Figli all’estero: ragazzi con la valigia e genitori a distanza

Figli all’estero. Giovani con la valigia in mano: partono per studiare o per lavorare all’estero lasciandosi alle spalle le famiglie d’origine, e non si sa se e quando torneranno. Se ne vanno perché sentono la necessità di aprirsi al mondo e di cercare nuove opportunità, soprattutto quelle che ritengono che l’Italia non offra. “Quando è accaduto che in Italia la giovinezza, che dovrebbe essere la risorsa di ogni paese, è invece diventata un problema?” questa è la domanda che si pone Assunta Sarlo nel suo libro “Ciao amore ciao. Storie di ragazzi con la valigia e di genitori a distanza” (Cairo Editore), presentato al Salone del Libro di Torino.

L’autrice parte dell’esperienza personale: “Ho due figli a Londra, la maggiore da cinque anni, il secondo da un anno e mezzo. E ho capito che quello che sto vivendo è un passaggio nuovo e che la mia famiglia sta subendo un cambiamento imprevisto, a maggior ragione dato che viviamo a Milano, città che dal punto di vista delle opportunità è una delle più ricche d’Italia”.

Laptop al posto della valigia di cartone. E l’Italia ci perde

La giornalista milanese ha approfondito il tema intervistando dieci famiglie italiane, da Nord a Sud, con figli all’estero per vivere e lavorare. Dopo aver messo insieme vari dati pubblicati negli ultimi anni, il suo lavoro conferma che quella italiana è un nuovo tipo di emigrazione, dove i giovani non partono più con “la valigia di cartone”, ma con un laptop e una laurea: i nostri expat hanno un alto grado di istruzione e dopo essersi formati qui mettono a frutto la loro cultura ed esperienza all’estero.

L’Italia va così a perdere risorse importanti. “Siamo davanti alla singolare e inedita commistione tra guadagno e perdita – spiega Sarlo – da una parte orizzonti più larghi, desiderio di maggiori opportunità e mentalità più aperta, dall’altra parte la sensazione di vivere in un Paese che non mette a tema a sufficienza la vita e il lavoro di giovani”. Che, come nota l’autrice, non può che essere un Paese “col freno a mano tirato”.

Ogni anno se ne vanno in 130 mila, soprattutto ragazze

Dai dati dell’Anagrafe Italiani residenti all’estero (Air Italia), l’emigrazione italiana contemporanea è diversa dal passato: mobile, fluida, individuale più che familiare. Sono oltre 5 milioni gli italiani expat registrati all’Aire (quindi i dati sono sottostimati, perché non tutti si registrano); di questi, 2 milioni 170 mila vivono in Europa; ogni anno sono circa 130 mila i connazionali registrati che lasciano l’Italia.

Una parte cospicua dei giovani che se ne vanno sono ragazze, in un paese dove le donne continuano ad avere meno opportunità: nella fascia 20-30 anni stanno superando gli uomini.

L’emigrazione dell’emancipazione, appoggiata dalle madri

“Un cambiamento rilevante – sottolinea l’autrice – l’emigrazione delle donne italiane in passato era di tipo familiare, questa è invece l’emigrazione dell’autonomia, l’emigrazione dell’emancipazione compiuta. Sono giovani donne, sono le nostre figlie, che vanno all’estero da sole, non al seguito di nessuno, con un loro progetto. Che sia di studio o di lavoro, è comunque un progetto di vita”.

Un affrancamento spalleggiato dalle donne della generazione precedente, dice Sarlo: “Mi è sembrato di capire che ci sia stato un passaggio di consegne da parte delle madri. Noi donne della generazione cresciuta negli anni Settanta abbiamo passato alle nostre figlie il messaggio ‘Io sono arrivata fin qui, prova tu ad andare più in là’ e ad andare in contesti in cui le carte tra uomini e donne sono meno dispari che in passato, in posti in cui la meritocrazia è più trasparente”.

Partono più laureati che diplomati

E se l’Italia non è un paese per donne, non lo è nemmeno per laureati. Secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), l’Italia è l’unica nazione industrializzata dove la probabilità di trovare lavoro nel breve-medio periodo per i diplomati è superiore a quella per i laureati. La laurea paga ancora sul lungo periodo, ma i giovani con una formazione alta che cercano lavoro, se non vedono prospettive in Italia, tendono a cercarle all’estero.

La responsabilità? Di chi non ha creato le condizioni per restare

Si aprono così nuovi scenari non solo per i ragazzi, ma anche per i genitori, che si trovano ad accompagnarli in aeroporto e “a fare i conti con l’idea che forse i nostri figli avranno una vita non in Italia”, un bilancio che porta anche a considerare di chi sia la colpa di questo esodo. “C’è un sentimento di amarezza: da un lato sentiamo di aver passato ai nostri figli la possibilità di andare, che è un grandissimo regalo – dice Sarlo – un lascito di fiducia ed energia; dall’altra parte, di fronte alla perdita che il nostro Paese subisce, c’è una grande responsabilità nella nostra generazione di non aver creato le condizioni per cui i nostri giovani potessero scegliere più liberamente di restare”.

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