Care, fresche, acque dolci

Bere è una delle azioni più comuni e semplici. Basta aprire un rubinetto o stappare una bottiglia. L’accesso all’acqua potabile però, come molti sanno, non è così comune in tutto il mondo e l’acqua sta diventando un bene di lusso: secondo molti è ormai il petrolio del ventunesimo secolo. Al di là dei discorsi socioeconomici, l’acqua è davvero indispensabile per la nostra sopravvivenza. Il motivo è che, sostanzialmente, siamo fatti di acqua per tre quarti e di conseguenza un buon equilibrio idrico è fondamentale. Ma perché bere acqua in bottiglia? L’acqua che esce dal rubinetto è perfettamente potabile e dovrebbe andare benissimo per l’alimentazione. Molti trovano che abbia un sapore poco gradevole: qui naturalmente entra in gioco il gusto personale, su cui non si deve disputare, ma talvolta basta un periodo di adattamento per trovarlo piacevole. È altrettanto vero che l’acqua in bottiglia ha una “impronta ecologica” non indifferente, specialmente se pensiamo che si può evitare. Le bottiglie sono fatte di plastica: materiale che costa poco per chi produce (in termini di peso da trasportare, materiale da immagazzinare, igienizzazione e via dicendo) ma per la collettività è un grande spreco di petrolio. Se pensiamo che le bottiglie arrivano da lontano (qualche volta dalla nostra regione, ma anche da zone più remote) ecco che l’impronta ecologica aumenta. Il trasporto significa carburante e altra energia e materia consumata per la costruzione di autotreni. La raccolta e l’imbottigliamento delle acque minerali richiede inoltre non un semplice tubo che porta l’acqua a destinazione (come l’acquedotto cittadino) ma anche uno stabilimento e quindi metri e metri di terra occupata dal cemento, che a sua volta deve essere prodotto con spreco di energia e inquinamento. Insomma viene proprio da chiedersi “ma chi ce lo fa fare?”, considerando anche che l’acqua in bottiglia è pur sempre una spesa in più, con quel che costa la vita.

Comunque è pur vero che i genitori – specie quelli giovani con giovani figli – preferiscono far bere ai propri bambini e bambine un’acqua leggera e facilmente digeribile, che non dia fastidio al pancino, al fegato e così via. Tenuto conto che persino le scuole torinesi (e molte della provincia) hanno deciso, giustamente, di portare sui tavoli della mensa l’acqua di rubinetto, se proprio volete comprare acqua in bottiglia è bene sceglierne una a basso contenuto di sali. Esistono definizioni di legge che riguardano questo contenuto, legate al residuo fisso a 180°C, ovvero quanto resta di un litro d’acqua dopo che è stato portato a questa temperatura. Le acque vengono dette “oligominerali” se il residuo fisso è inferiore ai 500 milligrammi per litro e “minimamente mineralizzate” se è inferiore ai 50. Ovviamente le acque più leggere sono quelle a minor residuo fisso. Restano escluse da queste categorie alcune categorie commerciali di acque, come per esempio quelle “effervescenti naturali”. Queste, anche se possono essere prive di alcuni specifici elementi chimici, contengono una grande quantità di bicarbonati e quindi hanno un residuo fisso estremamente alto, a volte anche superiore a 2000 milligrammi (ovvero 2 grammi) per litro. In pratica una bevanda, più che un semplice bicchiere d’acqua.

[Ugo Finardi – Chimico, ricercatore CNR]

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