Caterina e la voce che ti porta a Parigi

Caterina si è svegliata ascoltando ululare il vento, rintanata, immobile, sotto il piumone blu, e chiedendosi se, in questa casa in prestito nel XI arrondissement della città dei suoi sogni, avrebbe trovato facilmente il té, la teiera, il miele, qualche biscotto

L’elenco delle cose che vuole fare, vedere, scoprire è lungo: la aspettano quattro giorni di mostre, fotografie, mercati, piccole botteghe artigiane, la Senna, librerie, caffè ma in questo momento, nel buio di una stanza non sua, tutta questa meraviglia a due passi da lei sembra lontana, un po’ irraggiungibile, perché in mezzo, forte, possente, intorno alla casa, il vento inibisce ogni idea di muoversi.

Chissà se lo percepisce anche il pesciolino arancione che vive nel piccolo acquario sul camino accanto al letto o se l’acqua che lo avvolge lo protegge dai suoni del mondo come un enorme, perenne piumone liquido e trasparente. Muto, forse sordo, il pesciolino le ricorda i personaggi di un film francese stupendo che ha visto da poco: La famiglia Bélier. La protagonista è Paula, una ragazza figlia di due genitori sordomuti e con un fratello sordomuto.

La famiglia gestisce un’azienda agricola con mucche e altri animali in una fattoria sperduta nella campagna francese; lei ci sente benissimo, parla e non solo: ama cantare e scopre, grazie a un professore di musica che organizza un corso di canto nel suo liceo, di avere una voce potente, bellissima.

Il professore le propone di prepararsi per un concorso canoro che ogni anno Radio France indice per scoprire nuove voci e formarle, a Parigi. Il problema, il conflitto fondamentale del film è legato al fatto che lei è, si sente, la fanno sentire, responsabile dell’intermediazione tra la sua famiglia particolare e il resto del mondo.

È Paula che parla con la banca, con il medico, i clienti della fattoria e il fatto che lei possa pensare di andare a Parigi e lasciarli è una prospettiva per nulla facile da gestire. Ma non solo: la cosa più difficile da elaborare, per tutti, per lei, per i genitori, è che Paula sta diventando grande, che sta trovando la sua voce non solo in senso letterale ma anche metaforicamente ed è una voce, una vocazione che la porterà lontana dall’infanzia, dall’essere “la bambina di mamma e papà”, quella che loro conoscono e con la quale sanno relazionarsi.

Non solo: è una voce che questi genitori, di fatto, non possono sentire. E questo, da mamma di due adolescenti pronti a spiccare voli ancora imperscrutabili ma molto vicini, non l’ha affatto lasciata indifferente anche perché pur con l’udito intatto, a volte, pensa Caterina, i figli parlano una lingua a lei sconosciuta.

E non finisce qui. Questo film ha colpito così tanto Caterina, oltre che per le stupende canzoni francesi, per i testi intensi o ironici o appassionati come Je vais t’aimer, La maladie d’amour, En chantant. 

Le è parso un racconto capace di descrivere e di narrare anche molti altri momenti della vita. Momenti in cui per trovare un’altra sfumatura della propria voce, ci si allontana, fisicamente e per un po’ (anche solo qualche giorno) dalle persone amate.  Ci si mette tutti un po’ di tempo, un po’ di fatica a volte, per lasciarsi andare, a esplorare il mondo, se stessi.

Eppure, forse, si può trovare un modo, personale e creativo per capirsi, per ascoltarsi e una delle ultime scene del film. La canzone Je vole lo racconta molto bene, e il volto di Caterina si riga di lacrime ogni volta che la riguarda.

Il vento non ha smesso di ululare, il pesciolini ha fame, Caterina pure, e forse è pioggia quella che ora sente cadere sui vetri. Fuori c’è Parigi, con le sue mille voci, che ha voglia di ascoltare anche per trovare nuovi colori nascosti nella sua. 

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