Non avrei mai pensato di…

Cambiare, crescere, aprirsi a nuove esperienze. Non esiste palestra migliore dell’arrivo di un figlio per sperimentare il cambiamento. “Non sarò mai capace di tenere in braccio un bambino”. Ed eccoci a ninnare e sostenere con la mano la testa minuscola e morbida del nostro bebé. “Non posso pensare di non dormire”. Ma al secondo anno di vita, le notti intere sono un ricordo lontano e, nonostante l’assenza di sonno, ci alziamo forti uguali, pronti per la nostra giornata di lavoro e accudimento. “Non gli darò mai le merendine”. Ed eccoci al supermercato a scegliere col naso all’insù il plumcake al cioccolato e i croissant alla crema. “Non sarò mai come quelle mamme che si spaventano per niente”. Ed eccoci al telefono a chiamare nonni, amici e medici in preda al panico di fronte alla prima influenza. Diventare genitore è un’avventura che cambia le nostre abitudini e i ritmi delle giornate, ma soprattutto che ci obbliga a rimescolare le priorità e ridefinire le convinzioni di sempre. Ci si trova a ridiscutere pensieri su cui si era assolutamente fermi, o d’improvviso ci si rende conto, con grande stupore, che si è fatta una cosa che mai avremmo pensato di fare. Permettersi di cambiare idea è un grandissimo privilegio.

Concedersi qualche eccezione alle regole ci rende umani. Riadattare le regole, è vita. Ecco le storie di sei genitori che hanno fatto qualcosa che mai avrebbero pensato prima.

Anna: “L’ho lasciata piangere”
“Se mi avessero raccontato di una mamma che lascia piangere la figlia quasi un’ora per uscire una sera con le amiche, mi si sarebbe accapponata la pelle. Il pensiero comune vuole che la madre rinunci a tutto, che tutto diventi superfluo, tranne i figli. Finiamo per crederci davvero tutte e tutti, almeno per i primi mesi. Ma per me quella serata non era superflua. A inizio luglio è tornata la mia amica dal Messico, dove sta studiando. Mi manca molto: era tornata alcuni mesi prima, ma avevo appena partorito e non ho potuto godermi il tempo insieme. Adesso era proprio il momento di stare con lei, così mi sono offerta di andarla a prendere in aeroporto, un sabato sera. Effettivamente sono uscita in anticipo per paura di arrivare in ritardo, e dopo una poppata un po’ distratta e affrettata, ho lasciato la mia bimba di quasi 7 mesi a casa con il papà. Mi sono messa in macchina, sola. Lei con il papà passa molto tempo, anche senza di me, ma il momento della nanna è un po’ delicato. È stato molto bello rivedere la mia amica, stare con lei qualche ora a chiacchierare senza distrazioni e interruzioni, a ritmo nostro. Quando sono tornata li ho trovati nel lettone: lui ancora vestito e con i tappi nelle orecchie, la piccola che singhiozzava nel sonno. Il mio compagno mi ha sentito, si è svegliato e mi ha raccontato di un pianto ininterrotto di 45 minuti, che lo ha snervato e costretto ai tappi. Mi si è stretto il cuore a saperla inconsolabile; ma avevo troppo bisogno di quel momento per me, dello spazio mio che ultimamente – comunque con mia grande felicità – si riduce a pochi attimi. Ho sentito quella serata come una coccola, non come un vizio, come un piacere ma anche un’esigenza per il mio equilibrio di donna oltre che mamma. Riprenderei quella macchina verso l’aeroporto altre cento volte”.

Maria: “Concedo la tv anche a tavola”
“Non abbiamo il televisore in casa per scelta. Già prima di avere figli, mio marito e io siamo sempre stati molto selettivi nello scegliere i programmi o i film da guardare, così come i momenti da passare davanti allo schermo. Mai quando si è a tavola, per esempio. Trovo molti programmi poco educativi, alcuni addirittura volgari, e sono convinta che distragga troppo dalle relazioni e dalla comunicazione tra le persone. Ci sono anche trasmissioni interessanti e stimolanti, è vero. Per questo penso che si debba scegliere con criterio e senso critico, senza incantarsi davanti al primo canale o accendere la tv appena si entra in casa. E non esiste proprio tenerla accesa se non la si guarda. Ero abbastanza determinata nel continuare con questa buona abitudine anche con nostro figlio; anzi, a maggior ragione non volevo abusare della tv con lui. Beh, ecco, diciamo che ho dovuto ammorbidire la mia posizione. Spesso la sera metterlo a guardare un cartone animato al computer è l’unico modo per farlo mangiare senza storie e permette anche a noi di stare a tavola tranquilli dopo lunghe giornate di lavoro e commissioni. Certo, gli facciamo vedere solo cartoni che scegliamo, magari anche in inglese, senza lasciarlo alla casualità dello zapping; non glielo permettiamo se c’è gente o se siamo ospiti a casa di amici e parenti. Altrimenti, lo ammetto, non faccio molta resistenza e, anzi, apprezzo quei ritagli di pace che i cartoni ci regalano. Mi giustifico pensando che sia uno strumento come un altro da utilizzare con intelligenza e moderazione, di cui non voglio far uso smodato, ma che può essere molto utile e può facilitare il quieto vivere”.

Ilaria: “Ero convinta di preparare tutto io”
“Amiamo profondamente la natura, andremo a vivere fuori città con l’idea di organizzare una fattoria didattica e sogniamo un grande orto. In linea con questa nostra idea di vita, siamo arrivati allo svezzamento di nostra figlia decisi a preparare noi tutto, dai brodi alle pappe di verdure e merende di frutta, assolutamente contrari agli omogenizzati industriali, di cui ci fidiamo poco. Eravamo contrari perché avremmo voluto che evitasse di alimentarsi con prodotti confezionati almeno i primi mesi, ma un po’ alla volta su qualche cosa abbiamo ceduto! Abbiamo comprato i biscotti per neonati perché pensavamo stesse crescendo poco e cercavamo qualcosa di particolarmente allettante per la merenda: aveva assaggiato un biscotto da una sua coetanea e le era piaciuto, così abbiamo deciso di provare. Poi abbiamo messo nel carrello anche gli omogenizzati di frutta, in particolare di pera, che una cugina, mamma due volte, ci aveva consigliato per la stitichezza, e in effetti hanno funzionato benissimo! In realtà ci riproponiamo continuamente di cucinarle noi la frutta, poi tra una cosa e l’altra cediamo al prodotto già pronto. Ma non ci abbiamo ancora rinunciato e per ora sulla carne rimaniamo fedeli alla linea del non industriale! Pentircene? No. Certamente avremmo preferito riuscire a seguire i nostri propositi, ma abbiamo fatto tre considerazioni: non esageriamo nel propinarle cibi già pronti e variamo spesso la sua dieta; sono comodi e diminuiscono una serie di disagi (tra cui i livelli d’ansia della mamma!) e poi una delle cose che la genitorialità ci ha insegnato è la flessibilità, per cui stiamo imparando a scendere a compromessi con situazioni che mai avremmo immaginato”.

Mariateresa: “Compro tantissimi giochi”
“Devo fare una premessa: da quando sono diventata mamma ho iniziato a pensare che ognuno faccia del proprio meglio per il benessere proprio e della famiglia e anche, da non sottovalutare, per la sopravvivenza. Questo per dire che non mi sento più di giudicare scelte e atteggiamenti, perché tanto poi ci si ricrede quasi su tutto! Io per esempio pensavo che esagerare nel comprare i giochi “non andasse bene”, che viziasse e basta; e invece ora ne compriamo spesso a nostro figlio (compatibilmente con soldi e spazio a disposizione) e ne ha tantissimi! Mi sembrava davvero uno spreco, sì, ma poi ho cambiato idea, a vederlo imparare parole, versi, movimenti o semplicemente a vederlo felice. I giochi li sceglie lui, anche perché non esce dal negozio finché non è convinto, e noi cerchiamo di pilotare l’acquisto quando vediamo che si orienta verso quelli che ha già o che non reputiamo adatti o sicuri. Chissà, forse lo stiamo davvero viziando un po’ su questo, ma va bene così, almeno per ora non mi sento di sbagliare: il gioco è il lavoro dei piccoli, no?”.

Cristina: “Abbiamo introdotto il tablet”
“Io e mio marito eravamo contrari all’uso di strumenti elettronici perché siamo dell’idea che a ogni età vada lasciato un tempo per sviluppare certe curiosità e capacità. Per noi, sia in base alla nostra esperienza con l’asilo nido che a quanto letto su libri di pediatri e psicologi, la primissima infanzia va rispettata nelle sue tappe: prima le abilità motorie e di manipolazione, poi la socialità (dopo i 2-3 anni). Insomma, c’è tempo per mettersi davanti a uno schermo. Ci dicevamo così. Ci sembrava che la tecnologia potesse nuocere alla salute e a uno sviluppo completo di tutte le abilità del bambino. Poi, col passare del tempo, sviluppate le capacità di impilare cubi e costruzioni, di saltare e arrampicarsi, ci siamo sentiti più sereni a fargli sperimentare qualche strumento, anche perché vedeva quotidianamente noi genitori al computer o al telefono, e trovava schermi touch nelle biblioteche per bambini. Per la tv la scelta è stata motivata dalla necessità di intrattenerlo, fermo, durante i frequenti aerosol (fino a cinque al giorno). In quel caso, però, la televisione era limitata al momento dell’aerosol, tanto che nostro figlio era contento di sottoporcisi perché così poteva ritrovare i cartoni animati. Dal confronto con altre esperienze e dopo un viaggio in aereo compiuto ai 3 anni del mio bimbo (che ha comportato due ore e mezzo di volo) a raccogliere pennarelli sotto i sedili altrui, abbiamo pensato che sul tablet avremmo avuto più giochi. E l’idea si è rafforzata valutando che non potevamo farlo crescere fuori del suo tempo. Ci siamo detti che tra uso e abuso c’è differenza, ed è l’abuso che rende dannosi certi strumenti, non lo strumento in sé. Come in televisione si possono vedere programmi indecenti ma anche bellissimi capolavori del cinema o lezioni d’inglese sotto forma di cartoni divertenti, anche tablet e simili possono diventare importanti strumenti educativi. Così abbiamo introdotto il tablet con giochi selezionati da noi genitori e con il wi-fi staccato. Nostro figlio può usare anche lo smartphone disconnesso da Internet e in modalità “aereo” (niente onde), soprattutto in caso di tempi morti, attese lunghe o viaggi. In ogni caso, riteniamo importante che ci sia sempre uno di noi col bambino quando sta davanti a questi schermi. Non mi sento in colpa dopo aver visto mio figlio imparare e ripetere parole nuove e numeri appresi in tv e con un gioco del tablet. Mi sento in colpa solo se questi strumenti tech diventano “sostituto” della mia attenzione carente, se mi trattengo troppo su una mia attività (scrivo, leggo, devo parlare al telefono con un medico o una maestra, stendo sul balcone, mi dilungo in bagno…) e lascio mio figlio lì davanti. A volte capita, per poco tempo, per necessità o per stanchezza, ma mi dico che non sono un robot e che è umano anche non essere sempre al 100%. E poi la sera riprendiamo le belle e romantiche abitudini, con libri di favole, musiche, disegni”.

Catia: “Sì agli sculaccioni quando è necessario”
“Mai avrei pensato di dare uno sculaccione a mia figlia. Mai. Prima di diventare mamma ero consolidata nelle mie convinzioni genitoriali che non lo prevedevano assolutamente. È che io non ne ho mai ricevuto uno da mio padre o mia madre; avevo un carattere docile e loro hanno sempre cercato un dialogo con me e mia sorella, fin da piccole. Oltretutto faccio un lavoro per il quale leggo consigli di esperti sui metodi d’educazione più rispettosi ed efficaci, sull’esigenza dei più piccoli di capire perché no o perché così e quando. Ma Alice ha un carattere davvero particolare, adesso che ha 4 anni, ma anche da più piccola, anzi fin da subito, si è dimostrata una bambina molto determinata, con un carattere forte e una volontà ferrea, e mi sono ritrovata qualche volta a doverle dare uno sculaccione per contenere un suo capriccio. La prima volta aveva 2 anni, eravamo al mare e lei stava facendo una sceneggiata agitandosi nella sabbia tanto da rischiare di farsi male. Era una crisi di volontà e, dopo un’ora di tentativi vani, quello mi è sembrato l’unico modo per fermarla: però sono stata malissimo, con tanti sensi di colpa, soprattutto per non essere stata capace di trovare un’alternativa. Altre volte mi è capitato e mi sono sempre sentita male, delusa per averlo fatto e arrabbiata con me stessa per averle permesso di tirare fuori una me che non riconoscevo. Lo scorso luglio eravamo tutte e due molto stanche, io per il lavoro e lei probabilmente per un anno di scuola. Ci scontravamo su tutto, lei richiedeva al massimo le mie attenzioni, nonostante le dedicassi molto tempo. Per accontentarla ho deciso di passare un’intera giornata con lei; ma dopo quattro ore a girare per parchi giochi, all’ennesima sceneggiata, le ho dato uno sculaccione… e non mi sono sentita in colpa! Probabilmente perché sapevo di aver fatto tutto il possibile ed ero esasperata, forse perché lei stava davvero esagerando, ma ho proprio pensato che fosse necessario! Ora siamo più rilassate dopo le vacanze, ma temo che con il carattere che si ritrova capiterà di nuovo, anche se spero sempre che sia l’ultima volta”.

[Alfonsa Sabatino]

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