Uscire dalla bolla: l’ansia sociale del ritorno alla normalità

da | 28 Apr, 2021 | Lifestyle, Salute e Benessere

Il mondo di prima, le relazioni in presenza e i luoghi sconosciuti possono alimentare l’ansia sociale, anche per chi prima non ne soffriva. Come affrontare questo periodo di importante cambiamento? 

Se privazione di libertà può creare ansia sociale, anche il ritorno alla libertà e alla normalità può fare lo stesso effetto. Un sentimento difficile da controllare e che genera quasi vergogna: già, perché se durante il lockdown del 2020 il malessere era un sentimento comune e accettato, oggi la luce alla fine del tunnel dovrebbe portare sollievo. 

Perché si ha paura della libertà? Oppure, se la guardiamo dall’altro punto di vista, è la paura di lasciare il rifugio sicuro che ci ha fatto sentire protetti a generare la cosiddetta ansia sociale?

L’ansia sociale da Covid-19

La relazione a distanza ha, per molte persone, sostituito quella vis-à-vis. Quasi totale per chi è in smartworking, in parte per chi ha continuato a recarsi sul luogo di lavoro, che però ha rinunciato a buona parte delle relazioni personali. 

La tecnologia ha sicuramente accorciato le distanze, ma ora il disagio che si prova all’idea di tornare alle relazioni in presenza è tangibile. Questo è quanto emerge da uno studio già effettuato dell’American Psychological Association, secondo la quale il 49 per cento degli americani avvertirebbe già questo tipo di disagio una volta terminata l’emergenza Covid. E in Europa le cose non vanno diversamente.

Uscire dalla bolla: uno sforzo enorme

Uscire dalla “bolla pandemica” è uno sforzo enorme; per chi soffriva di ansia sociale già prima della pandemia sembra un ostacolo insormontabile, ma anche chi non aveva questo genere di disagio si accorge di fare fatica. 

Togliere la mascherina, riprendere le relazioni sociali, ritrovarsi a bere una birra in gruppo, viaggiare in aereo e sedersi accanto a sconosciuti: tutte le situazioni alle quali prima eravamo tanto abituati ora sono eccezionali. Situazioni che non siamo più capaci di fronteggiare e che possono portare a quel sentimento di “ansia che così è definito in quanto sproporzionato rispetto alla reale minaccia di pericolo.

Non siamo diversi, abbiamo solo “amplificato” 

Coloro che hanno deciso di intraprendere un percorso di accompagnamento psicologico per affrontare questa delicata fase di cambiamento, possono essere d’accordo su una questione: siamo sempre gli stessi, ma abbiamo amplificato le nostre paure.

Chi prima era fissato con la pulizia, ora si trova a fronteggiare una vera e propria ossessione. Coloro che invece non erano così fissati, ora si lavano le mani qualche in più, ma impiegheranno meno tempo a riabituarsi a mangiare in un tavolo pubblico.

Chi non amava il contatto fisico, ora lo detesta ancora di più. Coloro che invece non ne potevano fare a meno, forse inizialmente saranno più titubanti, ma presto torneranno agli abbracci facili.

Se eravamo genitori apprensivi, non riusciremo a stare sereni quando i bimbi si siedono sull’altalena pubblica. La vicinanza delle altre persone, dello sconosciuto, può farci più paura degli ossiuri nella terra o dei microbi della cacca degli animali.

Chi aveva la tendenza ad essere “diffidente verso il prossimo”, ora vedrà untori ovunque e cercherà di risalire al portatore di contagio, a non fidarsi della badante e del POS del panettiere.  Coloro che invece si fidavano più facilmente, saranno meno propensi a farsi prendere dai brutti pensieri. Insomma, siamo quelli che eravamo prima, ma le nostre paure sono state amplificate. 

Non c’è fretta

Di quanto tempo abbiamo bisogno per sentirci di nuovo a nostro agio in tutte le situazioni? Sicuramente dipende da quanto spazio abbiamo lasciato alla paura del contagio, della diffidenza, dell’ansia della condivisione dei luoghi con sconosciuti. Tanto è più grande quello spazio, tanto più tempo avremo bisogno di tornare alla normalità.

Buttarsi a capofitto contro la propria volontà è inutile e dannoso, e la consapevolezza è il primo passo: provo più disagio a stare in gruppo o ad avvicinarmi a chi non conosco? Non siamo obbligati ad andare in un locale affollato da subito, o organizzare cene con amici tutte le sere. 

Prendere atto dei propri limiti significa anche capire di quanto tempo è necessario per noi stessi. Non tutti abbiamo vissuto allo stesso modo l’ultimo anno: c’è chi ha sempre lavorato a contatto con il pubblico, chi ha vissuto un vero isolamento sociale e chi ha subito un lutto legato al Covid. Diversi sono i sentimenti e diverse le tempistiche.

Una cosa è certa però: se il desiderio di isolamento totale continua, non bisogna assecondarlo. Iniziare, a piccoli passi, riprendendo la vita a piccoli morsi, è l’unico modo per sconfiggere l’ansia. Anche se stare a casa ci fa stare bene – anche perché un po’ ci siamo impigriti, diciamolo! – non significa che ci faccia bene anche a lungo termine.  

Iniziamo a vedere un amico per volta, un gruppetto alla volta, uno sconosciuto per volta, un luogo pubblico per volta. Iniziamo a riassaporare la vita di prima, con la consapevolezza che sarà diversa, senza dubbio, ma non per forza migliore o peggiore. 

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