Caterina e quella specie di pace

Autunno. Quando Caterina pronuncia questa parola, le vengono in mente i mammiferi, i lupi e una specie di pace. Mentre si allaccia le scarpe ed esce a correre in pausa pranzo, sul tappeto di foglie d’oro e rosse che ricopre i marciapiedi, Caterina si rigira in testa queste immagini e le segue, o forse sono loro che seguono lei.

Se c’è una cosa che ha capito Caterina, con gli anni e crescendo due figli senza il loro papà accanto e con un fidanzato lontano per la maggior parte del tempo, è che il sacrificio totale non può essere alla base del suo ruolo di mamma, come del suo ruolo nel mondo. Se lei ha dei bisogni o desideri, è bene che li soddisfi per avere riserve di energia necessaria per tutto e per tutti. E tra i bisogni-desideri c’è quello di correre, di fare sport, di avere un tempo per il movimento, uno spazio per uscire dalle storie, quelle che scrive quelle che ascolta quelle che legge per lavoro, e di entrare nel mondo fisico, dove il sole scalda la pelle e il vento la raffredda.

Caterina corre, suda e guarda le foglie spiaccicate sul marciapiede come tanti ciuffi di fuoco, ed è in quel momento che le vengono in mente i mammiferi. Le ricordano che ogni cosa ha un ciclo e che il fuoco è un rito, che rigenera la vita, scioglie, trasforma, incenerisce, cuoce, innamora i vissuti.

E allora ripensa a quando i figli piccoli andavano in quell’asilo dove, all’inizio di novembre, si costruivano le lanterne con la cartapesta e poi si andava tutti nel bosco e quando arrivavi c’erano prima le castagne e poi i dolci e poi i giochi e poi i bambini e ci si metteva in cerchio con le lanterne, con dentro una candelina vera, e si era esseri umani semplici, di cui non si distinguevano più i vestiti o i volti, c’era solo il buio e il fuoco che portavano, tutti insieme, ciascuno con un proprio pensiero dentro. Ed era un modo di ricordare l’essenziale, ciò senza cui non possiamo dirci vivi, ciò che nei passaggi salviamo, che ci fa attraversare il buio con una nostalgia o un desiderio e ciascuno aveva una risposta personale ma anche un calore condiviso e si cantava una canzone dolce e lenta.

E allora, pensando al bosco e alle due u della parola autunno, nel cuore di Caterina si forma l’immagine di un lupo, che nella notte alza il suo ululato, composto e dignitoso, seduto su una pietra, le zampe anteriori dritte, unite e che esprime, forse, un dolore per le cose che finiscono, un dolore o un accompagnamento, chissà, forse è un modo, il suo, di farle scivolare in alto, verso la luna per fare posto a nuovi sogni, che scenderanno con la neve. È allora che arriva quella specie di pace, che fa venire voglia anche a lei di cantare, pure mentre corre, e il fiato sembra bastare per tutto, per dire addio alle cose che finiscono e accogliere quelle che si desiderano, seminarle e sentirsi in pace, perché hanno quella luce calda che porta un passo più avanti, verso il futuro, tra fiato, fatica e foglie.

 

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