Caterina e le creature, quando crescono 

da | 23 Giu, 2022 | caterina

L’altro giorno Caterina, in un insospettabile palazzo ottocentesco – di quelli in cui forse la maggior parte delle donne dell’epoca ha vissuto altre storie di maternità – ha assistito alla crisi e allo sfogo di una giovane mamma, che raccontava il momento delicato e difficile in cui da un lato sente di voler smettere di allattare e di voler tornare a lavorare meglio e di più e dall’altro ha paura che rompere quella “bolla” significhi perdere la relazione intensa e bella con il proprio bimbo. 

Caterina ha pensato a lungo a questo episodio e alle tante volte in cui, nel crescere i suoi due figli, ha vissuto passaggi simili: quando vorresti smettere di sentire il suono passettini che si muovono veloci nel buio sul parquet tra la cameretta e il lettone finché non percepisci il corpicino tutto spigoloso (gomito, ginocchia, spalla) del figlio che si incastona nel tuo sonno e nella morbidezza dei sogni con un “posso stare qui con te mamma? Non riesco a dormireee”.

Eppure che bello, stringerlo e abbracciarlo e sentire che pian piano si rilassa, ricomincia a respirare regolarmente, e vi riaddormentate insieme finché non suona la sveglia e puoi guardarlo ancora un po’ dormire, il tuo cinque-settenne con il viso rotondo e disteso nel sonno dell’alba; poi arriva una notte, la prima di molte e senza ritorno, in cui dorme fino al mattino nel suo letto e arrivano i giorni in cui lo scricchiolio che senti sul pavimento del corridoio è solo un aggiustamento che il legno trova tra l’umidità e l’inverno e tu ti senti sollevata eppure strana, come se ti mancasse un pezzo, uno spigoloso piccolo pezzetto di te. 

Camminare tenendosi per mano

O il tempo che pare infinito in cui lo tieni per mano, mettiamo in una mattina di inizio giugno e le dita di entrambi sudano e lui sguscia via come un’anguilla nell’acqua, e poi si ferma perché ha visto una cosa luccicare sul marciapiede e poi alza gli occhi verso di te e all’improvviso dice: ho dimenticato il diario, e allora tornate indietro, di corsa, e quella manina la stringi un po’ più forte, sei nervosa e siete in ritardo, e poi su per le scale, recuperate il diario e poi giù per le scale, e poi correte a scuola, e non sono nemmeno le 8.30 del mattino e sei già stanca distrutta perché hai fatto una maratona e in quel momento pensi: ma quando cresce?!

Poi passa l’estate, magari tra la quarta e la quinta o tra la terza e la quarta elementare e a settembre lui ti tiene per mano solo per le scale e allora anche se siete in ritardo le percorri piano piano, le scale, e lui dice, dai mamma che facciamo tardi e tu vuoi fare tardi perché lo sai che poi, appena si aprirà il portone, potrai giusto camminargli a fianco e nemmeno troppo vicina, la mano non te la vuole più dare, almeno per strada, finché poi, alle scuole medie, va direttamente a scuola da solo. 

Stretti, vicini, accoccolati

O quei momenti in cui si accoccola ancora vicino a te, la sera, a guardare una puntata di una serie – che sceglie lui -, cerca proprio il contatto fisico con te e tu sei arrivata al punto in cui vorresti solo riprenderti i tuoi confini, sui quali hai sentito la pressione tutto il giorno, sempre e solo la sua voce in un giorno di pioggia, le sue mani che si aggrappano al tuo maglione perché vuole giocare, mentre tu stai cercando di mettere insieme una cena o capire come recuperare quella bottiglia di passata di pomodoro che proprio ti sei scordata di comprare o non sai quando lavarti i capelli.

Vorresti, la sera, startene seduta sul divano da sola, scegliere la tua serie, un po’ di silenzio, la coperta tutta per te, farti una doccia quando ti pare. Però te lo tieni stretto, vicino, perché lo sai – o lo intuisci – che questi sono gli ultimi momenti in cui tu e lui vi permettete di stare super vicini, a fare ancora le coccole e lo sai che, dopo anni e anni di coccole, quel modo di stare insieme sta finendo e sta per trasformarsi nella porta della stanza chiusa e nell’invito, più o meno garbato, a non valicare il confine della sua camera da letto – e dei suoi pensieri e sentimenti. 

Nuove forme di vita affettiva

Sarebbe stato impossibile, per Caterina, lasciare andare i suoi figli, forse, se non avesse, pian piano, vissuto l’esperienza, che lasciandoli andare, lasci pure che qualcosa di nuovo a loro, a te, tra voi, accada.  A te succede che ritrovi un cinema serale, un tempo per viaggiare, la scelta di che cosa guardare, a loro succede che imparano ad attraversare la strada da soli, a elaborare un’emozione, a dormire da un amico e molte altre cose.

E, dopo un po’ di tempo, dall’altra parte di quel muro di silenzio misterioso e di orrore per ogni richiesta di abbraccio da parte di Caterina, spuntano nuove forme di vita affettiva: un regalino fatto con fantasia e dolcezza, un uovo al tegamino cucinato per colazione da un tredicenne per la sua mamma, una telefonata tornando da scuola, con la voce che cambia e però la voglia di raccontare che cosa è successo, un abbraccio forte prima della prima vacanza da solo.

Nella mia esperienza è stato così, vorrebbe dire Caterina a questa mamma combattuta tra l’idillio con il suo bimbo piccolo e la voglia di tornare a vivere anche altro rispetto alla maternità h 24: lascialo andare, vedrai quante cose belle, e nuove, vi succederanno. 

Pubblicità
Pubblicità

I più letti

I più letti

Non chiamateli capricci!

Come affrontare queste espressioni di emozioni forti, che ancora chiamiamo “capricci”? Lo spiega Silvia Iaccarino, formatrice e psicomotricista