Sulla stessa barca, navigando a vista

Cosa succede quando due stili di vita totalmente diversi si incontrano? A quali compromessi sareste pronti a scendere, per amore e per sopravvivenza? La storia di Sara e Medard è la storia di una “mamma chioccia all’italiana”, cresciuta nel pieno del boom degli anni ’80 e di un papà che arriva dal Benin, tirato su da una famiglia allargata in pieno stile africano.

Una unione così fuori dai canoni, che ha dovuto comporsi e ricomporsi molte volte, adattarsi a uno stile di vita frenetico e performante e infine sfuggirvi per sopravvivere. Dopo quattro anni senza lavoro, Medard si è calato nuovamente nei panni del migrante, seguendo le orme dei nonni italiani di lei. E la loro famiglia, da inconsueta coppia mista, ha generato una mamma single, un bimbo viaggiatore e un papà più trasferito che trasfertista.
Mi chiamo Sara, ho 36 anni. Sono mamma per caso, impiegata per necessità e molto altro per passione: scrittrice in erba, educatrice, project manager. Da dieci anni lavoro a tempo perso (si fa per dire) per una associazione culturale, CQB, che da anni studia linguaggi artistici delle culture dell’Africa Occidentale e della diaspora africana con l’obiettivo di favorire lo scambio fra culture attraverso l’arte, la danza e la formazione. Grazie all’associazione ho conosciuto mio marito. Da un anno collaboro con il comitato Mammalab, che organizza attività per mamme e bambini sul territorio genovese, e da due anni curo un blog e scrivo.

Mio marito si chiama Medard, ha 38 anni e ha sempre fatto un po’ di tutto, dal marinaio al ballerino. Recentemente ha ripreso la sua carriera in marina e per ora sta lavorando come manutentore navale. Abbiamo un bimbo di 4 anni e mezzo che si chiama Davide”.

Com’è cominciata la vostra storia? “Ci siamo conosciuti in Africa, in Benin. All’epoca lavoravo come danzatrice e fundraiser per l’associazione culturale. Avevamo in piedi un bellissimo progetto di scambio che coinvolgeva danzatori e bambini. Abbiamo lavorato insieme a questo progetto, ci siamo conosciuti e innamorati. Il primo anno lo abbiamo passato al telefono; ci siamo rivisti l’anno dopo e non ci siamo più lasciati. Non è stato facile all’inizio; per me è stata dura combattere, non tanto contro i pregiudizi degli altri quanto contro i miei, che erano quelli che leggevo negli occhi della gente. La paura che lui volesse solo sistemarsi, le difficoltà infinite che avremmo dovuto affrontare, dalla burocrazia allo scoglio culturale. E in effetti non erano paure infondate, perché le abbiamo dovuto affrontare proprio tutte, niente ci è stato regalato”.

Cosa succede quando due culture così diverse si uniscono? “Io provengo da una tipica, solida famiglia italiana. I miei genitori stanno insieme da quasi cinquant’anni. Sono figli dei gloriosi anni ’60, hanno creduto in un mondo migliore e nel loro piccolo sono riusciti a realizzarlo. Sono sempre stati molto presenti e ora lo sono più che mai. Mi hanno lasciato in eredità una grande indipendenza, un background culturale ampio e solidissimo, apertura mentale, valori saldi, passione per lo studio, senso della famiglia e la capacità di gioire delle piccole cose. Inevitabilmente, il mio modo di essere stata figlia fa di me la madre che sono, anche se con qualche evoluzione rispetto alla madre che ho avuto. Sono attenta ma non apprensiva, presente ma non soffocante, severa ma non rigida. Mio figlio è la mia vita, ma non è il centro della mia vita”.

Questa frase è bellissima. Ti ritieni un buon genitore? “Sono una mamma lavoratrice e questo mi fa annegare nei sensi di colpa. Uno dei motivi per cui ho aperto il blog è stata la volontà di ridere delle mie ‘mancanze’, confrontandomi con altre ‘mamme in colpa’ come me. Ma non posso rinunciare né a questo né a tutte le mie passioni. Non riesco a etichettarmi solo come mamma, non mi sentirei risolta se fosse così. E credo che di questo mio modo di essere bene ci anche Davide”.

L’origine del papà di Davide è molto diversa? “Medard è cresciuto ‘all’africana’, immerso nella tradizione, nell’amore di una famiglia allargata, ma anche con regole severe. È stato cresciuto da nonne e zie, suo padre è morto che lui era ancora un ragazzino. Ha avuto un’educazione molto rigida, ha dovuto abbandonare presto la scuola adattandosi a fare un po’ di tutto. La sua famiglia inoltre è fortemente calata nella religione, sia in quella cattolica, che in quella tradizionale del Benin, il voudun. Lui è battezzato ma è anche un hounnon, ovvero un prete, iniziato al culto di Thron, una della divinità protettrici più potenti del pantheon di divinità dei culti voudun. Mi rendo conto che tutto questo può sembrare stranissimo, ma in realtà la commistione di religioni e culture è comune in Benin, se pensate che tante religioni diverse convivono pacificamente. E nella mia esperienza, questa visione ha dato una grande apertura a mio marito. Io sono atea, eppure non ho mai vissuto alcuna imposizione, né mi sono mai sognata di limitare lui in qualcosa. Il voudun è una religione ricchissima di tradizione e cultura, è un fatto sociale straordinario, offre una chiave di lettura della vita e della comunità che è difficilissimo da spiegare se non viene vissuto. Ed è un peccato che in Occidente, quando si parla di voudun, si pensi subito a qualche mania spirituale un po’ di moda o, peggio, a qualche film di serie B di Hollywood ambientato ad Haiti”.

Quando avete deciso di mettere su famiglia? “Più che una decisione è stata una necessità. Sono rimasta incinta per caso nel 2010, anche se proprio in quei mesi stavamo gettando le basi per cominciare a costruire la nostra vita in Europa. Quando abbiamo scoperto di aspettare un bambino abbiamo cambiato i nostri piani: non ci è rimasto altro da fare che sposarci e fare le carte perché Medard potesse raggiungermi in Italia”.

Formare una coppia mista non è una scelta facile nel contesto sociale in cui viviamo. “Credo che l’Italia stia vivendo un momento storico tristissimo. Il razzismo e la xenofobia sono sentimenti comuni e sdoganati. Molte persone non si fanno il minimo scrupolo a esternare commenti e atteggiamenti negativi. L’ambito in cui tutto questo è venuto maggiormente alla luce è stato quello lavorativo; in anni e anni di curriculum inviati, Medard è stato chiamato solo due volte per un colloquio. Troppo poche per non pensare a un pregiudizio di fondo. D’altro canto bisogna ammettere che siamo sempre stati circondati da tante persone che ci vogliono bene e che hanno accolto Medard con semplicità, che si sono dimostrate curiose verso la sua cultura aiutandolo a integrarsi. C’è anche da dire che mio marito, per molto tempo, ha lavorato in Italia come insegnante di danza e in questo ambiente per fortuna non esiste razzismo, anzi era molto stimato, come maestro e come artista”.

Poi un giorno tuo marito ha deciso di ripartire. Cosa è successo? “Medard ha passato qui quattro anni tribolati, vivendo spezzato in due, senza riuscire a mettere radici e senza appartenere a nessun luogo; anni di passione, di depressione, di dolore. Certamente il salto culturale è stato più duro di quanto si aspettasse: non possedeva tutti gli strumenti per far fronte alle difficoltà incontrate, dalla lingua alla burocrazia kafkiana, fino ad arrivare al lavoro, il tasto dolente che lo ha spinto a ripartire. È stato difficile stargli vicino, arroccato com’era nel suo dolore, chiuso in un mondo tutto suo dove a chiunque era impedito di entrare. Pensare di separarsi alla fine è stata la soluzione meno dolorosa, quasi la più logica. Un giorno è arrivato il passaporto italiano e il senso di straniamento provato è difficile da spiegare. Osservavo Medard tenere quel mucchietto di fogli in mano e potevo indovinare i suoi pensieri: niente più confini, niente più catene, niente più visti rifiutati. Finalmente aveva conquistato la libertà che aveva sempre sognato, anche se la sua identità si faceva ancora più confusa: italiano, africano, esule, immigrato, emigrato, nomade, migrante… Così alla fine, Medard ha dovuto suo malgrado calarsi un’altra volta nei panni del migrante. È partito per la Francia, dove ha trovato casa e lavoro nel giro di dieci giorni”.

Tu sei rimasta in Italia e questo rende difficile definirti. Cosa sei? Una mamma quasi single? Come vivi la separazione? “Significa maggiore responsabilità. Ma anche tanta libertà. Non avere una controparte con cui confrontarsi a volte è pesante, perché sento su di me il peso delle scelte che devo fare, sempre da sola. Ma io sono così, indipendente fino al midollo, al punto che spesso mi chiedo se non mi sono scelta questa vita di coppia, che di coppia non è, apposta, per non scendere a compromessi e rinunciare a me stessa. Nonostante i diversi background di provenienza con Medard non abbiamo mai avuto grosse discussioni sull’educazione di Davide, ma ora è tutto in mano mia. E la cosa mi fa paura. A volte penso che sono la sola custode dei suoi ricordi d’infanzia. E allora mi sale l’ansia. Di fare foto, di scrivermi tutto quello che dice, di appuntarmi aneddoti che non potrò condividere con nessuno, di tenere nel cuore frasi e riferimenti che un giorno solo io potrò tirare fuori dal cilindro per dirgli: lo sai, da piccolo dicevi proprio così. La sua infanzia è nelle mie mani, ed è qualcosa di sacro perché io della mia ho ricordi netti e bellissimi. Sento addosso la responsabilità di non sciupare qualcosa che dovrebbe essere perfetto e inviolabile per ogni bambino, pur sapendo che sarà monca, come un arto amputato di cui però si percepisce ancora la presenza. E non voglio che in lui resti qualcosa di irrisolto”.

Come pensi che crescerà Davide? Che tipo di persona sarà? “Credo che malgrado tutto con Davide stiamo facendo un buon lavoro. Ne stiamo facendo un cittadino del mondo, capace di adattarsi a ogni situazione con una semplicità disarmante. È socievole, curioso, intelligente, vivace. Voglio che cresca imparando il rispetto per l’altro e la ricchezza che deriva dalla diversità. Voglio che la sua diversità diventi per lui una risorsa. Spero con tutto il cuore che diventi un uomo meraviglioso, mantenendo intatte il più possibile le sue caratteristiche di bambino: l’empatia, la sensibilità, la dolcezza. Spero che sarà un adulto migliore di noi, un’idealista che porti avanti i suoi valori con fermezza”.

Cosa succederà adesso? “Restando nella metafora del mare, per ora navighiamo a vista. Non è un momento facile, stiamo cercando un nuovo equilibrio e non è detto che lo troveremo; gli elementi in gioco sono tanti. A volte mi pare che ci stiamo esibendo in uno dei duetti di danza coreografati da Medard, ogni passo ponderato per non invadere lo spazio dell’altro, ogni gesto significante di un contenuto più profondo, ogni espressione aperta a una chiave di lettura più intima. Volteggiamo in un gioco di resistenze e rilasci, di equilibrio e disequilibrio, di forza e dolcezza. Nessuno riesce a vincere, nessuno soccombe all’altro. Chissà quanto durerà, chissà se vinceranno le paure o l’amore, la stanchezza o la gioia. Siamo semplicemente migranti sulla stessa barca, in alto mare, le cui vite dipendono uno dall’altra”.

[Sara Tassara – http://allegroconbiro.blogspot.it]

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