Il mio bambino è bello o brutto?

Molti neonati sono bellissimi fin dalla nascita e per i genitori è subito amore a prima vista. Ma se il piccolo non è oggettivamente bello come lo si era immaginato o desiderato? I genitori guardano comunque al figlio con uno sguardo di soggettività fatto di amore e di vita che lo rende bello anche quando oggettivamente non lo è. Per alcuni genitori, invece, è il senso estetico oggettivo a prevalere: nonostante – per delicatezza e formalità – i conoscenti si esprimano con frasi del tipo “Che bel bambino che hai!” “Ma che meraviglia”, loro vedono che il bambino non è oggettivamente bello. Bello o brutto. Per le mamme che hanno questa consapevolezza il rischio è quello di sentirsi in colpa: “Forse non vedo la sua bellezza perché non amo abbastanza il mio bambino”. Ed è questo uno dei conflitti più comuni nella psiche della donna: il confronto tra il bambino immaginario e il bambino reale.

Ogni mamma – già a partire dal quarto mese di gravidanza – inizia a sviluppare una rappresentazione interna del bambino, ad attribuirgli una sua personalità, a fantasticare su di lui e a interagire con lui. Durante i nove mesi, il “vuoto” del non sapere come sarà viene colmato da immagini che orientano la gravidanza. Questo è un meccanismo del tutto naturale che viene definito “attaccamento prenatale” e serve a sviluppare una relazione sana tra la puerpera e il neonato.

Tuttavia, al momento del parto, la donna è chiamata a confrontarsi con sentimenti ambivalenti: da una parte la gioia di dare la vita e confermarsi nella propria femminilità, dall’altra il dolore fisico che attiva angosce di rottura della simbiosi con il feto e di danneggiamento del proprio corpo. È il momento del confronto con il bambino reale, spesso molto diverso da come la madre lo aveva sognato. Questo è quanto mai vero per i genitori belli che in quel momento prendono atto che il figlio non è bello come loro, o meglio, come loro se lo erano immaginato. Ne derivano sentimenti di rifiuto e di dubbio: si parla di una ferita narcisistica dell’immagine di sé, che rende poi anche difficile sopportare la fatica di occuparsi di una creatura che non è a propria immagine e somiglianza, ma portatrice di sue peculiarità che con il tempo si evidenzieranno, non solo a livello somatico ma soprattutto nel temperamento e nella personalità.

Come si può trovare bello un neonato con il volto schiacciato dal parto, cianotico o con la pelle arrossata, i peli sul corpo? O forse è di un’altra bellezza che dobbiamo parlare? Di uno sguardo soggettivo che vede nel proprio figlio non la bellezza oggettiva – del neonato o il riflesso della propria bellezza – ma l’espressione di una nuova vita che cerca la sua forma. D’altra parte la percezione di ciò che noi definiamo bellezza altro non è che l’incontro con una soggettività nella quale, in virtù dei sentimenti che suscita in me, io mi posso riconoscere, verso questa bellezza io tendo, proprio grazie allo spazio vuoto che nasce dal riconoscere la sua unicità. In conclusione potremmo dire – attraverso lo sguardo e il cuore delle madri – che spesso i bambini nascono brutti ma poi diventano belli, ciascuno a modo suo, perché la natura cerca la sua peculiare espressione attraverso ognuno di noi.

[Francesca Maria Collevasone]

Iscriviti alla newsletter

X