Caterina e le more sul muro

Lui l’aveva avvisata. Non quando voglio dormire. Non quando crollo dal sonno. Non quando ho già affondato la testa tra i cuscini. Non in quel momento. Caterina l’aveva avvertito. Voglio parlare con te, di molti temi che mi stanno a cuore, della nostra storia a distanza, pressata da impegni sempre più numerosi, miei e tuoi. Codesti avvertimenti costellavano la vigilia dei loro unici quattro giorni di vacanza insieme, alla fine di settembre, dopo un’estate strozzata dalle rispettive, non sincroniche, attività e incombenze.

Poi lei aveva trovato un agriturismo un po’ lontano dal mare e, tra quelle disponibili, avevano scelto “la camera delle more”. Le foto sul sito mostravano un ambiente grande, il letto in ferro battuto e il disegno, lieve e un po’ naif, di piccoli frutti scuri e tondi che si arrampicavano su candide pareti. Avevano iniziato a parlare subito, appena si erano rivisti, prima ancora di inforcare la moto verso la Liguria. Avevano punti di vista diversi su molti aspetti e questo faceva un po’ male a entrambi: ci siamo visti molto, ci siamo visti poco, tu sei sempre più impegnato, no non è vero, io vorrei che ci vedessimo di più, facciamo quello che possiamo, pensavo stessimo bene, non mi ero accorto che… E questo aveva, quasi subito, creato una distanza impalpabile che guastava un po’ la tanto attesa vicinanza, macchiando il tempo condiviso di piccole incomprensioni. E il mare di fine settembre amplificava le malinconie con la sua immensità azzurra, la luce fioca, il vento forte.

Finché avevano raggiunto l’apice: Caterina era scoppiata a piangere mentre ballavano e si pestavano i piedi in una sperduta sagra di paese nell’entroterra boscoso. Piange Caterina, come un’alluvione, come una notte di tempesta, piange sulle note di una mazurka e non riesce a dirle bene, tutte le cose per cui sta piangendo: una volta all’anno si può anche piangere per “tutto”, o no?! Ma l’Atleta non è nel mood giusto per stare nella bufera emotiva di Caterina. Dopo pochi minuti, lei si calma e gli chiede: ma non vuoi sapere perché piango, non è che piango solo perché non riusciamo a ballare, piango per cose più profonde. No, non le voglio sapere queste cose, risponde l’Atleta, implacabile: perché ora ha sonno, e l’aveva avvisata. Ma Caterina è tutta l’estate che aspetta di poter parlare, anche lei l’aveva avvisato.

Quindi lei insiste e lui si arrabbia davvero, e le loro parole diventano più graffianti dei rovi sulla parete, che, a confronto, sono peluria morbida di gattino. E le loro anime si mostrano più nere e aspre delle more. Quella notte, ci sono solo rovi e more nella loro stanza buia. L’amore dove si è nascosto? Chissà se recupereranno davvero la prima lettera del loro alfabeto, se ritroveranno una lingua comune, ascoltandosi meglio, scegliendo momenti migliori. Chissà se le more torneranno Amore. Ma per darsi più spazio, forse, ci vuole più tempo, e quattro giorni, dopo mesi di lavoro e trasferte, non bastano proprio.

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