Non chiamateli capricci!

da | 14 Apr, 2022 | Libri, Libri, Lifestyle, Pillar, Salute e Benessere, Shopping

Come affrontare queste espressioni di emozioni forti, che ancora chiamiamo “capricci”? Lo spiega Silvia Iaccarino, formatrice e psicomotricista

Ci mandano spesso in tilt, non sappiamo come affrontarli, ci fanno sentire stanchi e inadeguati: sono quelli che comunemente chiamiamo “i capricci” dei bambini.

Per imparare a gestirli in maniera efficace possiamo provare a indossare “lenti nuove”, capaci di farci interpretare in maniera diversa i comportamenti dei più piccoli e di accogliere più facilmente la loro fatica (abbracciando anche la nostra, di fatica).

Abbiamo affrontato l’argomento in una delle ultime dirette Instagram di GG (da non perdere!). Nostra ospite è stata Silvia Iaccarino, formatrice e psicomotricista, fondatrice di Percorsi Formativi 0-6, che su questo tema ci ha dato un po’ di consigli utili e un suggerimento di base: non chiamiamoli più capricci!

Cosa sono i capricci?

Per capire cosa sono davvero gli scoppi di rabbia e il pianto dei bambini, spesso per noi incomprensibili, può essere utile iniziare a definirli in modo diverso. Il termine “capricci” ha, infatti, una valenza negativa che rimanda a un’idea di bambino un po’ datata (quella, per intenderci, con la quale siamo cresciuti noi genitori).

Alla base c’è uno sguardo pregiudiziale, che tende a identificare il bambino con un furbetto che non fa quello che dovrebbe e che noi ci aspetteremmo da lui.

Ecco, allora, i capricci: comportamenti irragionevoli dei bimbi, che se la prendono per cose futili e di poco conto. Chi non si è trovato, almeno una volta, davanti al pianto disperato per aver dato al proprio bambino un biscotto rotto, per esempio?

Più utile sarebbe provare a cambiare punto di vista, intendendo i capricci come espressioni di emozioni provate dal bambino in quel momento, caratterizzate da un’intensità molto forte, ma non solo.

Gli studi più avanzati ci dicono che i comportamenti umani, nei bambini come negli adulti, a tutte le età e in ogni parte del pianeta, sono espressioni visibili della neurofisiologia del corpo. Ovvero, se il corpo è in equilibrio, è naturale che emerga un comportamento socialmente adeguato in relazione all’età. Quando, invece, il nostro comportamento si “disregola” è segno che siamo in affanno e qualcosa non va.

Come svuotare il vaso

Ecco, allora, che può essere utile guardare ai bambini (ma lo stesso discorso vale anche per i grandi) come a dei “vasi” che, nel corso della giornata, si riempiono di tante informazioni, pensieri, attività e stimoli. Il vaso dei bambini è piccolo e si riempie più velocemente, perché la stimolazione sensoriale, il carico informativo e l’elaborazione dei dati ai quali loro devono far fronte sono più impegnativi che per noi.

I capricci, così come le esplosioni di pianto o rabbia improvvisi e apparentemente immotivati, non sono altro che ciò che fuoriesce da quel vaso ormai colmo. Ricordate il biscotto rotto? Eccola la goccia che, a fine giornata, fa traboccare il nostro piccolo vaso.

Prevenire è meglio

Che fare, allora? La cosa migliore è imparare a prevenire acquisendo una maggior finezza di osservazione dei comportamenti dei bambini. È, infatti, attraverso i segnali non verbali che i bambini indicano che il loro vaso si sta riempiendo. Sta a noi cogliere e decifrare questi segnali.

Qualche esempio? Se il bambino cambia sguardo o espressione del volto, si sfrega gli occhi o fa gesti ricorrenti come toccarsi continuamente i capelli, se si immobilizza o inizia a muoversi senza sosta, se è meno stabile nell’equilibrio o comincia a balbettare: queste sono alcune avvisaglie che ci dicono che è meglio iniziare a “svuotare il vaso” prima che la situazione precipiti.

Per farlo, basta poco. Un po’ di coccole, un massaggio, un bagno caldo. Anche occuparsi della casa o innaffiare le piante e aiutare in cucina sono attività che rilassano i bambini, così come tutti i giochi cognitivi come i puzzle e i chiodini, o ancora le attività espressive e creative.

Fa bene, in questi casi, ridere insieme e fare le bolle di sapone, che aiutano a regolarizzare la respirazione e a rilassarsi. Altre attività semplici sono bere un bicchiere di acqua, fare una passeggiata nella natura, leggere un libro o provare a modificare orari e routine.

Primo step: tranquillizzare

Se, però, è già troppo tardi e il “capriccio” è in corso, la prima cosa da fare è assicurarsi che il bambino sia in sicurezza, che non possa farsi male o fare male agli altri. Dopodiché… è bene aspettare che la tempesta passi!

Tanti bambini, quando sono molto arrabbiati, non vogliono essere toccati e comunicare è difficile in quei momenti. Meglio abbassare le luci, spegnere tv e altri dispositivi elettronici e rimanere il più tranquilli possibile, per normalizzare la situazione e provare a trasmettere la nostra calma.

Solo quando il piccolo si sarà tranquillizzato, allora parole e coccole torneranno utili per provare a capire insieme cosa è successo e trovare una soluzione. Quello che sicuramente è inutile, in queste situazioni, sono atteggiamenti da braccio di ferro per provare a trasmettere al bambino regole o insegnamenti sul comportamento che sta adottando.

Ci siamo anche noi!

Ricordate le istruzioni di sicurezza che danno in aereo? Prima di aiutare gli altri con le mascherine per l’ossigeno, è importante aver indossato la propria.

Davanti ai “capricci” dei bambini vale la stessa regola: se siamo i primi a essere in difficoltà, difficilmente avremo la pazienza di gestire la fatica dei più piccoli che, invece, hanno bisogno di avere davanti un adulto “capiente” quando il loro vaso è pieno.

È per questo che alcuni comportamenti dei bambini ci sembrano ingestibili se siamo noi i primi a essere stanchi, mentre in una situazione più rilassata siamo in grado di affrontarli perfettamente.

Ecco perché è fondamentale prenderci cura di noi imparando per primi a decomprimere e a essere indulgenti con noi stessi, accogliendo fatiche che sono più che normali e condivise e non aspettandoci la perfezione né da sé né dai bambini.

Il capriccio ci coglie in un momento nel quale proprio non ce la facciamo a gestirlo con calma? Chiediamo aiuto all’altro genitore o, se siamo da soli, accettiamo questa fatica, rimaniamo vicini al bambino e… lasciamo che passi.

I terribili 2: realtà o leggenda?

È importante, infine, imparare a distinguere i “capricci” da quella che è la sana opposizione dei bambini, fisiologica nelle varie tappe del processo di crescita. Per esempio, verso i 18 mesi (quando scattano quelli che spesso vengono definiti i “terribili due), i piccoli cominciano a costruire la propria personalità dando forma a se stessi in maniera più significativa. In questo processo cercano una strada per capire chi sono.

Tutto ciò necessità anche di “No” detti con fermezza: la costruzione di sé, infatti, non può che avvenire per opposizione agli altri. Teniamo anche presente che spesso i bambini dicono tanti no quanti ne ricevono: se sono i primi a sentirsi continuamente dire no da noi, per imitazione faranno lo stesso.

Per approfondire

Le dodici strategie rivoluzionarie per favorire lo sviluppo mentale del bambino”,
di Daniel J.Siegel e Tina Payne Bryson, Raffaello Cortina Editore.

 

Articolo realizzato in collaborazione con 

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