Il mondo è il mio quartiere

Ci sono genitori che si preoccupano per un trasloco a pochi chilometri di distanza e altre famiglie che girano disinvolte e serene spostandosi da un continente all’altro, famiglie il cui quartiere è il mondo intero, un quartiere vario, fatto di lingue, culture, usi e abitudini diversi, un quartiere che però è sempre casa: per viverci bene basta stare insieme. “Ci siamo conosciuti in Senegal, ora viviamo in Etiopia dopo aver abitato a Londra, in Zimbabwe, in Kenya e in Vietnam, ma la nostra vita è molto più tranquilla di quel che ci si immagini: in ogni Paese in cui ci trasferiamo ricostruiamo la nostra casa, la nostra vita di famiglia, le nostre piccole abitudini quotidiane”, raccontano Micol e Loris, genitori di Ananda, 8 anni, e Agata, 6. “Sono medico e subito dopo la laurea sono partita con un’organizzazione non governativa per coordinare progetti nei Paesi in via di sviluppo. Quando Loris e io ci siamo sposati vivevamo in Zimbabwe ed è lì che sono rimasta incinta – dice Micol -. La gravidanza è stata molto serena, ero seguita, benissimo, da una ginecologa inglese, giravo molto per seguire il mio progetto, il monitoraggio era blando, rilassato, pochi esami, poco stress, in fondo stavo benone. Uno choc tornare in Italia all’ottavo mese, andare da un ginecologo italiano, con i suoi mille esami e le mille raccomandazioni. Ho seguito un corso preparto e le compagne di pancia erano preparatissime, sapevano tutto della gestazione. Io ero stupefatta, e dire che sono medico… Mi sembrava di essere atterrata in un mondo sconosciuto, a volte angosciante. C’è da dire che tutto il commercio, il marketing, che gira intorno alla gravidanza in Zimbabwe proprio non c’è. Ananda è nata in Italia e quando aveva due mesi siamo tornate in Africa, in Kenya. Dopo circa un anno Loris è partito per la Cambogia dove ha lavorato per sei mesi, io nel frattempo ero incinta di Agata: seguita da un ginecologo indiano ho avuto un’altra gravidanza serena, ma naturalmente più faticosa, essendo sola con una bimba piccola. Per fortuna i miei genitori sono venuti a darmi una mano e stare un po’ con noi. Anche Agata è nata in Italia, ma questa volta mi sono rivolta direttamente a un’ostetrica: la gravidanza non è una malattia e, se tutto procede bene, essere seguite da un’ostetrica in fondo è anche meglio. Ci siamo poi trasferiti a Londra un anno per studiare, da lì Loris è partito per il Vietnam dove ha avviato una nuova missione e cercato casa. Ab- biamo vissuto a Hanoi per due anni e da lì ci siamo traferiti in Etiopia dove viviamo da tre anni”. Aggiunge Loris: “Nonostante, o forse proprio a causa di tutti questi viaggi, siamo una classica famiglia italiana tutta pizza e pastasciutta!”.

Vita in Etiopia

“Siamo stati fortunati a trovarci, spesso nella coppia solo uno dei due fa questo lavoro e per l’altro può essere frustrante – dice Micol -. Noi invece facciamo lo stesso lavoro, ma non sempre riusciamo a trovarlo nello stesso Paese. Così ci siamo messi d’accordo: a turno uno dei due si cerca il lavoro e l’altro lo segue, la volta successiva tocca all’altro. Il lavoro principale deve garantire tre certezze alla famiglia: comodità dei voli aerei, assicurazione sanitaria e scuola per le bambine. In Vietnam lavorava Loris e io facevo piccole consulenze. Qui in Etiopia lavoro io, come medico per CCM – il lavoro più bello del mondo, devo ammettere – e Loris ne approfitta per studiare Gestione ambientale, un master a distanza all’Università degli Studi Orientali e Africani di Londra”. “Ad Addis Abeba facciamo la vita degli espatriati, una parola che non ci piace molto ma è abbastanza inevitabile – racconta Loris -. Vivendo all’estero mancano la famiglia e gli amici di sempre, ci si crea una comunità di amici che fanno magari lo stesso lavoro e con cui si instaurano rapporti stretti. Facciamo le cose che fanno tutte le famiglie, le bambine vanno a scuola, andiamo insieme a fare la spesa, andiamo a spasso, il weekend si fa qualche gita. Certo, l’Etiopia è un paese in via di sviluppo, mancano strutture come biblioteche, parchi e piscine, ma ci sono comunque spazi di aggregazione. Anche se in casa siamo italianissimi, cerchiamo comunque di avvicinarci alla cultura locale e ci fa molto piacere che le bambine abbiano amici etiopi, cerchiamo di partecipare agli eventi pubblici, conoscere la città e il paese, il suo cibo squisito, la sua cultura. È un paese bellissimo, con una storia e una cultura antiche e interessanti, ci sono forti e chiese, pitture rupestri e castelli, ma anche una natura meravigliosa come l’affascinante depressione della Dancalia e le cascate del Nilo Blu. Addis Abeba è a 2400 metri di altezza, il sole picchia di giorno ma la notte fa freddo. D’estate piove per quasi tre mesi e noi cerchiamo di scappare in Italia, perché ci spiace tenere le bimbe chiuse in casa in Africa quando in Italia c’è un tempo bellissimo”.

Le borse di Babbo Natale

“La difficoltà più grande per un genitore che vive in un paese in via di sviluppo è senz’altro l’incertezza sanitaria – prosegue Micol -. Quando le bambine stanno male io mi dispero perché non c’è un 118 da chiamare e un pronto soccorso super attrezzato dove correre in caso di un’emergenza. Così, spero solo che non ci sia mai un’emergenza! Per fortuna intorno a CCM ruota un gruppo di volontari medici: c’è ad esempio un pediatra di Volpiano a cui possiamo rivolgerci in caso di necessità. Qui, come negli altri Paesi in cui siamo stati, la cosa più importante è la rete di conoscenze. Io, come medico italiano, sono punto di riferimento per molti italiani qui, e, a nostra volta, appena giunti nella nuova destinazione cerchiamo subito di creare la rete trovando i contatti giusti, quelle 4-5 persone che puoi chiamare dovesse succedere qualcosa. In casa non c’è acqua potabile e quando torniamo in Italia ci fa grande tenerezza vedere il gusto con cui le bambine bevono ‘a canna’ dal rubinetto o dalle fontanelle. Quest’anno ci è capitato di restare senza acqua corrente in casa per cinque settimane e uno non si immagina neanche come sia faticoso vivere senz’acqua; quando è tornata le bambine mi hanno chiamata al lavoro per annunciarmelo trionfalmente, piene di felicità. Il black-out è la norma e le bambine si arrabbiano perché spesso interrompe la visione del cartone animato serale. Ma per il resto ci si adatta a tutto e il paese è meraviglioso”. “Le bambine vanno alla scuola inglese perché ci dà maggiore libertà per la prossima destinazione. Ad Addis Abeba una scuola italiana c’è, ma chi lo sa se la ritroveremmo nella nostra prossima tappa? – racconta Loris -. I nonni materni vengono spesso a trovarci, ogni anno arrivano con le borse di Babbo Natale, che sono poi tutti i prodotti italiani che ci mancano di più, dalla Nutella al salame, cose che magari qui si trovano ma costano carissime. In generale la nostra è una casa sempre aperta agli amici, un tentativo di far famiglia dove si è, perché la nostra vita, inevitabilmente, ci sradica un po’. Il Natale per il momento lo abbiamo festeggiato qui, ma ora le bambine vorrebbero vedere la neve, che ancora non hanno mai toccato. In Italia ci passano ogni estate e a loro piace tantissimo: appena atterrate amano ripetere gli stessi rituali, per prima cosa in edicola con la nonna a comprare gli Scoobydoo. Poi a fare la spesa al supermercato, che a confronto con i negozi etiopi sembra un luogo di gran lusso, con tutte le luci, i colori e gli scaffali pieni di prodotti. E per finire si va a cena fuori a mangiar la pizza”.

Happy leaving day

“Ci sentiamo privilegiati a fare il lavoro che facciamo, che è appassionante e bellissimo, ma ci manca un po’ una casa davvero nostra, una di quelle in cui man mano accumuli le tue cose e pian piano costruisci la tua vita – dice Micol -. Ogni tanto entriamo in crisi: facciamo bene a crescere le bambine in modo così girovago? Ma sono proprio i nonni a rassicurarci: ‘La casa siete voi quattro, le bambine sono felici’. E in effetti sono bambine serene e solari e noi quattro, come famiglia, siamo unitissimi, forse perché siamo il nucleo stabile che si sposta. Ogni tanto le bimbe ci chiedono ‘dove andiamo la prossima volta?’, ma con curiosità, senza patemi. Sanno che quando si cambia casa le loro cose viaggiano con noi: abbiamo quattro pacchi, uno per ciascuno, che girano sempre con noi, i nostri copripiumoni sono le prime cose che srotoliamo quando arriviamo a una nuova destinazione e che ci fanno sentire subito a casa, insieme a un quadro, delle fotografie, i giochi e i libri preferiti. Quando si parte si lasciano tante cose dietro di noi, ed è anche bello farlo: le bambine possono scegliere a quale amico regalare la bicicletta o il peluche. Adesso sanno che si riparte tra un anno e hanno già iniziato a decidere a chi lasciare cosa”. “Arrivati in Etiopia temevamo che facessero confronti con il Vietnam e provassero nostalgia; lì in effetti avevamo una casa grande e accogliente, il paese è bellissimo e affascinante, ma non ci hanno mai detto ‘era meglio lì’ – raccontano -. Abituarsi a lasciare è un aspetto della nostra vita, lasciare oggetti, case, amici, è un percorso anche quello, non facile, ma ce la si fa. Il trasloco è sempre anche l’occasione di ricominciare. Abbiamo una tradizione inaugurata a Londra e da allora sempre rispettata: The Happy Leaving Day. L’ultimo giorno prima della partenza si saluta il paese, si salutano gli amici, c’è un regalo speciale per le bambine. Una sorta di rituale che conforta nel difficile momento dei saluti, aiuta ad affrontare meglio il distacco e apre la porta al nuovo mondo. Il lavoro dell’operatore umanitario è complesso, noi due non ci vediamo ancora dietro a una scrivania in Italia, ma forse a un certo punto dovremo dire basta. Cosa faremo nel futuro? Lo vedremo, tutti e quattro, insieme”.

CCM – Comitato Collaborazione Medica

Il Comitato Collaborazione Medica si impegna a sostenere progetti di sviluppo per tutelare e promuovere il diritto alla salute rivolgendosi alle popolazioni più povere del mondo. Il CCM nasce nel 1968 e nei suoi oltre 40 anni di attività ha sviluppato 170 progetti per il diritto alla salute. Le sue linee di intervento si svolgono attraverso progetti di cooperazione internazionale sanitaria, programmi di educazione alla cittadinanza e formazione sanitaria, attività di promozione di politiche eque, azioni di tutela della salute di migranti e persone svantaggiate. A oggi è presente in Burundi, Etiopia, Uganda, Sud Sudan, Kenya, Somalia e Italia. Nel 2011 ha lanciato la Campagna Sorrisi di madri africane che mira a garantire entro il 2015 assistenza durante gravidanza e parto a 200 mila donne e cure e vaccinazioni a 500 mila bambini. www.ccm-italia.org

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