Vivere senza elettricità. La storia di una famiglia controcorrente

Emma è in piedi sul cassone del camion, lo sguardo fiero, ogni tanto si piega sulle ginocchia per schivare le sferzate dei rami più bassi. La luce del tramonto proietta il profilo scuro delle montagne tra i castagni che costeggiano la discesa.

È una strada difficile, ripida, piena di buche e solchi nel fango che si percorre solo con mezzi a trazione integrale e ballando un bel po’.

È la strada della sua infanzia e di quella dei suoi fratelli, Folco e Saro.

Un chilometro fuori dal mondo

I nostri genitori non ci hanno fatto mai mancare la possibilità di praticare sport, diversamente da altri ragazzi che abitavano in case isolate; non facevano che andare su e giù per accompagnarci e anche noi ci dovevamo adattare ai loro orari” racconta Emma che oggi vive e lavora nel centro di Firenze.

Ama l’autonomia che le dà la città, apprezza l’immediatezza del contatto con la gente e la facilità degli spostamenti. E intanto pensa al suo futuro, a riprendere gli studi, magari all’estero.
Emma non rinuncerebbe mai alla sua infanzia di bambina con le scarpe sporche di fango, anche se era dura quando la macchina si bloccava sulla salita e si doveva proseguire a piedi, sprofondando nel terreno sotto la pioggia o nella neve e finalmente si arrivava a casa alle quattro del pomeriggio, dopo un chilometro che sembravano cinque.

La casa era fredda, l’acqua dei rubinetti era fredda, c’era da accendere la stufa e il camino e d’inverno era anche buio perché i pannelli solari non producevano abbastanza corrente.

La casa di Emma e dei suoi fratelli non ha allacciamenti; vive e respira con l’energia della natura e ha intorno l’abbraccio dei monti boscosi e un silenzio da alta montagna.

 

Autonomia, in famiglia senza elettricità

L’aveva detto Andrea, all’inizio, che era una strada difficile quella di venire a vivere quassù – racconta Caterina, mamma dei ragazzi – e col senno di poi aveva ragione, avremmo potuto scegliere una situazione più semplice, un compromesso. Cercavamo un posto dove far crescere i nostri figli nella natura, avremmo potuto anche prendere la via del mare, ma questa conca tra le montagne per me è stato un amore a prima vista e lui mi ha detto “scegli tu”. Andrea riesce a vedere le cose già fatte, si rende conto prima delle difficoltà”.

Il marito di Caterina è un uomo dalle mani d’oro e dallo spirito indomito, di quelli che sanno fare tutto e quel poco che non sanno lo imparano alla svelta.

La casa l’ha costruita lui e l’autonomia energetica è sempre stata una condizione non negoziabile, anche nei momenti più difficili quando Caterina avrebbe voluto l’elettricità dalla rete. “In città non ci si rende conto di quanta energia si consuma, si dà per scontato, ma tutto funziona con la corrente e nelle giornate buie d’inverno a noi non basta per far funzionare la caldaia, dobbiamo ricorrere a un generatore. Il prossimo passo sarà una turbina per produrre energia dall’acqua”.

Il progetto iniziale era diverso e prevedeva la ristrutturazione del vecchio edificio presente sul terreno, quattro mura di pietra con il tetto in rovina. I lavori avrebbero richiesto tempo, così Caterina e Andrea pensano di organizzare una base sul posto recuperando una casetta in legno e di affittare un appartamento in un paesino dove vivere provvisoriamente.

È qui che i ragazzi trascorrono i primi anni di scuola, mentre i lavori procedono lentamente e l’obiettivo si sposta dalla ricostruzione del rudere, molto onerosa, all’ampliamento della casetta.

I giorni da soli con il babbo

Sono anni faticosi. Caterina lavora a Firenze nel fine settimana, a un’ora e mezza di distanza, e spesso i bambini piccoli rimangono con il babbo che diventa il loro mito, li porta a fare belle passeggiate e a cantare il maggio, una tradizione locale in cui si ritrovano le famiglie.

Nei ricordi di Caterina, Andrea con i suoi riccioli neri è sempre molto calmo ed equilibrato, anche nel caos più completo in cui lo trova al suo ritorno.

Dopo anni, un giorno di luglio, finalmente si trasloca! Tutti sul trattore, con i fagotti fatti con le lenzuola annodate e la prima notte a dormire per terra, illuminati da una bellissima luna. Di lì a breve la famiglia cresce, acquisendo le caprette lasciate da un amico “per qualche mese”. L’impegno per recuperare i campi incolti e mandare avanti l’orto assorbe tutte le energie, arrivano altri animali.

“Li volevamo fin dall’inizio, ma l’accordo era di prenderli quando fosse stata finita la casa”. Caterina sorride; oggi hanno una quindicina di capre, due tori, una mucchina, un cavallino e naturalmente polli, cani e gatti. Quando i bambini erano piccoli andavano a vendere i marroni del bosco ai mercati e Saro era un grande attore, bravissimo ad attrarre avventori urlando. Tra orto, prodotti del bosco e animali la famiglia è quasi autosufficiente. Andrea fa il formaggio di capra, una ricotta che sembra panna e una robiola squisita. La casa non è finita.

 

Gli anni dell’adolescenza

La lontananza e le condizioni di vita meno comode creano qualche disagio soprattutto a Folco, il figlio maggiore, che i compagni di scuola chiamano “il Bosca” quando arriva in classe sporco di fango. Oggi va fiero di questo soprannome, ma a quattordici anni ne soffriva e decide di trasferirsi dalla nonna in un paese fuori Firenze, dove frequenta le superiori.

Crescendo Folco è quello che più si è identificato con la scelta dei genitori. Lavora a Firenze, ma appena può torna a godersi la sua casetta e a dare una mano al babbo.

Emma si appoggia all’altra nonna per frequentare il liceo a Firenze.

Saro, all’ultimo anno dell’istituto alberghiero, è l’unico che rimane sempre a casa. “Basta organizzarsi”: e lui si organizza benissimo, ha appoggi per dormire dagli amici quando fa tardi, perché oltre a studiare lavora come assicuratore. L’amore per la natura che ha sviluppato crescendo tra i boschi se lo porterà in Australia, dove vuole andare a fare il cuoco appena conclusi gli studi.

Vita selvatica

Vivere isolati ti insegna ad affrontare tutte le situazioni – sostiene Emma – a non fermarti di fronte a qualcosa che ti manca, a trovare sempre la soluzione con quello che hai. Anche al lavoro – gestisce alloggi turistici – spesso devo risolvere qualche imprevisto e ci riesco perché ho questo atteggiamento, diverso da chi ha sempre vissuto in città”.

È decisa nell’affermare che la sua esperienza le ha regalato molto. Anche se a Firenze si trova bene, ogni tanto le manca la possibilità di uscire ed essere sola, urlare senza nessuno intorno, completamente libera.

Andrea, barba lunga da eremita, vive il rapporto con la natura senza tanti discorsi, così come lo ha trasmesso ai suoi figli. Il concetto si riassume in due parole: vita selvatica, e nell’impegno quotidiano che implica scegliere la libertà. Se il mondo civilizzato sprofondasse, lui continuerebbe imperturbabile a girovagare tra i monti con le sue capre e ad ammirare i tramonti che quassù sono spettacolari, a nutrirsi della natura accogliendone anche gli aspetti crudeli, senza sentimentalismi, ma con profonda sensibilità.

Non ama delegare perché si sente responsabile fino in fondo di quello che fa. Macella lui stesso i suoi animali, quando è necessario, perché è parte del rapporto che ha con loro. “Le mie più grandi soddisfazioni nascono dal ‘fare’, amo costruire, modificare o interagire con lo spazio e la materia; anche nei rapporti umani preferisco agire insieme che parlare”.

 

L’evoluzione del progetto

Ciò che manca in cima a un monte sperduto dell’Appennino è un po’ il contatto con gli esseri umani, soprattutto a Caterina che è sempre desiderosa di conoscere e condividere.

Così nasce l’idea di accogliere i wwoofer (www.wwoof. it), persone alla ricerca di stili di vita in armonia con la natura che vengono da tutto il mondo.

Altra fonte di contatti è la rete di Helpx che sta per help exchange, un’offerta di aiuto in cambio di ospitalità. Si attrezza una roulotte nel campo e arrivano ragazzi giovani ed entusiasti che danno una mano con i lavori, nascono grandi amicizie e legami interculturali; per Caterina, Andrea e i loro figli è come viaggiare stando fermi.

Siete degli eroi, avete fatto tanto, ci dicono. Ci parlano del loro paese in modo diretto, senza fronzoli da rivista di viaggi, delle bellezze e delle contraddizioni. Apprezzano la nostra scelta coraggiosa”, continua Caterina, ben consapevole che ogni medaglia ha il suo rovescio.

L’autonomia totale è un’utopia. Quello che gli altri spendono in affitto e bollette, noi lo spendiamo in carburanti, macchine e trasporti. Chi vive in città ha il disagio del traffico e noi quello della strada difficile per arrivare a casa. Per me il vantaggio impagabile è la gioia del contatto con gli elementi naturali: aria, acqua, terra e fuoco. Sentire il profumo della pioggia, vedere le piante crescere”.

Dalla grande finestra della cucina tutti si incantano a guardare il panorama disegnato dal profilo dei monti che infonde un gran senso di pace. Nessuno si accorge che la finestra è rotta.

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