Cambiano i giochi, cambiano le parole

“Pugno! Passiamo a chiamare Mario e andiamo a giocare al campetto!”. Quante volte l’abbiamo detto, noi genitori, ai tempi della nostra infanzia? Eppure oggi ai bambini non passerebbe mai per la testa di dire una parola semplice come: Rifacciamo!.

A fare una riflessione su come siano cambiate le parole dei giochi dei bambini è Rick Wolff, ex sportivo, oggi genitore appassionato di sport e scrittore.

“Rifacciamo”, ai nostri tempi, significava annullare i giochi e ricominciare
da capo. “La tendenza attuale invece è lasciare che siano i grandi a stabilire le regole del gioco. Sono i grandi a dire se la palla è dentro o fuori. Sono i grandi a decidere come si procede. Non si ricomincia più da capo, quello è un retaggio del passato”.

Rick Wolff vive a New York, conduce una trasmissione radiofonica su Wfan (dal suo blog è possibile accedere ai podcast). Ha pubblicato diversi libri a supporto dei genitori che seguono i figli nelle attività sportive competitive.

Insomma è un esperto. Vive dall’altra parte del mondo, ma le sue osservazioni fanno riflettere anche noi.

Le parole in gioco, nei giochi

I giochi dei bambini sono cambiati rispetto al passato, non solo per la presenza di videogiochi e dispositivi tecnologici, ma anche per il cambiamento degli spazi e dei tempi.

Esiste un posto che riteniamo davvero sicuro per lasciar giocare i bambini in autonomia? Esiste un tempo in cui i bambini sono lasciati liberi di giocare tra di loro, senza adulti?

La riflessione è complessa. Per cominciare, abbiamo scelto cinque parole che usavamo da bambini. Vogliamo dare loro ancora una chance? Vogliamo salvarle o lasciarle andare?

Cinque parole (da salvare)

RIFACCIAMO: quanto era bella la libertà di stabilire le regole, di infrangerle, di rifarle? L’assenza della supervisione è uno degli elementi che attribuisce al gioco il potere di rendere liberi e sperimentare i primi spazi di autonomia. “Rifare” significa anche provare di nuovo. “Provare” è una delle forme di apprendimento più efficaci.

CAMPETTO (o qualsiasi altra parola come campo, pista, laggiù, laddietro, là davanti). Spazio all’aperto, anche senza la presenza reale di linee di campo, in cui ci si reca da soli e dove si può giocare. Linee, porte, pali sono opera della fantasia dei giocatori.

Vale qualsiasi cosa: alberi, segni o solchi tracciati con il piede, giacche posate in terra, pali della luce. Le squadre si fanno e si rifanno, i giocatori si mischiano, litigano, fanno pace. In questi spazi il gioco cambia e si trasforma come desiderano i partecipanti. È luogo di appuntamento fisso e ritrovo sicuro degli amici.

PUGNO: significa stop, ferma, aspetta. “Fare pugno” interrompe il gioco per un attimo, senza sospenderlo, solo in attesa di proseguire. Se un giocatore dice pugno e l’altro non rispetta, il primo può dire, a ragion veduta “non vale, rifacciamo!”.

PASSARE A CHIAMARE: “Ciao, vado a mangiare, passo a chiamarti alle quattro”. Alle quattro, un grido proveniente dall’esterno conferma la promessa. A volte, chiamando un amico, si affacciano anche gli altri.

Oppure si affaccia una mamma che chiede di non gridare così tanto. Le mamme non sono estranee a questa attività, perché con lo stesso meccanismo chiamano i figli all’ora della merenda o all’ora stabilita per la fine del gioco. Il grido della mamma ha, solitamente, un effetto meno immediato.

RIONE O QUARTIERE: zona della propria città o paese, con confini più o meno precisi. Può determinare la frequenza di alcuni posti (come il campetto, appunto, ma anche la scuola, l’oratorio, la palestra, il giardino e la piazzetta).

Dentro il rione è “comfort zone”: tutti si conoscono e tutti ti conoscono. Uscire dal rione (o dal quartiere) è sperimentare, imparare, incontrare, conoscere. Un’avventura insomma.

Parole nuove

Alcune parole se ne vanno, altre arrivano. Qualche esempio? Avete sentito, anche tra i più piccoli, dire “Stacco!” mentre rivolgono il pollice verso il basso? Questa parola, associata al gesto, è diffusa nelle scuole e persino negli asili.

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