Come Pinocchio: le bugie dei bambini

Perché comprendere le bugie dei bambini ci porta dentro il loro sviluppo mentale

C’è chi dice una bugia ogni tanto e c’è il bugiardo seriale. C’è chi nega spudoratamente di aver mangiato la cioccolata e chi racconta di pomeriggi avventurosi nella jungla. C’è chi giura di aver finito tutto il pranzo in mensa e chi racconta ai compagni di essere appena tornato da un viaggio alle Bahamas. 

Prima di giudicare negativamente la grande fantasia dei bambini, fermiamoci e valutiamo. Per capire il significato e la fisiologia delle bugie, bisogna andare oltre il suo significato più esplicito. Ne parliamo con Daniela Dallorto, psicoterapeuta e arteterapeuta.

Bugie come sintomo di intelligenza

“Si comincia molto presto a dire bugie – spiega Daniela Dallorto -. I bambini sperimentano le prime fantasie già dai 2 o 3 anni. A questa età, però, le distorsioni della realtà hanno un significato molto diverso rispetto a quello che acquisiscono più avanti. Spesso, le giovanissime bugie non sono intenzionali, ma sono il frutto del cosiddetto pensiero magico del bambino, ancora non pienamente capace di distinguere tra realtà, fantasia e desiderio”. 

Pomeriggi spaziali, amici con i superpoteri e storie avvincenti: il bambino di tre anni racconta fatti non accaduti e stravolge quelli vissuti, ma lo fa ingenuamente. “Dobbiamo pensare che le bugie dei bambini non sono intenzionali. Piuttosto, si tratta di un racconto o una storia frutto della sua fantasia. È in buona fede e dobbiamo esserne contenti: la sua narrazione è indice di intelligenza, creatività e desiderio di autonomia”. 

Mi distinguo da te

Sembra difficile crederlo, eppure le bugie sono uno strumento di crescita per i bambini. “Sempre nell’età dei 2 o 3 anni, le bugie sono un modo per separarsi dalla figura del genitore. Il racconto del bambino dimostra che la sua volontà è distinta da quella degli adulti di riferimento”. 

Soprattutto, gli occhi dei bambini vedono cose e sfumature che noi adulti (purtroppo) non distinguiamo più. “Se si prova a far raccontare lo stesso episodio a un bambino e a suoi genitori, si avranno versioni diverse. Se si chiede al bimbo di raccontare lo stesso episodio qualche tempo dopo, si avrà una versione ancora nuova”. 

Bugie con intenzione

Diversa invece è la bugia dopo i 3 anni, quando il bambino comincia a negare l’evidenza, dicendo per esempio di non aver mangiato la merendina nonostante la bocca sporca di briciole. La bugia è intenzionale e in genere serve per evitare una punizione o per cercare l’approvazione dell’adulto. 

Come reagire di fronte a una bugia intenzionale? “In questo caso, pur riconoscendola, non ha senso smascherarla e ingaggiare una lotta per farsi dire la verità; il rischio è di spingere il bambino a mentire sempre di più. Conviene affrontare l’argomento con candida convinzione: ‘Ah, non sei stato tu? Meglio così, perchè non è proprio una cosa da fare!”. Il messaggio arriva a destinazione più chiaro e più forte”.

A 6 anni la bugia cambia natura

Anche la capacità e la volontà di raccontare bugie hanno un loro processo fisiologico. “A 4 o 5 anni, il bambino tocca l’apice del pensiero magico. Il confine tra realtà, racconti e storie inventate sono piuttosto labili – continua la psicoterapeuta -. Le bugie dei bambini non vogliono ingannare, ma rappresentano un modo per sentirsi più autonomo e meno dipendente”. 

Solo con l’inizio dell’età scolare la bugia cambia natura. “A 6 anni le bugie diventano intenzionali e di solito sono raccontate per difendersi da adulti troppo invadenti o per compiacenza. A questa età il bambino cerca l’approvazione dei genitori e la paura di deluderli può portare a raccontare ciò che i grandi vorrebbero sentirsi dire. È la fase in cui, quando si chiede cosa è successo a scuola, alcuni bambini rispondo un ‘niente’ laconico. Meglio rispettare questo desiderio di silenzio invece di insistere e portarli alla menzogna”. 

Proprie di questa fase sono anche le bugie raccontate per tranquillizzare le ansie dei genitori, come accade quando i bambini raccontano di aver mangiato tutto in mensa, oppure le bugie che aiutano a trasgredire i divieti (allontanarsi dai giardinetti o giocare a palla in casa). In questa nuova funzione la bugia aiuta il bambino a ritagliarsi uno spazio di autonomia e persino ad assumersi delle responsabilità. 

In preadolescenza e adolescenza 

La bugia fa ovviamente parte del complicato mondo dell’adolescenza, quando ragazzi e ragazze diventano più sfuggenti, incomprensibili e inaccessibili. 

“Le bugie sono un segnale di crescita, sempre – insiste Daniela Dallorto -. Durante l’adolescenza si comincia a sentirsi grandi e si prova il bisogno di tenere per sé alcune cose. Di fronte a genitori insistenti, spesso la bugia è raccontata pur di essere lasciati in pace. Mentire su alcune scelte, o non comunicarle, significa anche assumersi la responsabilità delle conseguenze, diventare adulti”. Meglio non insistere e cercare metodi comunicativi che non mettano alle strette. “Anche in questa fase esistono bugie che nascono dal desiderio di non deludere i genitori e di non sentirsi inadeguati di fronte ai loro rimproveri. Tutti abbiamo mentito su un voto o abbiamo cercato di scaricare la colpa sugli altri”.

La bugia è fisiologica 

Per quanto possa essere difficile relazionarsi a un piccolo bugiardo, va detto che le bugie sono fisiologiche e sane. “Sono prove tecniche di autonomia. Nel processo di crescita sono una sfida: il bambino prova onnipotenza nel constatare che la sua mente non è trasparente, che gli adulti non riescono a leggere il suo pensiero. È una tappa importante nel percorso di separazione dai genitori e prelude alla costruzione di un pensiero proprio e autonomo”. 

Quando bisogna preoccuparsi di un piccolo bugiardo seriale? “Ci si deve preoccupare sempre! Nel senso che ogni bugia va compresa nella sua natura, ma il campanello di allarme deve suonare quando la bugia non è occasionale e diventa la regola. In ogni caso, di fronte a qualsiasi bugia è bene cercare di riflettere e comprendere quali siano le motivazioni sottostanti”.

Le bugie buone

La generazione dei genitori di oggi sono nipoti di un Pinocchio che insegna che le bugie non devono dire, che fanno soffrire e mettono nei guai. Ma esistono le bugie buone? “Esistono. Sono quelle che si dicono per proteggere gli altri da danni reali e immaginari o quelle che si dicono per compiacenza – continua Dallorto -. Le prime sono quelle che si dicono ai propri genitori se si percepiscono troppo fragili per accettare la realtà o per proteggerli dalla delusione o dal dolore che causerebbe. Le seconde sono quelle che dicono i bambini bene educati per compiacere gli altri. Affermare che il regalo ricevuto è bellissimo, anche se non è gradito, è un modo di mentire”. 

Infine c’è un altro tipo di bugie, quelle che si dicono per negare una realtà che fa soffrire o per attirare su di sé l’attenzione. “Nascono in situazioni particolari e da un profondo disagio del bambino che si inventa una realtà diversa nel tentativo di dimenticare quella in cui vive”.

La reazione dei grandi

Cosa deve fare l’’adulto? “Occorre chiedersi prima di tutto qual è il suo rapporto con la bugia. Spesso gli adulti mentono ai bambini pensando di edulcorare la realtà, ma in questo modo li ingannano, anziché proteggerli. Servono su un piatto d’argento l’idea che bisogna sempre raccontare qualcosa di diverso dalla realtà per non fare soffrire l’altro. Quante volte i genitori escono la sera lasciando i bambini ai nonni o alla babysitter e dicono di andare a lavorare per non farli soffrire?”.

Sincerità prima di tutto. “In ogni caso dipende dalla natura della bugia: se è piccola si può tollerare, ma sempre facendo notare che non sarebbe successo nulla di diverso se si fosse detta la verità. Su bugie più importanti invece è bene non transigere, spiegando sempre perché è bene non mentire”. Il buon esempio e l’educazione sono indispensabili: bisogna far capire che si può essere sinceri senza paura di essere giudicati. 

Il bambino e poi l’adolescente deve capire le conseguenze del mentire, ma è altrettanto importante che l’adulto non si mostri intransigente o deluso, perché si rischia di minare l’autostima di una persona in crescita. “È importante non caricare i figli di aspettative. Se non credono di poter raggiungere la stima di mamma e papà, i figli cercheranno di nascondere i comportamenti che non rispondono alle loro attese”. 

Si tratta, insomma, di trovare la modalità per comunicare in maniera autentica. Senza timore di essere feriti o di ferire le altre persone.

Pipolo: il gioco per imparare a bluffare

Pipolo è un gioco di carte (Djeco) in cui vince chi sa dire bene le bugie o chi sa smascherare il bugiardo in gioco. Semplice nelle regole (consigliato dai 5 anni), cambia e alleggerisce il senso della buglia, qui detta per bluffare e vincere la partita. È divertente vedere come i bambini si relazionano con la bugia ammessa e consentita ed è molto stimolante perché li invita a mettere in campo strategie cercando di non farsi capire! Carino per tutta la famiglia, può diventare una nuova opportunità per conoscersi sotto nuovi vesti!

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