Come fronteggiare i bambini giudicanti

Gentile dottoressa, nella classe di mia figlia che ha 6 anni, ci sono molte bambine giudicanti, ogni giorno un commento, “Ma che gonna ti sei messa?”, “Tu sei piccola”, “Questo non lo sai fare!”. E lei ogni volta ci resta male. Cosa possiamo fare noi genitori per aiutarla a ‘impermeabilizzarsi’ ai commenti senza diventare come gli altri? Grazie, Lorenzo

Caro Lorenzo, non si può negare che l’essere umano, in quanto animale sociale, sia intrinsecamente attento al giudizio che gli altri hanno di lui. Dal momento che il nostro sviluppo psicologico è di natura intersoggettiva, determinato dall’interazione con l’altro, è naturale per noi tenere in considerazione le opinioni degli altri. Questo è ancora più valido per un bambino la cui personalità è ancora in formazione ed è molto suscettibile e suggestionabile. Il bambino costruisce la sua identità non solo sulla base delle influenze familiari, ma anche sulla risposta sociale del gruppo dei pari. Ci sono tuttavia situazioni in cui questa naturale tendenza al confronto diviene così pervasiva da condizionare la serenità del bambino e il suo stare con gli altri e – nella peggiore delle ipotesi – anche la sua salute e il rendimento scolastico.

Per il bambino l’altro va ad assumere un ruolo molto più importante di sé per misurare la sua autostima e le sue relazioni saranno condizionate dalla paura del giudizio negativo. Penso a quei bambini cicciottelli o occhialuti che finiscono il più delle volte per attribuire alla propria condizione fisica la responsabilità di ciò che avviene e a rivolgere verso se stessi la propria rabbia. Come dire: “sono diverso dagli altri ed è per questo che mi prendono in giro”.

Alla radice di questa eccessiva sensibilità al giudizio altrui si nota un atteggiamento del genitore a sua volta molto giudicante, per cui il bambino è abituato a vedersi con gli occhi dell’altro, è ipersensibile al confronto con i pari oppure cerca continue conferme all’esterno delle sue capacità. Altre volte vi è una realtà familiare trascurante che spinge a considerare sempre migliore qualsiasi altra realtà, o ancora un contesto di crescita troppo facile e agiato che impedisce al bambino di imparare a fare una analisi introspettiva delle proprie esigenze e desideri, nonché dei propri limiti. Si sa che all’interno del contesto scolastico i bambini sono naturalmente portati, nel tentativo di conquistare l’attenzione dell’altro e dell’adulto, a esprimere giudizi negativi sugli altri e a fare qualche cattiveria.

Il genitore deve per prima cosa mostrarsi disponibile ad ascoltare e riconoscere i sentimenti del bambino. Per esempio può dirgli: “Immagino tu ti sia sentito offeso, non è bello quando gli altri fanno dell’ironia su qualcuno”. È molto importante inoltre aiutarlo a cambiare prospettiva, ovvero passare da “gli altri mi giudicano” a “mi sento giudicato dagli altri”. Il bambino che è tendenzialmente autocentrato, interpreta anche i giudizi in modo autoreferenziale. Bisogna aiutarlo a comprendere che non è al centro della vita mentale dell’altro come lui pensa, ma solo una piccola parte e che la critica non è solo un indicatore dei suoi limiti, ma anche di com’è fatto chi abbiamo di fronte. È bene spiegare che spesso sono proprio i bambini più insicuri a giudicare, a prendere in giro l’altro per innalzare la loro autostima. Nello svalorizzare gli altri, si illudono di essere superiori a coloro su cui in realtà non fanno altro che rispecchiare i loro limiti. È importante quindi aiutare nostro figlio ad ampliare la prospettiva e a vivere l’esperienza giudicante come un indicatore della personalità dell’altro, delle sue difficoltà e non solo delle proprie mancanze. Ciò aiuta a ridimensionare il potere della critica o dell’atteggiamento negativo, togliendo all’altro lo “scettro del potere”. Il bambino va aiutato a comprendere che ognuno ha dei limiti, anche chi lo prende in giro e lo giudica.

Per proteggersi nei confronti dei bambini giudicanti la prima cosa da fare è mostrare indifferenza o al contrario superiorità e rispondere a tono: “A me piace questa gonna, guardati te con quei capelli…”. Non tanto a gesti, ma usando l’intelligenza, magari ponendogli domande a cui non è in grado di rispondere. In altre parole, bisogna aiutare il bambino a reagire invece che a subire. Ma cosa significa? Far notare all’altro bambino una sua debolezza, non per svalorizzarlo a sua volta, ma per fargli comprendere che ognuno di noi ha delle qualità e dei limiti. Picchiare, fare dispetti, non stimola altro che un accanimento ulteriore; molto meglio una frase secca detta con determinazione che non lascia spazio a ulteriori accanimenti.

[Francesca Maria Collevasone]

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