Citomegalovirus: il test in gravidanza serve davvero?

Il Citomegalovirus è un virus che in gravidanza può essere trasmesso al feto, con danni anche gravi. Il test, eseguito di protocollo su tutte le donne in gravidanza, serve davvero? Ne parliamo con Laura Sartorio, ostetrica

Care mamme in dolce attesa, quanto amaro creano i controlli medici eccessivi durante la gravidanza. Le visite e gli esami devono rispettare i requisiti di tutela della salute, cioè la cura dei sintomi e delle malattie. La medicalizzazione eccessiva, al contrario, deve essere minimizzata. L’obiettivo è preservare la naturalità della nascita, contenere l’ansia ed educare le donne a pensare alla gravidanza come ciò che realmente è: un fatto fisiologico. Ma non sempre è così, come nel caso del Citomegalovirus.

Troppe visite in gravidanza non servono

Gli studi confermano che un eccesso di zelo nei controlli e negli esami, spesso guidato dal problema medico-legale, non è scevro dai rischi. “L’eccesso di esami, visite ed ecografie in gravidanza non sempre garantisce salute e benessere – dice Laura Sartorio, ostetrica -. Per tutelare la salute di mamma e bambino è necessario puntare sull’informazione, l’ascolto, la cura e la prevenzione. Gli attuali dati Istat e l’Istituto Superiore di Sanità (Iss) confermano invece un’eccessiva ed errata medicalizzazione in gravidanza e al momento del parto”.

Il Citomegalovirus (CMV): di cosa si tratta

Il Citomegalovirus è un virus della famiglia dell’Herpesvirus. Si tratta di un’infezione molto comune che rimane latente nell’organismo per tutta la vita e si riattiva in caso di indebolimento del sistema immunitario. “Generalmente l’infezione da Citomegalovirus avviene per via orofecale, con baci, saliva, urine, feci e non dà alcun sintomo. In gravidanza però può essere trasmessa al feto, provocando danni anche gravi. Attualmente non esiste né un vaccino né una cura, ma è possibile valutare, attraverso un esame del sangue, un’eventuale infezione pregressa o recente”.

La percentuale di donne che contraggono l’infezione in gravidanza sta tra lo 0,5 e il 3%, circa 1000 casi all’anno in Italia. In caso di infezione primaria (cioè la prima volta nella vita) circa metà delle donne infette passa l’infezione al feto. La percentuale si abbassa all’1% in caso di reinfezione. “Tra i feti che svilupperanno il virus, il 10% avrà una sequela permanente (sordità, cecità, ritardo mentale) o temporanea (piccola dimensione alla nascita, emorragie al fegato, ai polmoni e alla milza). È impossibile definire i danni conseguenti al virus prima di contrarlo”.

Il test del Citomegalovirus serve davvero?

In Italia il test del Citomegalovirus viene eseguito di protocollo a tutte le donne in gravidanza, spesso senza le dovute informazioni sul virus. Ma si può considerare davvero un test di screening? “Per definizione un test di screening dovrebbe rintracciare una malattia, in modo da curarla o ridurne i sintomi. Nel caso del Citomegalovirus il test non può essere considerato uno screening perché manca lo sviluppo di immunità in caso di prima infezione, non esistono vaccini o cure ed è impossibile definire se e quale danno fetale sia presente in caso di infezione in gravidanza”. Quindi, che fare?

L’ansia da test

L’esame positivo del test genera ansie e paure, che in alcune persone si trasformano sin patologie gravidiche correlate allo stress. “Esistono casi in qui il referto positivo porta addirittura alla richiesta di interruzione di gravidanza volontaria da parte della coppia – continua Laura Sartorio -. Questo accade pur non avendo idea di cosa quel virus potrebbe realmente comportare per il feto. Ecco perché, oggi più che mai, il compito di chi assiste la nascita deve essere la tutela della salute psicofisica delle mamme, delle coppie e dei nuovi nati, con la dovuta intelligenza clinica e prescrittiva”.

Meglio la prevenzione

L’Istituto Superiore di Sanità, in merito al test del Citomegalovirus, consiglia di evitare l’uso di routine. L’invito è a spiegare a tutte donne in gravidanza l’esistenza, le caratteristiche e la prevenzione dell’infezione attraverso l’educazione alle norme igienico-comportamentali riducono il contagio. quali sono? Lavare le mani con acqua calda e sapone prima di cucinare e di mangiare. Lavare le mani dopo ogni cambio pannolino o contatto con fluidi corporei ed evitare di scambiare le posate.

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