Diossina, inquinamento e caprese

Quando vengono toccati sul cibo, gli italiani si ribellano. Se poi l’assalto arriva da un nemico sconosciuto e pericoloso, la ribellione è ancora più dura. Nel caso scoppiato nelle ultime settimane il nemico era non solo pericoloso e sostanzialmente poco conosciuto nelle sue caratteristiche, ma anche di vecchia data: la diossina. Molti giovani genitori erano ragazzini negli anni ’70, e certamente ricordano il caso di Seveso, ridente località lombarda (attualmente nella Provincia di Monza-Brianza) dove nel 1976 esplose un reattore diffondendo sul territorio una quantità di “diossina”, prodottasi nel reattore salito troppo di pressione e temperatura. In realtà più che di “diossina” si dovrebbe parlare di “diossine”. La diossina propriamente detta è una molecola costituita da un anello contenente quattro atomi di carbonio e due di ossigeno. Da questa struttura ne derivano altre, policicliche, con altri anelli collegati all’anello principale. È importante notare che questi “anelli” in realtà sono degli esagoni (nanoscopici, la distanza di legame tra due atomi è inferiore al nanometro). Tutte queste molecole sono utili come precursori di altre sostanze e pur non essendo molto “salutari” non sono tra le peggiori. Molto più pericolose sono le dibenzodiossine policlorinate (Polychlorinated dibenzodioxins o PCDD in inglese), molecole appunto derivate da diossine policicliche ai cui atomi di carbonio sono legati atomi di cloro. Queste sono riconosciute come potenti agenti velenosi, cancerogeni, mutageni, teratogeni. Hanno anche la caratteristica di essere strutture molto resistenti, e di accumularsi – senza venir evacuate – negli esseri viventi. Insomma, sono proprio una brutta roba, per dirla in parole spicce. Ma perché ogni tanto si trovano diossine di qua e di là, negli alimenti, nelle acque o così via? Oltre a essere molto resistenti e a non decomporsi facilmente, le dibenzodiossine policlorinate si formano con estrema facilità quando si ha la combustione di sostanze contenenti cloro (il comune PVC, per esempio) a temperature non eccessivamente elevate (al di sotto dei 600 – 800 gradi centigradi). È per questo che le diossine si trovano anche nel fumo da sigarette (sì, proprio così, giovani genitori fumatori). E, soprattutto, è per questo che gli inceneritori dovrebbero sempre lavorare al di sopra di una certa temperatura (diciamo con una fiamma sopra i mille gradi). In questo modo l’energia è sufficiente per far sì che le reazioni che avvengono vadano verso la formazione di molecole più semplici e che quindi le diossine non si formino. Quando vengono ritrovate in alcune aree alte quantità di diossine (o meglio di PCDD) evidentemente si sono bruciati i rifiuti a basse temperature (ovviamente per risparmiare) e i fumi hanno contaminato il suolo. Oppure il risultato dell’incenerimento dei rifiuti è stato prelevato e seppellito in un qualche punto nascosto dell’aperta campagna. Oppure un altro inquinante, contenente tra le altre cose diossine, è stato seppellito o sparso sui campi (se liquido). Tutto questo per dire che le diossine non solo sono pericolose: ma spesso hanno un’origine poco chiara. Il problema è che, come le bugie, le diossine, essendo assai resistenti alla decomposizione, prima o poi vengono a galla (o hanno le gambe corte, se preferite). E se vengono a galla la loro azione non è mai piacevole.

[Ugo Finardi – Chimico, ricercatore CNR]

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