Cosa significa educare

Fare il genitore, si dice spesso, è il lavoro più complicato del mondo. Non esistono scuole, i modelli sono diversi, spesso si crea conflitto nella coppia. Intanto i figli crescono e noi mamme e papà ci troviamo sempre più impreparati, perché ogni età richiede una capacità di comprensione diversa. Partiamo allora dalle basi. I genitori di oggi sono accusati di non saper dare le regole. Di non saper educare. È vero? Cosa significa in concreto? “Educare significa creare il terreno migliore affinché le caratteristiche innate del bambino si sviluppino al meglio – risponde Sandra Vergnano -. Bisogna avere una disposizione rigorosa sì, ma mai rigida, per modellare il proprio comportamento sulla base delle caratteristiche innate del bambino. Non stabilisco una volta per tutte quante volte al giorno devo bagnare le piante sul balcone, sicuramente così facendo le farei morire: se piove non intervengo, se c’è la canicola le bagno due volte al giorno. La rigidità è nemica della vita e della libertà di cui questa deve nutrirsi. Ogni bambino ha esigenze diverse che vanno colte e rispettate. Quando ci si stupisce del fatto che due figli nati e cresciuti nella stessa famiglia siano così diversi, uno sta bene uno sta male, uno riesce a realizzare se stesso e l’altro non capisce se stesso, forse è perché si sono applicati rigidamente gli stessi atteggiamenti educativi a due individui che erano invece fin da subito diversi: uno di loro andava più stimolato, l’altro gestito in modo diverso”.
Spesso noi genitori confondiamo l’educazione con la felicità. Vogliamo che i nostri figli siano felici. Crescano felici. Li viziamo pensando che in questo modo la vita per loro sarà più bella e facile, senza accorgerci che stiamo producendo il risultato contrario. E magari ci troviamo con un bimbo già cresciuto, un po’ viziato, un po’ troppo protetto. È tardi per cambiare? “Riflettiamoci da qui in avanti. I primi cinque anni di vita sono generalmente riconosciuti dagli studi che si occupano dell’infanzia come quelli nei quali si mettono le basi della personalità individuale. È importante ricordarlo: le esperienze ambientali, gli incontri successivi, i successi ottenuti così come i traumi, ovviamente influiranno sulla persona in crescita e modificheranno anche l’adulto, ma la solidità delle basi che vengono poste nei primi cinque anni sarà e resterà sempre fondamentale per determinare la capacità di resistenza alle difficoltà, di reazione positiva alle difficoltà (resilienza, si dice oggi), la capacità di fruire al meglio delle esperienze di vita, di mettere in atto le proprie potenzialità creative, di perseguire ciò che sa farci star bene e di evitare ciò che ci reca danno o sofferenza, la capacità di provare piacere così come quella di saper tollerare e gestire l’inevitabile quota di dolore che la vita riserva a ciascuno. È utile pensare che occorre fin da subito, dalla nascita di un figlio, o comunque dall’inizio di una relazione educativa, riflettere su questi temi e, oltre a seguire la voce che arriva dall’istinto, dotarsi anche degli strumenti tecnici, culturali, di informazioni per cercare di svolgere al meglio il proprio ruolo. Perché è vero che alcune caratteristiche importanti dovrebbero far parte della personalità stessa del genitore, e sono quelle che hanno a che fare con la voglia di stare ad ascoltare, con il coltivare il piacere del contatto con l’altro, con la disponibilità a mettersi in discussione e a riconoscere i propri sbagli e con la capacità di amare. Ma è anche vero che altri elementi possono e, in alcuni casi, devono essere appresi, modificati, per migliorare le proprie capacità genitoriali. Tanto prima questo avviene tanto più efficace può esserne l’effetto. È molto più complicato affrontare impreparati la crisi di un figlio adolescente che cercare negli anni procedenti di porre delle buone e solide basi. I primi cinque anni, ripeto, sono fondamentali”.

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