La (semplice) vita di un papà funambolo

Andrea Loreni, classe 1975, nato a Torino, occhi azzurrissimi, barba molto lunga, laurea in filosofia teoretica, di professione: funambolo. Un papà che ha fatto dell’equilibrio la sua professione

C’è chi fa dell’equilibrio la ricerca di una vita. Chi non si accontenta di stare su un piede a saltellare. Chi cerca il vuoto e poi lo cerca ancora. Guardare Andrea camminare sul filo, sospeso ad altezze da brivido, sembra la cosa più naturale del mondo. Sarà che da oltre dieci anni lui si dedica a questo: camminate su cavo a grandi altezze.

Funamboli si nasce o si diventa?

“Si diventa, addentrandosi nell’ignoto – risponde Andrea -. Io ho cominciato a fare spettacoli in strada, poi non mi bastava e ho teso una corda di canapa tra due alberi. Ho iniziato a cadere, sbattere, tagliarmi, poi piano piano ho imparato a mettere il mio corpo su quella corda. Ho imparato che una corda di canapa tesa a mano è diversa da un cavo di acciaio teso da un paranco a filo passante. L’esperienza affina la sensibilità e la conoscenza. Soprattutto ho provato a fare, un passo dopo l’altro”.

L’attrazione verso il vuoto, Andrea l’ha avuta fin da piccolo: non con la volontà di sfidarlo, ma come dimensione nuova e diversa di conoscenza. Che cosa significa per te fare il funambolo di mestiere? “Seguire la mia strada e nello specifico una strada pericolosa e spaventevole, che però porta dritto all’essenza. Significa essere nudi e se piove bagnarsi. Perché sul cavo, una volta partito, è più difficile tornare indietro che andare avanti. Essere funamboli significa per lo più gestire il disequilibrio”.

Camminare nel vuoto

Andrea ha camminato sopra l’acqua o immerso nel verde delle montagne, per il cinema e la televisione, in piano e in pendenza, in silenzio o accompagnato da suoni che hanno vibrato insieme alla corda. Ha percorso chilometri su un cavo teso nei cieli di numerose città italiane: Torino, Roma, Venezia, Firenze, Genova. Ha camminando nei cieli della Svizzera, della Serbia, in Israele e lo sopra il lago del tempio Sogen-ji in Giappone.

Nel 2011 ha stabilito il record italiano nei cieli di Pennabilli, in Romagna, percorrendo 250 metri a 90 metri di altezza tra i colli di Penna e Billi. Nella Rocca Sbarua, in provincia di Torino (che si chiama così perché è la rocca “della paura”) ha passeggiato a 160 metri da terra.

Cosa provi a camminare nel vuoto? “Paura, libertà, presenza, una densità rara di emozioni. E poi nel vuoto, all’improvviso, si manifesta la perfezione assoluta nel silenzio totale. Lì c’è la nostra essenza, la nostra libertà; il resto sono vestiti”.

Nella leggerezza di Andrea non sembra esserci differenza tra lo stare in terra o in aria. “Il rischio di camminare in aria rende veri i passi. Solo con passi veri possiamo camminare in altezza sul cavo. Per terra possiamo anche procedere per passi falsi. Apparentemente non c’è rischio a fare questi passi falsi se non stai in alta. Ma dico apparentemente, perché a dire il vero camminare così ci allontana dall’autenticità e comporta il rischio di una vita non autentica. Se non siamo qui, presenti, dove siamo? La vita è in ogni passo fatto”.

Faccia a faccia con la paura

Ma non hai paura? “Eccome se ce l’ho – risponde Andrea -. Fare il funambolo in altezza non è come praticare sport estremo. Non è la voglia di sfidare o di sentirsi invincibili. La paura non si vince, la paura ha già vinto, per questo io non la combatto, cerco di accoglierla gentilmente. Con la mente e con il corpo”. Così, la paura, senza volerla padroneggiare, diventa una saggia consigliera. Andrea cammina con consapevolezza stando sul passo presente, senza guardare avanti e neanche indietro. La paura, per Andrea, diventa punto di forza.

L’allenamento quotidiano

Per fronteggiare il nuovo e il vuoto Andrea si allena costantemente, ma non essendo possibile a riprodurre le altezze vertiginose e le lunghezze stancanti degli spettacoli durante gli allenamenti, sa che deve imparare a gestire ogni volta qualcosa di nuovo. “Ogni volta è la prima volta – dice -. Per questo mi alleno ad avere un corpo flessibile, esercito la grazia più che posso, per essere morbido e accogliente con respirazione, allungamento, meditazione”. Già, la meditazione. Andrea da oltre dieci anni pratica meditazione Zen. L’intuizione dell’assoluto avuta camminando a grandi altezze lo ha avvicinato a questa pratica, che approfondisce in Giappone.

Dal legame tra funambolismo e meditazione è nato un progetto e poi un documentario dal titolo “Any step is a place to practice” realizzato grazie a una campagna di crowdfunding. “Il mio non è solo mentale, però. Si basa innanzitutto sul corpo. Sono i piedi che mi portano dall’altra parte del cavo, non la testa”.

La formazione

Andrea vive di spettacoli e performance, ma non solo. Il suo studio e la sua esperienza, la sua costante relazione con la paura e con il rischio, lo hanno portato a diventare un formatore. “Racconto a manager, dirigenti, commessi e impiegati come lavorare bene sotto pressione – spiega -. Che siano speech teorici, pranzi o laboratori esperienziali le aziende li amano perché migliorano le prestazioni, affrontando tanti temi: cambiamento, la paura, la ricerca della concentrazione e la capacità di lavorare sotto pressione. Il funambolismo racchiude simbolicamente tutto questo. Nelle traversate del funambolo a ogni passo tutto cambia. Sul cavo si gioca con il disequilibrio, cercando di danzare fino ad arrivare in fondo. Ma soprattutto sul cavo il funambolo sta bene, in armonia con il tutto”.

Una vita da funambolo

La domanda nasce spontanea: come si vive da funambolo? “Normalmente, cercando anche per terra la grazia necessaria sul cavo. Lo Zen per me è nella vita di tutti i giorni: si tratta di allungare il respiro e svuotare la testa dai pensieri. Nel concreto mi godo ciò che ho: una moglie e una bimba favolose. Cerco di passare molto tempo con loro, immerso nell’amore, che è la condizione più adatta per accogliere ciò che arriva. Quando ami sei gentile, sei morbido, respiri bene e hai il corpo rilassato. Pensate alla tenerezza che c’è quando abbracciamo un bambino. Quella tenerezza è uno stato di grazia che ci libera dalle sovrastrutture. Nella vita di tutti i giorni cerco di essere tenero soprattutto con me stesso, col mio essere”.

Per Andrea e la sua famiglia l’ultimo anno è stato un po’ speciale. Hanno lasciato la casa e comprato un camper, sua moglie ha preso una pausa dall’insegnamento e la loro bimba una pausa dalla scuola. Perché? “Per stare insieme noi tre, per cambiare orizzonti e vedere di più. Dall’alto del cavo vedo orizzonti immensi, col camper vado a viverli un pezzo alla volta”. E poi, Andrea ammette sorridendo, sono partiti alla ricerca della libertà e del caldo.

Il lavoro di mio papà

Quando chiedono a tua figlia cosa fa il suo papà, lei cosa dice? “Il funambolo, anche se vorrebbe suonare l’ukulele”. È vero, il funambolo suona l’ukulele appena ha un momento libero e anche durante le trasferte lo porta con sé. Cosa pensa questa bimba di quattro anni con gli occhioni grandi e azzurri come il papà, quando lo vede camminare in cielo? “Credo che per lei quel gesto non abbia nulla di straordinario, me lo vede fare come faccio altre cose”. Le vostre scelte di vita sono atipiche. Come le vive tua figlia? “Vorrei che sapesse che si può fare il giocoliere e il funambolo da grande: a me questa cosa non è stata detta. Si può fare ciò che ci rende felici. Anche se viviamo in una società che esalta il sacrificio, le scelte piccole e i compromessi, possiamo essere ciò che siamo. Il nostro essere ha valore per il solo fatto di esserci, non abbiamo bisogno di fare o essere qualcosa di altro per valere”.

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