Caterina e il peso dei sogni

A 10.369 chilometri da qui, 265 giorni di cammino (8 ore al giorno di passi) o a 21 ore di aereo, c’è un essere di 4 tonnellate che Caterina, prima o poi, accarezzerà.

Si chiama Swe Moe ed è un elefante di 67 anni che vive in un centro creato da veterinari e ambientalisti e dove decine di volontari trascorrono, ogni anno, settimane di vacanza durante le quali conoscono e si prendono cura degli elefanti ricoverati lì.

Caterina è in cucina, a casa di sua madre, con caffè e pane tostato, una mattina di marzo. I suoi genitori sono fuori per la spesa, i figli dormono il sonno lungo degli adolescenti, la casa è silenziosa, sembra in attesa di qualcosa, ci sono un po’ di riviste da sfogliare.

E, mentre legge un articolo di reportage del giornalista Piero Papa, Caterina sente una commozione profonda e uno struggimento che si allarga in lei, occupa molto spazio e chiede una promessa.

Il Myanmar, o Birmania, è un mondo lontanissimo e sconosciuto per Caterina, che deve aprire Google Maps per collocarlo tra altri stati, confini, il Bangladesh a ovest, la Thailandia a est.

Ma grazie alle parole e alle immagini che ha davanti agli occhi, diventano più vicine, anzi, le entrano proprio nell’anima le storie degli elefanti che, dopo una vita trascorsa a portare il prezioso legname rossiccio scuro con cui l’Occidente pavimenta attici e appartamenti, il teak, vengono abbandonati, rischiando di finire contro i treni o investiti dai camion sulle strade sterrate del paese.

E per loro, un uomo e una donna, marito e moglie, hanno aperto un posto che si chiama Green Hill Valley, dove offrono uno spazio protetto, cibo, attenzioni mediche e psicologiche agli elefanti traumatizzati o feriti o, semplicemente, anziani. Swe Moe è uno di loro.

Ogni elefante ha il suo mahout, overo una persona che si prende cura esclusivamente di lui, possibilmente fino alla morte. Ma i volontari, che passano alcuni giorni nel centro, possono dare una mano e accompagnare mahout ed elefanti nelle attività quotidiane.

Dare il cibo a chi non riesce momentaneamente a procurarselo da solo, portarli al fiume a fare il bagno, accarezzarli.

Caterina finisce di leggere, alza gli occhi, guarda il fuoco acceso nel camino della cucina di sua madre e lo dice, a fior di labbra: ci andrò. Non a piedi, forse in aereo, ma andrà dagli elefanti. Più legge notizie su di loro, libri, romanzi, post su Instagram, più li ama, questi enormi mammiferi capaci di comunicare tra loro con un linguaggio articolato, intelligenti, emotivi, minacciati, maltrattati, mutilati e uccisi per l’avorio, la pelle, le ossa.

La tenerezza della grandezza che non significa capacità di difendersi.

La natura selvatica e l’immensa bellezza che gli esseri umani non sanno vedere.

La scelta di difendere invece di sfruttare. La consapevolezza di un ecosistema che tiene insieme foreste in pericolo, animali in via di estinzione, popolazioni allo stremo.

E persone impegnate a contrastare il disastro. La vita reale di elefanti reali, in pericolo e in cura.

E, ancora, il potere metaforico di queste storie, che ci raccontano che se non curiamo i nostri sogni offesi, roviniamo la nostra terra interiore, la sua meraviglia, i tesori invisibili.

E questo pensiero strappa a Caterina, una promessa parallela, un viaggio più vicino, ma altrettanto lungo, dentro di sé.

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