Due parole con il figlio di Che Guevara

Il suo nome è di quelli che non si dimenticano. Ernesto Guevara. Solo che a portarlo non è un rivoluzionario tenebroso con la barba scura, il basco stellato e uno sguardo che appena riesce a contenere uno spirito indomito. Questo Ernesto ha il viso rubicondo, le mani paffute e gli occhi giocosi.

Del padre ha il sorriso franco e, dicono, un certo modo di gesticolare. Questo Ernesto Guevara, proprietario di un’agenzia turistica all’Avana che propone tour in Harley Davidson, non porta semplicemente lo stesso nome del rivoluzionario.

È suo figlio, il più piccolo, quello che si vede in braccio al Che in certe foto in bianco e nero. C’è l’eroe della revolución vestito da militare, la moglie Aleida March in abitini anni Cinquanta e il piccolo Ernesto in fasce accanto ai fratelli più grandi.

Oggi vive nella sua meravigliosa isla, che di cambiamenti, dai tempi del padre, ne ha visti parecchi.

Parla il figlio di Che Guevara: un padre tenero

Ci parla di lui, del Che, di quel papà che ha conosciuto più dalle parole della mamma Aleida che dai propri ricordi. Quando assassinarono il rivoluzionario in Bolivia, Ernesto aveva appena tre anni.

Il Che era spesso lontano dai figli, ma nutriva per loro una grande tenerezza. Durante i suoi interminabili viaggi in Angola o in Sudamerica, quando la fede in un mondo diverso motivava le sue battaglie, il Che inviava ai suoi bambini dei disegni e dei piccoli giocattoli da lui fabbricati. Ernesto li possiede ancora.

Oggi questo omone dall’aria gioviale gestisce la sua originale attività in uno dei quartieri più caratteristici dell’Avana.

“L’idea di offrire tour in Harley è nata moltissimo tempo fa. Sono da sempre appassionato di moto, auto, alta velocità e di meccanica in generale.

Un amico italiano mi aiutò ad acquistare la mia prima Harley, un modello del 1950. Grazie a quel piccolo bolide, a poco a poco sono entrato nel mondo dei biker, ho conosciuto i loro codici, la loro straordinaria capacità di fraternizzare.

Mi è venuto il desiderio di organizzare tour sulle vecchie Harley che ancora circolano a Cuba, modelli creati tutti prima del 1959. Mi sono reso conto, però, che si trattava di una missione impossibile.

Sarebbero state oggetto di continue riparazioni e ottenere ricambi dall’estero, vista l’esistenza dell’embargo con gli Stati Uniti, sarebbe stato estremamente complicato. Quando ne ebbi l’occasione, realizzai il mio progetto con Harley moderne.

Lo abbiamo chiamato Poderosa Tours, in onore del viaggio in motocicletta effettuato da mio padre e da Alberto Granado in Sudamerica”.

Ernesto e la motocicletta

Il viaggio del Che fu un’avventura eccezionale, una vera e propria esperienza iniziatica. Attraversando i territori coltivati dai campesinos, Ernesto Che Guevara si rese conto delle condizioni di vita delle popolazioni rurali sudamericane e cominciò a concepire la sua idea di rivoluzione.

Il viaggio ispirò lo splendido film di Walter Selles con Gael Garcia Bernal “I diari della motocicletta” e più tardi il film “Che” di Steven Soderbergh con Benicio del Toro nel ruolo del rivoluzionario argentino.

Ernesto Junior mantiene ancora oggi i contatti con la famiglia di Alberto Granado, amico fedele del padre e compagno di quell’incredibile avventura on the road.

“Amavamo tantissimo Alberto, era una personalità unica e un uomo pieno di umorismo. Era buffo, ironico, ci faceva sempre ridere. Con la sua famiglia numerosa visse all’Avana fin dagli anni Sessanta. I suoi figli sono come cugini per me e per i miei fratelli”.

Un padre che è sui libri di scuola

Quali ricordi del padre conserva Ernesto Junior? “La maggior parte arrivano da mia madre, visto che è scomparso quando ero ancora troppo giovane.

Il punto comune di quel che mia mamma racconta è uno: mio padre era fedele alle sue parole, diceva sempre la verità, esprimeva sempre esattamente ciò che pensava. Non era capace di ipocrisie, i suoi atti erano sempre coerenti con le sue convinzioni.

Da adulto posso dire che in tutta la mia vita ho conosciuto pochissime persone così. Merce rara”.

Cosa significa oggi essere il figlio del Che, a Cuba? “Significa che i libri di scuola che hai studiato traboccano di immagini di tuo padre, significa ritrovarlo sui manifesti e sui monumenti. Significa che molta gente che prende parte alle avventure in moto con la mia agenzia cerca lo spirito di Cuba e Cuba è ancora per molti sinonimo del Che.

Mi sarebbe piaciuto poter includere tra le moto che propongo una Norton degli anni Trenta, la motocicletta con cui mio padre viaggiò per tutta l’America del sud, ma mi è stato impossibile”.

Tutto cambia, persino i sogni

Fidel Castro è scomparso. Dopo Camilo Cienfuegos e il Che, i tre volti più popolari della rivoluzione non ci sono più. Cuba è cambiata dopo la morte di Castro?

La morte di Fidel è stato uno choc per moltissimi cubani. Era inevitabile, siamo cresciuti con la sua immagine.

I veri cambiamenti ci sono stati quando Obama ha alleggerito l’embargo e ha cominciato le aperture verso il nostro paese. Sono stati cambiamenti positivi. Purtroppo oggi il presidente Donald Trump ha applicato nuove misure contro Cuba e questo è davvero controproducente, non solo per il turismo, ma per tutti i settori. Tutto ciò è molto triste”.

Ernesto scuote la testa e guarda l’orizzonte dal lungomare del Malecon, in direzione di quell’America che sta andando all’opposto di quel che avrebbe voluto il padre. Non è un rivoluzionario, ma come il padre, cerca di realizzare il proprio sogno di libertà. Lo fa in sella a una Harley Davidson.

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