Caterina e le primavere

Caterina resta sempre incantata dalla rinascita della salvia sul balcone, in primavera. Dove per mesi ci sono stati monconcini di rametti nudi, ora appaiono decine di foglie morbide che diventano ogni giorno più grandi. La salvia non si dimentica mai di essere salvia, l’inverno non le mette insicurezza o dubbi: attende con pazienza di mostrarsi al mondo, ancora e ancora, con la forza della ciclicità, mentre l’aria si fa tiepida e il sole caldo. La natura rinvigorisce, anche nel Figlio Piccolo spuntano i noti desideri primaverili, che ogni sera lui culla prima di dormire e declama a colazione: “Mami, è ora di mettere in strada la bici!”, “Prendiamo lo skate?”, “Quando si va a giocare a calcetto?”.

Anche Lassù, tra le vette, le giornate si allungano e si scaldano e l’Atleta – fidanzato a distanza di Caterina – ha ritirato gli sci in garage e via, è corso a lavare la moto. Velocità e vento, curve e pieghe, casco e guanti sono le costanti della sua vita, ma da maggio in poi al posto delle lamine, ecco le ruote e, con loro, i weekend che Caterina adora, a girare insieme per le colline, verso posti nuovi, mentre le ore scivolano luminose e frizzanti come un calice di prosecco. Tutto uguale all’anno scorso, a quello prima e con il desiderio che il prossimo tutto si ripeterà così, con il profumo di glicine che inzucchera le strade.

Caterina, dal canto suo, onora la propria natura prenotando un viaggio per Parigi, comprando un paio di sandali bianchi e neri e un gelsomino, che mette sul balcone. Ma nel dolcemente prevedibile vivaio in fiore che è la famiglia allargata di Caterina, c’è un tipo di essere vivente che, quest’anno, più che una rinascita, sta vivendo una metamorfosi: è il Figlio Grande, che sembra non amare più le stesse cose di sempre; Caterina gli dice “bicicletta!” o “skate” o “gelato” e lui la guarda come se fosse di vetro, fissando un punto remoto dietro di lei. Quando poi il bambiragazzo è di buon umore e sono a spasso con il gelato e tutto sembra ancora nella zona gaia dell’infanzia, le dice solenne: “Mamma, io so guardare il niente!” e fissa quel punto, nel vuoto, tra la luce e l’ombra, Caterina deglutisce l’inquietudine dando la colpa al gusto limone e ridono. Certe notti, invece, il Figlio Grande si ritira nei suoi quattromila metri di solitudine – “È inutile, nessuno mi capisce nessunoooooo!” -, un’altitudine ghiacciata, impervia, che sfida le capacità di scalata emotiva di Caterina. Lei dopo aver tentato tutto ciò che può e che teme non basti, esce sul balcone. Non ci sono stelle. Respira profondo: il gelsomino le ricorda la notte in cui scelse il nome del Figlio Grande; mancava un mese al parto. Sospira. Il suo bambino ce la farà, a lasciare anche il ventre caldo dell’infanzia, per il mondo ignoto dell’adolescenza? Sarà doloroso come allora, o di più, si dice, ma ancora una volta lui si muoverà verso la Vita, verso una nuova tappa, e lei con lui, a una distanza diversa, ma sempre con tutto il cuore.

[Marina Gellona]

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