Lezioni di disobbedienza

Dicembre fiocca. Mese di letterine e obbedienza in extremis dove si riga dritto e si incrociano le dita che il vecchio Babbo ce la mandi buona. Diciamocelo, come genitori l’obbedienza è una manna dal cielo che rende il nostro lavoro più facile e scorrevole, ci culla nell’illusione del controllo e prevedibilità e ci sorprende, colmandoci di genuina gratitudine. Oh, come sarebbe veloce e facile la nostra giornata se ci obbedissero sempre senza capricci e opposizioni. Il lato oscuro della forza – e chi di noi non ha brandito almeno una volta la spada laser di Darth Vader? – è quando la facilità del lavoro di squadra familiare si contrae. “Lo devi fare perché lo dico io. Zitto e ubbidisci”: si traccia in modo ancor più fondo il solco della separazione, noi qui, loro lì e si rompe qualcosa dentro, impercettibile.

Come possiamo raccontare l’obbedienza ai bambini? Come trovare le parole per spiegare che proviamo a guidarli come meglio sappiamo e con gli strumenti che abbiamo? Che anche noi non smettiamo mai di imparare e anche con venti, trenta, quaranta anni più di loro stiamo ancora crescendo? Come raccontiamo – senza fare i furbi – che l’obbedienza si basa sulla fiducia e che chi impartisce le istruzioni lo fa animato da buone intenzioni? Giorno dopo giorno, come genitori cerchiamo di regalare ai nostri figli la consapevolezza che sono loro a scrivere la storia. Che la loro gentilezza e gioia selvaggia, grazia e curiosità, che il loro entusiasmo è quello che fa girare la Terra. Assieme alla loro propensione a fare domande e disponibilità a cambiare quello che non funziona. Come successe a Rosa Parks, sessanta anni fa.

La storia di Rosa
Il primo dicembre 1955 James Blake – autista di autobus a Montgomery, Alabama – si avvicinò a una signora nera di nome Rosa Parks e la invitò a cedere il suo posto a un uomo bianco. Ordinanza cittadina. Erano i tempi della segregazione razziale e la legge era quella di tenere bianchi e neri separati. L’autista aderiva a quel modello ideologico e vi si conformava, in poche parole ubbidiva. Rosa Parks si rifiutò di alzarsi, non perché fosse vecchia o stanca, ma perché era stufa di sottostare a una legge che riteneva ingiusta. Rosa Parks disapprovava l’esclusione come regola e rifiutò di rispettarla perché violava un principio superiore, il rispetto fra gli uomini: se permettete qui ci vivo anch’io. Rosa Parks quel pomeriggio girò una pagina della storia. Rifiutò di alzarsi: si assunse la responsabilità del cambiamento in prima persona – ed era una piccola donna, non l’incredibile Hulk – perché era consapevole che così non si poteva continuare e che quel che non funziona bisogna avere il coraggio di cambiarlo.

Disobbedire per cambiare
La piccola donna nera che quel primo dicembre venne portata fuori dall’autobus è la prova che le persone normali possono diventare eroi e che le rivoluzioni gentili non commuovono, ma funzionano anche. Il giorno dopo iniziò il boicottaggio della compagnia di autobus di Montgomery. La gente andava a piedi. Tutti quanti, neri e bianchi, convinti di poter tracciare una strada diversa e percorrerla con gioia. 382 giorni dopo e con migliaia di chilometri sotto le suole, la Corte Suprema decise che le leggi di segregazione razziale sugli autobus erano anticostituzionali e le abrogò.

La storia continua, come tutti sanno, con un signore di nome Martin Luther King che aveva un sogno e sottolineava l’importanza della protesta non violenta. Contribuì con fermezza al movimento dei diritti civili afro-americani. Rosa Parks ha avuto il coraggio di disobbedire. Nel suo caso la disobbedienza era il coraggio di cambiare quello che non funziona: e non ci piacerebbe insegnare anche questo ai nostri figli?

Buone feste Rosa Parks, signora dei diritti civili. Grazie. Per ricordarci che in alcune occasioni essere consapevoli e presenti e avere il coraggio di scegliere diversamente può cambiare il mondo.

[Chiara Dolza]

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