Come le famiglie gestiscono oggi il tempo, risorsa sempre più scarsa e preziosa. Tra impegni, schermi, paure e desiderio di autonomia, un equilibrio difficile ma possibile
Il tempo è diventato una risorsa limitata, quasi un “bene scarso” da amministrare con cura. Le giornate delle famiglie contemporanee si dividono tra orari rigidi – lavoro, scuola, compiti – e spazi più morbidi dedicati al riposo, al divertimento e al tempo libero dei bambini, spesso percepito come un vuoto da riempire a ogni costo. Molti genitori temono di offrire “poche occasioni” ai figli e vivono la responsabilità educativa come una corsa contro il tempo.
Troppo o troppo poco: l’infanzia polarizzata
Oggi convivono due modelli opposti: da una parte bambini con agende fitte di attività extrascolastiche, dall’altra bambini che trascorrono gran parte del tempo libero chiusi in casa, davanti a tv, tablet o console.
“Mi sento strano: rilassato. Di solito corro sempre”, racconta Luca, 11 anni. “Tre giorni a settimana ho basket, poi chitarra, inglese, nuoto e la partita la domenica. Il mercoledì è l’unico giorno libero, ma lo uso per studiare. Non ho tempo per giocare davvero”.
All’estremo opposto c’è la testimonianza di Giulia, 42 anni, mamma di Tommaso, 8 anni: “Se potesse, starebbe tutto il giorno davanti alla tv. Non credo sia carattere: vede suo padre lavorare al computer per ore. Siamo poco attivi, lo sappiamo, ma vogliamo che Tommaso si muova di più”.
In mezzo a queste due polarità, ciò che scompare è il gioco libero non strutturato, soprattutto all’aperto, sempre più raro senza la supervisione degli adulti. E diminuiscono anche i momenti di contatto diretto con la natura, fondamentali per il benessere dei bambini.
Tempo libero bambini: un riflesso del tempo dei genitori
“Il tempo libero dei bambini dipende dal tempo dei genitori”, spiega Elena Bassi, pedagogista e presidente regionale dell’ANPE. Le famiglie vivono un forte senso di responsabilità educativa e cercano di ottimizzare ogni momento, convinte che pianificare ogni attività sia un segno di cura e attenzione. Chi ha più risorse economiche e culturali tende a riempire la settimana dei figli con proposte strutturate, spesso per compensare il senso di colpa legato al lavoro, per offrire stimoli ritenuti indispensabili o per timore che un bambino “poco impegnato” resti indietro rispetto ai coetanei. Allo stesso tempo, la riduzione dei compagni di gioco, l’età più avanzata dei genitori e le aspettative elevate alimentano la pressione a organizzare tutto, mentre le famiglie più fragili, prive di alternative, vedono i figli trascorrere il tempo libero in casa tra tv e videogiochi perché la strada fa paura. In questo intreccio di ansie, confronti sociali e desiderio di garantire il meglio, ciò che rischia di scomparire è proprio la dimensione più preziosa del tempo libero: quella spontanea, relazionale, non programmata, che permette ai bambini di crescere senza fretta.
Perché è così difficile giocare all’aria aperta?
Secondo il report Save the Children 2024, in Italia la maggior parte dei bambini trascorre ancora il tempo libero al chiuso, una tendenza legata alla mancanza di spazi sicuri e curati, alla percezione di insicurezza nei luoghi pubblici, alla difficoltà dei genitori nel trovare il tempo per accompagnare e supervisionare i figli, ma anche alla paura dei pericoli esterni e agli effetti dell’urbanizzazione, che ha ridotto cortili, strade vivibili e aree verdi; a tutto questo si aggiunge una crescente intolleranza verso il rumore dei bambini nei condomini, creando un contesto in cui uscire a giocare liberamente diventa complicato nonostante i rischi reali siano minimi e il bisogno di movimento, autonomia e natura resti fondamentale per il benessere dei più piccoli.
E fuori dall’Italia?
Le abitudini del tempo libero dei bambini cambiano profondamente da paese a paese: in molte società non industriali il tempo a disposizione è determinato dalle necessità economiche della famiglia, mentre nelle società postindustriali a incidere sono soprattutto il peso dei compiti scolastici, le aspettative dei genitori e la cultura educativa di riferimento; così, mentre in alcuni luoghi i bambini giocano liberamente in strada fino a tarda sera, protetti da comunità coese e da un senso di vicinato ancora vivo, altrove – come racconta Mirela, mamma di Sara – la paura, l’isolamento e la mancanza di reti sociali impediscono ai piccoli di vivere la stessa libertà, generando un tempo libero più controllato e spesso più solitario; e proprio in questa distanza tra modelli culturali diversi si inserisce la riflessione di Cristina, che ricorda la sua infanzia trascorsa nei boschi e ogni giorno accompagna la figlia al parco per offrirle almeno un frammento di quella libertà, consapevole che i bambini hanno bisogno di stare con altri bambini, di esplorare senza adulti sempre addosso e di vivere un tempo libero che sia davvero libero, fatto di natura, autonomia e gioco spontaneo.






































