Puzzle, ovvero, come frantumare la bellezza in mille pezzi?

Se crescendo la perdita della magia e della meraviglia è una cosa comune, allora i puzzle vanno vissuti in solitudine. Per guardare semplicemente al presente

Ciao Elisa, ti volevo raccontare alcune cose che sono successe dopo che siamo tornati a casa dalle vacanze. Ho tantissimo da dirti, ma prima di tutto ho una domanda. Hai mai provato a fare un puzzle, uno di quelli giganti, assieme a tuo padre o a tua madre? Uno di quei disegni (o fotografie, anche bellini) ridotti in milioni di pezzi? 

Se non l’hai mai provato, ti prego, non farlo! Perché? Per me, come per te, sarebbe una delusione. Tu sai che ogni pezzo è un’immagine, una confusione, un labirinto in cui voglio perdermi. Ogni frammento, con il suo pezzetto di disegno stampato sopra, è una storia da inventare. 

Se fai il puzzle con tuo padre, tutto questo non esiste. Per lui i pezzetti sono solo un problema da risolvere e mentre cerca l’incastro giusto, si domanda se esista una formula per trovarlo più in fretta. Nella sua testa è come se vedessi dei numeri che sobbollono:

“Se impiego tra i 7 e i 13 secondi per ogni pezzo, vuole dire che per finire questo puzzle millenario ci metto da tot a tot minuti. Se riesco a risparmiare un tot di secondi a pezzo, potrò arrivare a conclusione entro le 20.30, in tempo per dargli l’iPad e guardarmi la partita”. 

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Confrontandomi con Matilde, anche lei è del parere che i puzzle vadano vissuti in solitudine, ma per un altro motivo. Recentemente, Matilde ha fatto un puzzle con sua madre e la sua esperienza, devo dire, è stata solo parzialmente più divertente della mia.

Alla madre ogni pezzo raccontava una storia dell’infanzia. C’era quello che faceva tornare alla mente i tempi in cui faceva dei puzzle di Winnie the Pooh con lo zio, quello delle vacanze in montagna, un richiamo a quel quadro famosissimo. 

Sono molto belle le storie della mamma di Matilde. Peccato che siano poche, quattro in tutto. Qui i numeri cominciano a sobbollire nella mia testa.

Ogni storia dura 4 minuti e, se fai il calcolo, significa che potresti ascoltare la stessa storia più di 27 volte. Risultato: tarderà la cena e forse non ci sarà nemmeno tempo per l’iPad.

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Sembra che la perdita della magia e della meraviglia sia una cosa comune, quando si cresce. 

La mente adulta ci impedisce di vedere il presente. Il nostro cervello, una volta che è cresciuto, traduce i dati in senso funzionale. Li interpreta protendendosi indietro nel tempo a cercare esperienze rilevanti che usa per formulare l’ipotesi migliore su come prevedere il futuro.

Ma questo percorso mentale, in avanti o all’indietro, impedisce agli adulti di immergersi nel flusso di un presente che è letteralmente meraviglioso, là dove la meraviglia è la visione non intralciata, quell’osservazione propria della mente del bambino alla quale il cervello adulto si è ormai chiuso.

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“Ah! As the heart grows older

It comes to such sights colder” 

(Ah! Più il cuore cresce e invecchia 

Più di fronte a tale scene si raffredda).

Pensa che crudeltà! 

Ma poi te lo racconto quando ci vediamo, adesso è arrivata l’ora dell’iPad, ciaociao.

*I versi citati sono parte di “Spring and Fall” di Gerard Manley Hopkins (1844 – 1889)

Leggi altre puntate de “Il sassolino nello stagno”, di Khaled Elsadat

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