Scuole chiuse, Daniele Novara “Un atto di negazione del futuro”

da | 24 Nov, 2020 | Libri, Lifestyle

In occasione dell’uscita del suo ultimo libro, il pedagogista Daniele Novara racconta come abbiamo reso “invisibili” i nostri bambini  

È tra gli otto esperti del mondo dell’infanzia che hanno lanciato l’appello “La scuola è salute” per chiedere il ripristino della didattica in presenza, contro la chiusura della scuole.

Qualche settimana fa è uscito anche il suo ultimo libro “I bambini sono sempre gli ultimi. Come le istituzioni si stanno dimenticando del nostro futuro”, che parte dalla cronaca degli ultimi mesi per raccontare come bambini e ragazzi abbiano smesso di rappresentare una priorità sociale già prima del virus.

Mentre si discute di come riaprire negozi e ristoranti per le feste e si parla troppo poco di quello che accadrà alle scuole, il pedagogista Daniele Novara ci spiega perché, al contrario, tutti gli studenti dovrebbero tornare subito in aula e come farlo partendo da un nuovo modo di intendere la salute.

Una decisione incomprensibile

Ci risiamo: le scuole, per fortuna questa volta non tutte, hanno chiuso. Ci siamo dimenticati nuovamente di bambine e bambini, ragazze e ragazzi? 

“Il buon senso dice che bisogna tenere aperte le scuole, come fanno la Francia, la Germania, l’Olanda e molti altri Paesi con dati epidemiologici anche più gravi dei nostri – spiega Daniele Novara -. Le scuole non sono il focolaio, anzi sono tra i luoghi più sicuri”.

I bambini sono stati definiti “untori”, ma tra i più piccoli i dati di contagio sono bassissimi.

“Anche la morbilità è irrilevante e i dati di mortalità su bambini e ragazzi sotto i 18 anni addirittura non ci sono. La decisione di chiudere le scuole è incomprensibile, se non nei termini di quello che provo a spiegare nel libro: i bambini sono sempre gli ultimi. Quindi, se dobbiamo fare campagna elettorale, ce la prendiamo con chi non va a votare. Se dobbiamo dire che è colpa di qualcuno, lo facciamo con chi non ha voce in capitolo”.

Quale valore diamo all’educazione?

Paghiamo, forse, una dimenticanza antica rinnovata nelle dimensioni solamente dal carattere straordinario di questa emergenza sanitaria. 

“Antica non direi visto che l’Italia vanta una grande tradizione pedagogica, se pensiamo a nomi come Montessori, Collodi, Rodari. Poi, però, l’educazione ha perso il suo valore generativo. L’Italia è stata invischiata in maniera particolarmente grave, dal punto di vista antropologico, dalla cosiddetta mutazione narcisistica“.

Cioè? “Si sono rotti i legami intergenerazionali. La generazione adulta di oggi, in una logica narcisistica, è diventata assolutamente autoreferenziale, non immagina cioè che ci possa essere altro dopo di lei, è come se si pensasse eterna. Il vecchio slogan degli ecologisti anni Ottanta ‘La Terra ci è data in prestito dai nostri figli’ non ha più presa. E’ saltata l’idea che ogni generazione debba garantire uno spazio di manovra a quella successiva”. 

Un atto di negazione del futuro

Senza scuola, amici, cinema, attività sportive e nemmeno i primi baci (come ha sottolineato qualcuno a proposito degli adolescenti) stiamo sottraendo ai più giovani un pezzo di vita?

“Chiudere le scuole è veramente un atto di negazione del futuro, è precludere ai nostri bambini e ragazzi la possibilità di avere una chance. Iniziano ad arrivare i primi studi sugli effetti di questa decisione: dicono, per esempio, che per i ragazzi che non sono andati a scuola il 2020 potrà rappresentare un’ipoteca negativa addirittura sul loro successo professionale”.

E poi c’è il danno psicologico dovuto al fatto di ritrovarsi a quindici anni anni ricacciati in casa con i genitori: un incubo per un adolescente.

“In questo momento, c’è una minaccia virale, ma esistono anche altri tipi di minaccia: ragazzi chiusi in casa, immobili davanti a degli schermi, a rischio depressione. Quando blocchiamo la vita di un ragazzo è come se stessimo facendo una guerra generazionale nella quale una generazione adulta, totalmente autoreferenziale, ha deciso che non ci deve essere un futuro oltre se stessa”.

Ricordiamoci che la società si struttura a partire dalla scuola. “La scuola è salute mentale e cognitiva, ma è anche salute virale! Perché, se cerchiamo un posto sicuro in questo momento, lo troviamo proprio nelle scuole”. 

Nonni in compagnia dei nipoti

Ci viene continuamente raccomandato di tenere lontani i bambini dai nonni, i più esposti dal punto di vista del virus. Ma per moltissimi bambini i nonni sono parte fondamentale della vita quotidiana. Cosa comporta questo allontanamento? 

“Se c’è una compagnia che i nonni dovrebbero frequentare è quella dei nipotini. Lo faccio anche io. Quello che i nonni NON devono fare è stare con i coetanei: lì ci sono i focolai. Occupiamoci dei nostri anziani, tuteliamoli perché sono state fatte delle nefandezze, specie nelle RSA. E tuteliamo i ragazzi, il che non significa tenerli a casa ma mandarli a scuola, che è l’ambiente più sicuro dal punto di vista sanitario”.

Se i bambini non contano

La tutela della salute sembra passare in questo momento soprattutto dalla distanza fisica. Cosa può comportare dire a un bambino, a un adolescente, di “non toccare” amici e persone care? Non rischiamo di trasmettere loro la paura di avvicinarsi agli altri?

“Il messaggio più drammatico è la scomparsa dei volti. Non c’è più il volto come motivo di comunicazione, non sai se la persona con la quale parli sorride, se è triste o allegra. Non c’è più un volto, c’è una mascherina: per un bambino questo è un problema enorme”.

Il bambino piccolo deve attaccarsi al volto, non può farlo con una mascherina.

“Personalmente, ho fatto vari appelli perché si evitasse la nefandezza delle maestre di nido con la mascherina. Se parliamo di scuola, questo, però, è sempre il solito problema: sono state prese decisioni senza alcuna consulenza con gli esperti del settore. Così la società si fa del male: bambini e ragazzi sono in numero significativo, si parla di milioni di persone che non contano e non possono far sentire la loro presenza perché i tecnici del loro settore non sono considerati da chi prende le decisioni. Ed è così che si fanno i danni”. 

I genitori devono farsi sentire

Poi ci siamo noi genitori: siamo i primi a essere fortemente disorientati dalla situazione. Come possiamo gestire questo nostro spaesamento di fronte alle necessità dei figli?

“Per prima cosa non esponendo i bambini allo stress mediatico: i genitori devono tutelare i bambini dall’ansia e dalla disinformazione. Già durante il primo lockdown i bambini hanno manifestato grossi disagi e una riduzione dell’autonomia.

E poi i genitori devono farsi sentire. Le esperienze ci sono. Ho avuto modo di parlare, per esempio, con le mamme calabre che si sono riunite in un comitato, “La forza siamo noi”, e chiedono la riapertura delle scuole. Se i figli non votano, i genitori votano e devono farsi sentire, altrimenti il rischio è che le istituzioni li abbandoneranno sempre più”. 

Un concetto di salute più ampio

Mettere insieme tutela della salute e la difesa dei diritti dei bambini in questo momento sembra comunque un’impresa molto complicata. Come se ne esce?

“Considerando la salute umana un concetto globale, olistico. Specialmente con i bambini e i ragazzi non si può considerare solamente l’elemento virale, che su di loro è oltretutto irrilevante, senza pensare ai danni che stiamo facendo al loro futuro, dal punto di vista neuro-mentale, neuro-piscologico e neuro-emotivo. Danni ai quali la società dovrà dare delle risposte, se non in termini giuridici, sicuramente in termini umani ed economici”. 

Next generation: usare i fondi nel modo giusto

Il suo libro si chiude con nove proposte per una “nuova alleanza fra le generazioni”, dal sostegno psicologico alle mamme che hanno avuto un parto critico alla creazione di un “bonus pedagogico” per i genitori da spendere in formazione. Sogniamo un po’ e immaginiamo che una quota importante dei tanto attesi fondi europei possa essere destinata alle nuove generazioni. Dove e come la investiamo?

“Solamente in Italia possiamo considerarlo un libro dei sogni perché nel libro parlo di cose che altrove ci sono già. Le scuole materne sono già obbligatorie in Svizzera e in Francia, l’aiuto dopo il parto è presente in quasi tutti i Paesi europei, la gratuita di nidi e materne è realtà in molti Paesi, per non parlare dell’attenzione agli spazi pubblici con città come Zurigo che hanno 600 parchi giochi.

Non è un caso che solamente in Italia quei fondi europei vengono chiamati “Recovery Fund” mentre nel resto d’Europa sono i fondi della “Next Generation EU”: è la prospettiva a essere diversa e segna una distanza siderale tra come il nostro Paese guarda all’infanzia e come lo fanno gli altri. Le idee ci sono e sono realizzabili, è solamente una questione di uso intelligente delle risorse”.

daniele novara

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