Il gioco spontaneo è molto più di un passatempo: costruisce autonomia, autoregolazione ed equilibrio emotivo
Provate a chiudere gli occhi un istante e a tornare indietro nel tempo. A quando da piccoli si giocava sotto casa, in strada davanti al portone, in cortile, nei prati. Ripensate ai pomeriggi in cui uscivate dopo pranzo e rientravate solo al richiamo di vostra madre affacciata alla finestra. Nessun adulto a dirigere il gioco, nessuna agenda: solo voi, gli amici, le regole inventate lì per lì e un tempo espanso.
Oggi, quel tempo, per la maggior parte dei bambini e delle bambine, purtroppo non esiste più. E le conseguenze, dicono le ricerche, sono più serie di quanto immaginiamo.
Partiamo da un dato che dovrebbe farci fermare a riflettere: secondo un’analisi pubblicata nel 2011 sull’American Journal of Play dallo psicologo Peter Gray, i ragazzi degli anni Duemila mostrano livelli di ansia sensibilmente più alti rispetto ai coetanei degli anni Cinquanta, con un incremento marcato anche nei tassi di depressione clinica e di gesti estremi tra gli under 15.
Una ricerca più recente, pubblicata nel 2025 su JAMA Pediatrics, ha rilevato che la quota di bambini e adolescenti con sintomi ansiosi è salita dal 7,1% al 10,6% in pochi anni, mentre i dati raccolti in California su oltre un milione e mezzo di giovani mostrano una crescita a doppia cifra sia per l’ansia sia per la depressione nello stesso periodo.
Di Silvia Iaccarino, formatrice, psicomotricista, fondatrice di Percorsi Formativi 06
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