La mia famiglia maasai

da | 11 Apr, 2021 | da non perdere, Lifestyle, Persone

Gaia e Ntoyiai vivono in Kenya, nella savana, in una comunità Maasai: da un anno e mezzo sono diventati genitori della vivacissima Naresiai

Vivere nella savana con una giraffa in giardino è il sogno di tanti bambini, e probabilmente anche di molti adulti, soprattutto se la giraffa vive ai piedi del Kilimangiaro. 

Un sogno diventato realtà per Gaia, che ha seguito il proprio cuore senza guardarsi indietro e da 7 anni vive in una comunità maasai del Kenya insieme al marito Ntoyiai. 

Una vita semplice e piena quella di Gaia, circondata dai colori intensi del cielo e della terra della savana. 

Un caso, o il destino

Originaria di Genova, Gaia lascia l’Italia a 19 anni alla volta dell’Australia prima e dell’Inghilterra poi, dove segue un corso di fotogiornalismo.

Arriva in Kenya grazie a una borsa di studio per realizzare un reportage sugli slums di Nairobi. “Avevo qualche giorno libero e sono andata nelle terre dei Maasai per un progetto fotografico personale. Così mi sono presentata a loro per chiedere l’autorizzazione a fare un reportage sulla comunità. Mi hanno subito accolta con un calore inaspettato e ribattezzata Naramatisho, che significa ‘persona che si prende cura degli altri e su cui gli altri possono contare’”. 

Un giorno, come in un film, Gaia incontra Ntoyiai, un guerriero maasai che si occupa di grandi allevamenti di bestiame, e si innamorano. “E così sono rimasta in Kenya ancora un paio di mesi. Non ho deciso subito di trasferirmi, ovviamente, e i primi tempi volavo appena potevo per tornare da lui.

Poi un giorno ho smesso di volare, a causa di una malattia aggressiva – l’artrite reumatoide giovanile – che distrugge le articolazioni, oltre che i sogni. Solo dopo un intervento chirurgico e tanti giorni di immobilità, ho iniziato sorprendentemente a stare meglio: ho preparato lo zaino e senza guardarmi più indietro sono tornata nella terra dove ero stata davvero felice. Ntoyiai era lì ad aspettarmi e per me è iniziata una seconda vita”.

siankiki

L’arrivo di Naresiai

Dopo qualche anno di vita in Ke-nya e un matrimonio celebrato a Nairobi, la famiglia si allarga: il 9 ottobre 2019 nasce la piccola Lily Rose Naresiai.

“Ho vissuto tutta la gravidanza nella nostra casa nella savana e facevo le visite di routine al centro di salute della città più vicina. Non è stata una gravidanza facile, arrivati a 33 settimane i medici hanno rilevato un’insofferenza fetale e mia figlia è nata con parto cesareo all’ospedale di Nairobi. Per fortuna è bastato qualche giorno di terapia intensiva: la mia piccola ha dimostrato da subito di essere una potenza della natura!”. 

In Kenya le donne sono molto incoraggiate a partorire in ospedali o centri medici attrezzati. “Il parto in casa è considerato pericolosissimo – spiega Gaia – in caso di problemi ci si ritroverebbe troppo isolati e il rischio di infezioni dovute all’igiene e alla mancanza di acqua corrente è elevato.

La mia esperienza in ospedale è stata molto positiva: con me non avevo nulla perché ti danno tutto loro, vestono sia la mamma che il bambino. Così nella prima foto scattata insieme a mia figlia indossiamo entrambe una camicia da notte con i dinosauri verdi, ho uno splendido ricordo di quei momenti!

Inoltre, mi sono resa conto che mi sento più vicina all’idea di maternità ‘kenyota’: mentre in Italia gravidanza e nascita sono eventi a mio parere un po’ troppo idealizzati, qui avere un figlio non è nulla di sconvolgente, ma è parte della vita: pensate che mia suocera ha avuto 11 figli! Questo mi ha permesso di vivere naturalmente e senza stress l’idea di diventare mamma”.

Il puerperio tra i Maasai

Secondo la tradizione maasai, la neomamma si deve concedere riposo assoluto per i primi tre mesi, lasciando che le amiche o le donne della famiglia si prendano cura di lei e si occupino delle faccende domestiche. 

I primi due mesi dopo la nascita della piccola Nare, anche Gaia ha potuto contare sull’aiuto della mamma, accorsa per l’occasione dall’Italia. “All’inizio è stato faticoso perché la bimba mangiava tanto, anzi tantissimo, e mia mamma mi ha supportata. Dopo le visite previste per il primo mese di vita siamo tornate a casa nostra, nella savana”. 

Tra i Maasai è usanza comune non uscire dalla propria abitazione per tre mesi, nessun occhio estraneo deve posarsi sul neonato, per proteggerlo da eventuali malattie.

“Rispetto le tradizioni maasai ma non mi sento costretta a seguirle rigidamente quando si tratta di abitudini che non condivido, come quella di privare il neonato della luce naturale. Quindi uscivo di casa appena possibile, senza farmi vedere troppo, e cercavo di portare mia figlia all’aperto quando non avevamo visite o famigliari intorno. Conosco altre ragazze che sono uscite prima del previsto: anche qui, come in qualsiasi cultura, influenze esterne e non solo fanno sì che le tradizioni cambino.  

Ho anche scelto di non rasare i miei capelli e quelli di mia figlia come fanno le donne maasai: per la famiglia di mio marito era davvero strano il fatto che la bambina avesse ancora i capelli della nascita. Ma ora che si sono abituati all’idea e lei ha un vero cespuglio in testa, mi dicono tutti di non tagliarli perché sono bellissimi così!”.

siankiki

Una famiglia “atipica”

Nonostante Gaia inizi a conoscere la lingua Maa, lei e Ntoyai comunicano in Swahili. 

“La lingua non è mai stata un problema per noi – racconta -, parliamo in continuazione, di qualsiasi cosa. Anche laddove ci sono differenze culturali legate alle nostre esperienze di vita, riusciamo sempre a trovare qualcosa in comune”.  

In genere in Kenya le coppie miste scelgono di andare in città o sulla costa. “Noi invece abbiamo scelto di vivere qui: è la terra di Ntoyai e per me ormai la savana è casa. Non so in futuro se ci sposteremo, ma oggi stiamo bene e ci sentiamo liberi di vivere a modo nostro, anche quando dobbiamo andare controcorrente rispetto alla sua famiglia o alla comunità. Ntoyai e io siamo entrambi ‘diversi’ rispetto al mondo al quale apparteniamo e forse è per questo che insieme abbiamo trovato la nostra dimensione. 

Ntoyai rispetta le tradizioni ma non si sente in obbligo di seguirle per forza. Ad esempio il protocollo che precede un matrimonio è lungo e preciso: lui non se ne è preoccupato e da un giorno all’altro ha comunicato alla famiglia che ci saremmo sposati, a Nairobi. 

Non vuole avere una famiglia numerosa, al contrario dei suoi fratelli: quando dice a sua mamma che preferirebbe non avere altri bambini per offrire migliori opportunità a nostra figlia, lei lo guarda incredula. Il figlio unico qui è inconcepibile, e anche a me capita di discutere con mia cognata che ha appena avuto il nono bambino senza poter garantire a tutti di andare a scuola. Con piacere però, vedo che sono sempre di più le giovani coppie maasai che scelgono di limitarsi a due o tre figli. Aumentano le ragazze che riescono a studiare e le cose stanno cambiando”.

Ntoyai è un papà rivoluzionario nel suo piccolo mondo: in genere, tra i Maasai la cura dei figli è compito della mamma e spesso i padri non interagiscono con i bambini fino a che questi non camminano e parlano. 

“Ntoyai ha detto subito che avrebbe voluto prendersi cura in prima persona di sua figlia. Adora cucinare, e oltre alle coccole e ai giochi, si occupa di lei anche in senso pratico, dal cambio del pannolino al bagnetto. Tra lui e Nare c’è un rapporto speciale e credo sia un grande esempio per i futuri padri della sua comunità”.

Lontano dalle comodità

Gaia e Ntoyai vivono in un boma – abitazione tradizionale di fango e sterco – che hanno costruito quando hanno deciso di mettere su famiglia. Per sostenersi, l’attività principale è quella di allevare bestiame.

“Mio marito fa parte della casta dei guerrieri, che sono per tradizione difensori della comunità; molti di loro oggi si occupano di allevamento. Ntoyai  passava tanto tempo lontano per occuparsi dei grandi allevamenti di un politico; così, quando abbiamo costruito il nostro boma abbiamo anche investito in un allevamento nostro, con pecore, capre, asini, tori per la monta, mucche, polli. Li alleviamo per un periodo e poi li rivendiamo. Ovviamente per me era una novità assoluta e ho dovuto imparare tutto: mi occupo della contabilità e insieme cerchiamo di capire il momento giusto per vendere”. 

Vivere in un boma in mezzo alla savana significa rinunciare a molti comfort: niente elettricità, bagno o acqua corrente. “In realtà abbiamo installato dei pannelli solari che producono quel minimo di elettricità che ci serve, anche se può capitare che si rompano. Il bagno è una latrina che abbiamo costruito solo quando ero incinta per evidenti necessità: prima dovevo andare molto più lontano! Ci riforniamo di acqua dai pozzi comuni con taniche che riempiamo abitualmente. È acqua pulita, ma in passato ho avuto problemi di stomaco quindi se posso bevo acqua in bottiglia e quella del pozzo la usiamo per lavare e lavarci”.

Molti associano i Maasai alla povertà, eppure questo popolo è considerato tra i più sorridenti al mondo e vanta un altissimo livello di soddisfazione personale e collettiva. 

“Il senso di comunità li rende un popolo orgoglioso e dignitoso. Non c’è miseria, solo vita semplice: si possiede poco e si condivide tutto, non esiste un confine netto tra il mio e il tuo. Per me non è stato facile e ancora faccio fatica, ma quando ci riesco mi sento più ricca.

La porta di casa deve restare sempre aperta per accogliere gli ospiti in qualsiasi momento della giornata. Famiglia e comunità sono al centro di tutto. A questo proposito, c’è proprio un detto maasai che dice ‘Se sei stai solo diventi pazzo’”.

siankiki

Progetti per il futuro? Essere felici 

La piccola Nare è una bambina vivace; da quando ha imparato a camminare nessuno la ferma più. Vive libera in mezzo alla natura circondata da spazi immensi, gioca con i legnetti e la terra: un paradiso per far crescere un bambino felice.

“Al contrario di quel che si pensi, la savana è un luogo sicuro per crescere un bambino e la regione del paese in cui viviamo noi è considerata ad alta sicurezza. Certo, ci sono la malaria e i virus intestinali, e bisogna fare attenzione. Ma credo che la libertà, il contatto con la natura e con gli animali e la presenza di tantissimi bambini nella comunità siano per mia figlia un’opportunità enorme.

La vedo serena e felice, è questo che conta. A volte mi sembra di vivere in un documentario; qui è normale svegliarsi la mattina e scorgere da lontano una famiglia di giraffe, oppure sentire sotto i piedi la terra che trema per il passaggio di un elefante”.

Gaia vive totalmente il presente, e la sua vita, oggi, è piena di progetti. Da qualche anno insieme a Ntoyai collabora anche con Overland Travels, un tour operator fondato da due ragazze italiane, una delle quali vive in Kenya. Il progetto Terre del Kenya nasce per far scoprire questo bellissimo paese attraverso percorsi alternativi, adatti anche alle famiglie, che prevedono una tappa nella terra dei Maasai. 

Inoltre da poco la coppia ha avviato una nuova attività, che si rivolge anche all’Italia. 

“Adoro i gioielli maasai e li indosso sempre: così ho avuto l’idea di aprire un negozio online – Pamojashop – in cui vendo bijoux tradizionali o tessuti, che realizzo insieme a quattro collaboratrici. A nostra sorpresa le creazioni piacciono tantissimo, sia in Italia che in Kenya, e l’attività è in crescita”. 

Collane e bracciali coloratissimi per far conoscere la cultura maasai fuori dal Kenya, oltre qualsiasi confine. Barriere che Gaia ha saputo superare per prima uscendo dalla propria comfort zone e scegliendo con consapevolezza il proprio luogo nel mondo.  

E se le si chiede qual è la ricetta per intraprendere una scelta così coraggiosa, la risposta è semplice: “Ho deciso di cambiare la mia vita quando ho capito che non avrei avuto altre possibilità per essere felice”.

siankiki

 

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