Dall’Italia all’Albania

Questa è la storia di una famiglia, quella composta da mamma Paola, papà Andrea, Lucia di 3 anni e Walter di 1 anno e mezzo. Ma è anche la storia di un viaggio al contrario, per così dire, perché parla di un’emigrazione che segue una rotta inversa rispetto a quelle che siamo abituati a sentire. È un viaggio che dal Piemonte porta all’Albania: un viaggio che (per ora) si è concluso, ma chissà che un domani non riprenda.

Da Ingria a Kodovjat
Qui c’erano Ingria, un paese della Valle Soana, e un’associazione, Mom’s mamme on line, di cui Paola è orgogliosa creatrice e presidente, le famiglie e gli amici, ma non il lavoro. Finché da un vecchio titolare non arriva un’offerta per Andrea: un posto da alpinista rocciatore in Albania per la stagione estiva. Il distacco doveva durare quattro mesi: “Troppi per separare la famiglia in un momento in cui Walter iniziava a camminare e Lucia a togliere il pannolino. La famiglia doveva rimanere unita” – racconta Paola. E così il 12 aprile Paola, Andrea, Lucia e Walter hanno preso un volo, il primo per i più piccoli, con scalo a Roma e destinazione Albania, per la precisione Kodovjat, nel distretto di Gramshi, provincia di Elbasan, un piccolo paese rurale. Andrea era già partito per iniziare il lavoro, organizzare il trasferimento e occuparsi della parte pratica e burocratica dell’avventura. In realtà la parte strettamente burocratica si è ridotta all’osso, le pratiche per affittare la casa (la più carina di tutte!) si sono limitate a una stretta di mano e nessuna caparra. Quindi il rientro di Andrea per tre giorni, il tempo di far le valigie e tutti dritti all’aeroporto. La partenza è avvenuta con nelle orecchie la descrizione del paese dove sarebbero andati ad abitare: “Qui a Kodovjat non c’è nulla, è un paesino con le galline libere, gli asini, poche case, quindi non aspettatevi niente!”. Insomma, non avevano aspettative particolari su ciò che vi avrebbero trovato. Attraverso il gruppo Facebook dell’associazione, intanto, c’era stato un contatto con una mamma che si era dovuta trasferire a sua volta in Albania, quindi qualche chiacchiera e molte rassicurazioni, specialmente su questioni come l’assistenza sanitaria, assicurazioni, presidi medici, insomma tutto ciò che a dei genitori con bambini piccoli serve per stare più tranquilli. La partenza è avvenuta con grande serenità, “non avevamo particolari preconcetti sul posto in cui saremmo stati, né sulle persone che avremmo potuto incontrare, anche se da più parti molti ci mettevano in guardia. Paradossalmente i più favorevoli al nostro viaggio sono stati i nonni che, sebbene un po’ preoccupati dalla lontananza, non hanno boicottato la nostra decisione”.

La realtà? Meglio delle aspettative
“Quando sono arrivata lì l’impatto è stato davvero inimmaginabile. Ma in termini positivi; mai avrei potuto ipotizzare tanta accoglienza e serenità! La serenità è stata forse la cosa che maggiormente mi ha colpita, siamo arrivati, abbiamo aperto la porta ed ecco che immediatamente ci siamo sentiti a casa”. Il viaggio che doveva durare quattro mesi si è però concluso prima del previsto: “Purtroppo, per questioni burocratiche, il nostro viaggio è durato un po’ meno di quanto sperassimo. La cosa buffa è che in un periodo in cui in Italia si sente tanto parlare di immigrazione clandestina, i clandestini abbiamo rischiato di essere noi, e per di più in una terra da molti vista in maniera negativa”. Il problema era dovuto al fatto che in Albania è necessario fare richiesta per il permesso di soggiorno entro trenta giorni dall’arrivo, altrimenti è valido esclusivamente il visto turistico, che dura tre mesi. Scaduti i quali, Paola e Andrea hanno rifatto i bagagli e sono tornati a casa. Sono però stati tre mesi indimenticabili: “La nostra casetta era una delle più belle della zona, un alloggio accanto alla strada principale del paese, con di fronte il bar, un negozio molto fornito e l’ambulatorio medico. A pochi passi c’erano la scuola e il municipio. Andrea usciva presto per andare in cantiere, e noi tre ne abbiamo approfittato per esplorare il paese. La cosa fantastica era vedere la naturalezza con cui i bambini facevano amicizia e conoscenza con gli altri bimbi. Nessuna diffidenza, solo tanta curiosità e voglia di conoscersi. Anche da parte degli adulti. Io quasi sempre venivo invitata dai vicini e dalle signore del paese a prendere un caffè (lì si beve il caffè turco). Non tutti parlavano italiano, ma alla fine riuscivamo sempre a capirci. Se ci vedevano in difficoltà, qualcuno pronto ad aiutare c’era sempre”.

La semplicità del quotidiano
L’unico dubbio emerge alla domanda: qual è il ricordo più bello di questa avventura? “La sola risposta possibile per me è ‘tutto’. I ricordi si rincorrono”. Lì la vita era scandita da ritmi semplici, veri. “Ricordo le uova fresche che la vicina mi lasciava per i bambini o le lenzuola pulite che mi hanno portato al nostro arrivo, i dolci che ci regalavano per la merenda, le bambine più grandicelle che volevano aiutarmi nelle faccende domestiche, quelle che si offrivano come babysitter di Walter e che lo portavano a spasso, i bambini che portavano i miei a vedere le galline e gli altri animali, chi mi portava il latte appena munto, le nonne degli amichetti che mi regalavano verdure e formaggi, i pomeriggi passati a fare il bagno al fiume, la vicina che prima di tornare in Germania mi ha regalato dei vestiti per Walter e Lucia, le signore anziane che come delle nonne non facevano mai mancare una carezza ai miei piccoli. Le prime parole in albanese di Lucia, gli abitanti del posto che in nostro onore hanno voluto imparare qualche frase in italiano. Ogni volta che ci penso mi commuovo”. Il racconto è quello di una vita semplice ma sempre diversa, mai una giornata uguale all’altra. “Nella pratica di tutti i giorni ci siamo adattati a un po’ di cose, come imparare a usare la lavatrice con le scritte in greco, a preparare il caffè alla turca e le prugne sciroppate. I bambini non erano ancora in età da asilo, per loro è stata una vacanza. Io paradossalmente ero meno stanca e stressata lì di quanto non lo sia quotidianamente qui. Anche se lontani dalle nostre famiglie potevamo contare sul sostegno di un’intera comunità”.

La vita in Italia
Il rientro è avvenuto un mese prima del previsto, quindi a malincuore, e con il groppo in gola. “Non eravamo pronti, non era ancora il momento. Lì non c’era nulla, ma in realtà per me c’era tutto”. Questo “tutto” è fatto di tante piccole cose piacevoli, come mangiare i semi di girasole passeggiando, vivere senza l’orologio, gli alberi in fiore, il muggito delle mucche fuori dalla finestra, la gente perennemente col sorriso in volto, le case con le porte aperte come a dire “benvenuti”. “Ci siamo portati dietro la consapevolezza di aver trovato una seconda e grande famiglia, di aver respirato il senso più vero della comunità, di aver stretto rapporti che, anche se a distanza, rimarranno”. Il rientro è stato brusco, un duro tornare a scontrarsi con una vita frenetica, dopo aver apprezzato i dolci ritmi albanesi. Adesso le novità da affrontare sono qui: la scuola materna per Lucia, un nuovo lavoro, i nuovi progressi di Walter, ma il desiderio di tornare a Kodovjat è più forte che mai, “anche solo per una vacanza, anche solo per pochi giorni, ma vogliamo tornare là. Il nostro cuore sarà per sempre legato a quella terra, non so se riusciremo in un futuro a stabilirci lì, ma non la vedo come una cosa impossibile, anzi! E questa esperienza ci ha insegnato molto non solo sull’Albania, ma soprattutto su di noi: abbiamo capito che sappiamo adattarci, che uniti noi quattro riusciamo ad affrontare anche cambiamenti grandi e se mai ci dovesse capitare un’altra avventura all’estero, siamo pronti, basta solo preparare le valigie!”.

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