Caterina e la matrioska di mostri

È un venerdì sera e Caterina è sola in casa, con il suo libro della vita, Donne che corrono coi lupi, una tisana allo zenzero e scorza d’arancia, biscotti alla cannella e poche candeline accese in un salotto buio e silenzioso dove si agita qualche ombra, nessun rumore.

Ha un compito, Caterina, e la voglia di occuparsene per bene: dare un po’ di pace alla sua anima irrequieta e sfibrata da mesi molto duri e comprendere come guarire lo sguardo sul futuro, su se stessa e sulla vita.

Per recuperare pace e speranza, le insegna questo libro, le fiabe sono utili, come mappe generose di indicazioni per affrontare le sfide più ardue.

Caterina ne legge una, intitolata L’orso della luna crescente, che parla di collera e perdono. L’autrice del libro, Clarissa Pinkola Estés dice che la perdita della speranza è legata a una collera inespressa, la quale, a sua volta, nasconde un dolore, da sentire e poi comprendere.

A Caterina non serve accendere le luci per appurare lo stato di salute della speranza – che le cose vadano bene, che gli incarichi di lavoro aumentino e con loro i relativi guadagni, che riesca a crescere i suoi figli senza sentirsi troppo sola, che possa ricominciare a viaggiare, che trovi il tempo per scrivere quella storia in gestazione da mesi, che l’amore superi i chilometri – ecco, questa sua speranza si aggira per casa come un fantasma muto, percorso da ferite dolenti e lascia dietro di sé un rumore di vetri infranti e una collana srotolata di piccoli teschi senza occhi.

Questa sera Caterina la vede molto bene e dentro di lei, in una matrioska di mostri, scorge la Collera cieca, una bomba di chiodi, colla e dinamite pronta a esplodere e a riformarsi troppo spesso. Rabbia per come sono andate le cose, per i patti traditi, per la fiducia sfregiata, per il mancato rispetto al lavoro, per non aver capito prima tanti nessi. Rabbia che vorrebbe solo dirsi, totalmente, dirsi a qualcuno di cui si fida, una volta per bene, una volta per tutte.

Ma soprattutto dire il dolore che si porta dentro: e sono, ancora, rami senza tempo, spezzati in boschi antichi, in cui una bambina si è sentita tanto giudicata e invisibile agli occhi di genitori con una storia triste. Mamma e papà di Caterina hanno avuto un’infanzia striata di lutti che non hanno mai trovato gli strumenti per elaborare, e non riversare, saccheggi e ferite sull’anima dei figli.

La fiaba suggerisce che la speranza smette di sanguinare se la rabbia, dopo essersi espressa, passa il testimone alla comprensione di che cosa è successo e perché è accaduto e poi, poi lascia spazio al perdono – ai suoi strati e ai suoi tempi – al dispiacere, alla pena.

Allora, pensa Caterina, forse sarei libera; libera di dare a me stessa ciò che non ho ricevuto. Cominciare oggi, continuare ogni giorno. A essere genitore di se stessa, prima di tutto. E si addormenta un po’ più in pace, sognando la Speranza con lunghi capelli d’oro e gli occhi pieni di vita.

Iscriviti alla newsletter

X