrimo telescopio di Mount Palomar ha lo specchio principale, di cinque metri di diametro, costruito in pyrex. Dopo la sua fusione richiese un anno per il raffreddamento e oggi, da più di settanta anni, fa il suo onorato mestiere. Il vetro è dunque anche molto durevole.

[Ugo Finardi – Chimico, ricercatore CNR]

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