Storia della vitamina D

Ricordate quelle goccine che il pediatra prescrive ai neonati, soprattutto quelli nati d’inverno? Sono goccine di vitamina D. Cosa sapete di questo prezioso elemento indispensabile allo sviluppo e al mantenimento del tessuto osseo? Le fonti alimentari da cui proviene sono per lo più di origine animale: gli oli derivati dai pesci, i pesci grassi e il pesce azzurro, le uova, il latte e i suoi derivati. Ma la fonte più importante è il sole. L’esposizione alla luce solare permette alla nostra cute di produrre vitamina D in quantità sufficienti.

La secrezione di vitamina varia in base alla posizione geografica (cioè alla latitudine), alla stagione (intensità dei raggi solari), all’etnia (una cute più scura necessita di un esposizione maggiore) e anche ad altri fattori. Da un punto di vista evolutivo, l’uomo, per milioni di anni, non ha avuto necessità di assumere vitamina D tramite gli alimenti. Insieme ad altre specie è riuscito a sviluppare il meccanismo fotosintetico nella pelle e a produrre da solo grandi quantità di vitamina D. Circa 50.000 anni fa piccoli gruppi di uomini (con carnagione scura) hanno iniziato a migrare dai territori sud-sahariani verso il nord. Questa migrazione ha dato vita a un profondo cambiamento evolutivo, in un lasso di tempo molto breve si è creato un gradiente di pigmentazione cutanea che ha reso più chiara la pelle dei popoli del Nord. Scendendo verso l’equatore la pigmentazione aumentava. Motivo? Per massimizzare l’esposizione ai limitati raggi solari delle nuove latitudini, una “depigmentazione” era necessaria. Una delle poche eccezioni furono gli Eschimesi, che hanno mantenuto una cute più scura, ma la loro migrazione dall’Asia è relativamente recente e la loro dieta contiene grandi apporti di vitamina D. Oggi l’esposizione alla luce solare è in forte diminuzione: banalmente siamo più vestiti rispetto ai nostri antenati e quindi meno esposti ai raggi luminosi, utilizziamo più creme protettive e lozioni “anti-aging”.

La società si sta trasformando: bicicletta e parco giochi sono stati sostituiti da videogiochi, smartphone e pc da utilizzare chiusi in camera. Gli abitanti delle regioni del Nord Italia presentano un rischio più elevato di carenza di vitamina D rispetto agli abitanti delle regioni più soleggiate. Il rischio aumenta nei mesi invernali. In generale una grandissima percentuale di italiani risulta carente in vitamina D. La carenza, quando si fa grave, può provocare rachitismo nei bambini e osteomalacia negli adulti: la vitamina interviene anche nel metabolismo di calcio e fosforo garantendo il giusto rapporto tra assorbimento e perdita. Altri studi hanno dimostrato una associazione fra carenza di vitamina D e obesità in età pediatrica: alcune ipotesi sostengono che i bambini obesi tendenzialmente sono esposti di meno al sole perché più sedentari. L’insufficienza di vitamina D è endemica negli adolescenti obesi, probabilmente a causa del suo sequestro nel tessuto adiposo in eccesso: il 51% dei ragazzi obesi in USA mostra un’insufficienza di vitamina D contro il 9% dei ragazzi sani. L’insufficienza provoca un aumento dello stato infiammatorio e questo contribuisce all’insulino-resistenza. La perdita di peso provoca un aumento di vitamina D.

C’è da dire che nessuna ricerca ha ancora inquadrato quale sia il livello normale di vitamina D circolante e quale dosaggio integrare in caso di insufficienza. Non ci sono standard univoci e questo è dovuto al fatto che ogni individuo è differente e deve essere trattato come un caso specifico. Alcune categorie sono particolarmente a rischio di insufficienza: i lattanti, i bambini obesi, le donne in gravidanza e gli anziani. Il consiglio è di misurare sempre il dosaggio di vitamina D prima di prendere integratori. E comunque parlarne sempre con il proprio medico.

[Marco Favasuli – Biologo nutrizionista]

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