Vademecum per i bambini che cominciano la scuola

Si torna a scuola, si torna in classe. Si torna, ma non per tutti è un vero ritorno: per qualcuno è l’inizio, quest’anno si va in prima, si comincia una nuova scuola. Dubbi, emozioni, paure, interrogativi. Cambiare è un’esperienza importante, per i piccoli, ma anche per i genitori. Passare dall’asilo nido alla scuola materna, entrare in prima elementare, varcare la soglia della scuola media richiede un po’ di preparazione. Abbiamo preparato un vademecum con i consigli che aiutano a evitare gli “errori” più classici. Un decalogo, ma forse qualcosa in più, compilato con l’aiuto di chi sta dall’altra parte della cattedra, educatori, maestri, insegnanti, professori, che ci hanno rivelato i punti deboli, gli inciampi più diffusi, gli aspetti da curare prima di ogni altra cosa. A parte diario e cartella.

Dall’asilo alla materna

“OGNI BIMBO E’ UNICO, CON I SUOI TEMPI DA RISPETTARE”
La scuola materna è per quasi tutti i bambini il primo gradino da scalare all’interno del percorso che si concluderà (speriamo) all’università. “Chi arriva dal nido – spiega la maestra Lorena di scuola materna – passa dal rapporto di un educatore per dieci bambini, a un rapporto di uno a venticinque. Spesso i genitori si aspettano lo stesso tipo di rapporto del nido e lo stesso controllo stretto, ma alla materna non cambiano solo i numeri, si diversificano anche le esigenze dei bambini e le autonomie che devono rinforzare”.

Ancora più traumatico il passaggio per chi non ha fatto il nido. “È il primo distacco dalla famiglia, da un rapporto uno a uno col genitore, con i nonni o con una babysitter. Mamma e papà devono sapere subito che si inserisce il piccolo in un ambiente di comunità, non più esclusivo, anche se ogni maestra ha il compito e il dovere di cercare strategie su misura per ogni bambino e instaurare con lui un rapporto unico”.

Per chi ha dribblato il fattore-nido, il rischio del pianto al momento del distacco è maggiore. “È normale, ma in quel momento il genitore non deve scappare, anzi. Deve rassicurare il piccolo, spiegare che mamma o papà vanno al lavoro, ma che torneranno a prenderlo e lui nel frattempo starà con altri bimbi. Se il bimbo o la bimba vedono che il genitore è tranquillo, si tranquillizzeranno anche loro”.

E poi ci sono le questioni che, chi più chi meno, accomunano le famiglie che portano i bimbi alla scuola materna. A cominciare dal ciuccio e dal pannolino. “La richiesta di base è di portarli senza nulla di tutto ciò. Sembra una cosa scontata, ma non lo è; il rischio è che il bimbo si senta diverso dagli altri. L’alternativa? Portare molti cambi da lasciare nell’armadietto, in modo che il piccolo impari a riconoscere lo stimolo e, nel caso se la faccia addosso, capisca e cominci a correggersi da solo, magari prendendo esempio dai compagni che già ci riescono”.

Il ciuccio, invece, a volte è un retaggio della nanna. “Ma è una comodità in più per i genitori che per i figli. Serve invece instaurare una routine – una coccola, una storia da raccontare, della musica rilassante – così che i bambini si abituino”.

E poi c’è la fiducia nei confronti del bambino stesso. “Il nostro compito è rafforzare la loro autonomia, dal fare la pipì al lavarsi le mani. A volte, invece, arrivano all’asilo che non sanno nemmeno aprire un rubinetto. I genitori devono stimolarli e, soprattutto, mai fare paragoni con gli altri. Nel bene come nel male. Ogni bimbo è unico e vanno rispettati i tempi di ciascuno”.

E se la fiducia va allargata anche all’insegnante (“Se i bimbi vedono che c’è un buon clima con i genitori, che parlano con la maestra, anche loro si sentiranno più a proprio agio”), un altro aspetto fondamentale è l’arrivo a scuola. Un dettaglio da non trascurare: “Mai in braccio, per non sottoporre il piccolo allo stress del passaggio dal calore del genitore a quello di una maestra che non potrà mai essere uguale. Piuttosto è meglio arrivare per mano, inventando un gioco o un meccanismo ripetitivo per approcciarsi all’entrata in classe. E poi i genitori non devono mai scordare il sorriso: non bisogna lasciar trasparire preoccupazione, altrimenti i bambini la percepiscono”.

Infine, una strategia per il dopo asilo: “Farsi raccontare la giornata dai bambini, ma non in maniera inquisitoria. Bisogna cercare la spontaneità, magari prendendo l’iniziativa e raccontando come è andata la propria giornata al lavoro. E poi, mostrando entusiasmo per il racconto, anche se il bambino impiega del tempo attardandosi su dettagli che agli adulti sembrano superflui, ma che per lui sono importanti. Non bisogna metter loro fretta”.

Dalla materna alle elementari

“UNA QUESTIONE DI SPAZI (E NON SOLO)”
Dalla materna alle elementari, dal gioco per il gioco a un banco, una sedia, una cartella e un diario. “Stare seduti otto ore è la cosa più traumatizzante per i bambini – dice Roberta Condomitti, insegnante di scuola elementare -. Di questo bisogna sempre tenere conto ed è il punto di partenza per qualunque tipo di ragionamento. È forse il più grande cambiamento, per quanto riguarda le regole che c’erano alla scuola materna, dove si dà più peso e valore alla capacità di relazionarsi con i compagni, con i pari e con lo spazio. Ritrovarsi seduti al banco è la limitazione più grande, soprattutto al termine dell’estate. Questo comporta una reazione a nuove competenze emotive e cognitive cui i bambini non sono abituati, ma spesso nemmeno i genitori lo sono. E la frase che ci si sente dire più spesso è che ‘alla scuola materna non era così’. Ma è normale che non fosse così, c’erano obiettivi e parametri diversi. Ora le cose sono cambiate”.

A questo si aggiunge anche un altro aspetto legato allo spazio. “D’improvviso in classe appare la cattedra. Un segnale di distanza tra la maestra e l’alunno. La maestra non gira più tra i bimbi, o comunque lo fa molto meno, e appare quindi più lontana. Non solo fisicamente. Anche in questo caso, i genitori rischiano di essere poco abituati così come i figli. È come se la maestra, ai loro occhi, essendo meno mamma fosse anche meno attenta ai bambini. E dunque i genitori faticano maggiormente a concedere fiducia”.

E poi c’è un terzo tasto dolente, quello del voto. “Per sua natura, la scuola elementare è chiamata a esprimere valutazioni molto più puntuali, dalle piccole cose a quelle più grandi. I bimbi che arrivano dalla materna non sono abituati a essere valutati, ad avere spazi e tempi da rispettare. E non hanno un’abitudine alla concentrazione così sviluppata, mentre le ore per lo svago e per il gioco diminuiscono notevolmente. In un certo senso, è un mondo ribaltato: se alla materna c’era lo svago e in mezzo qualche ora settimanale di pregrafismo, in prima elementare diventa tutto l’opposto”.

E anche su questo aspetto i genitori a volte toppano. “In prima elementare mamma e papà cercano un contatto con la maestra per parlare, singolarmente, solo del proprio figlio, ma non è più così. Il diario è lo strumento di comunicazione prevalente, ma viene percepito come un elemento posto per demarcare una distanza, mentre in realtà per l’insegnante è un mezzo fondamentale per il dialogo e le comunicazioni ufficiali. Rispetto alla materna i genitori tendono a fare meno gruppo, come se l’avvento di una valutazione sui propri figli diventasse un punto di differenziazione. Come fosse una valutazione sul bambino e non sulle sue capacità in quel momento, in quel giorno, in quella particolare situazione. Tendono a scattare i paragoni, oppure i ragionamenti sul metro di giudizio e sul perché di un certo voto. La reazione, classica, è arrivare a pensare: ‘La maestra ce l’ha con nostro figlio’, mentre non c’è nulla di più sbagliato e fuorviante”.

Col passare delle settimane, superato l’impatto, la situazione migliora: “Con il tempo, i genitori si rendono conto che gli alunni diventano come dei figli per le insegnanti. Quello che i genitori fanno è un atto di fiducia nei confronti dell’istituzione e dei docenti, fiducia di cui gli insegnanti devono sempre essere grati e che devono dimostrare di meritare”.

Dalle elementari alle medie

“CON I PROFESSORI LA DISTANZA AUMENTA”
Un altro balzo enorme è quello che porta alla scuola media. I bimbi sono sempre meno bimbi, ma anche il rapporto con gli insegnanti cambia radicalmente. E proprio i docenti sono la prima fonte di “shock”. A cominciare dal modo di rapportarsi con i ragazzi. “Si passa dal mondo delle elementari in cui dai del tu alla maestra – spiega Valentina Barone, insegnante di scuola media e di scuola superiore – a uno in cui viene richiesto di dare del lei. Per i ragazzi, spesso, questo è un motivo di difficoltà. Percepiscono il professore come definitivamente distante, non più quello che ti curava e ti metteva il cerottino. Una distanza affettiva che è in parte compensata dalle operatrici scolastiche, soprattutto quelle più anziane, che hanno un atteggiamento maggiormente confidenziale con i ragazzi. Per gli studenti, dare del lei invece che del tu non è sempre facile e alcuni insegnanti, specialmente se non più giovani e di determinate materie, finiscono addirittura per risentirsi”.

Un altro gap da colmare è quello legato all’abitudine alla prova. “Da quando è stato eliminato l’esame di quinta elementare, il primo filtro vero e proprio si trova alla fine della terza media, motivo per cui arrivano in prima ancora molto ragazzini. L’ostacolo è stato spostato più in là, così come la necessità di mettersi in gioco. E poi cambia il discorso sui compiti e sul metodo di studio. Alle medie arrivano voti e valutazioni anche su questo, non c’è più la nota o la ramanzina per chi non ha fatto ciò che doveva o ha scordato il quaderno a casa. Serve più indipendenza e la capacità di gestire il materiale e i tempi di studio. Infine, ci sono più materie, quindi più insegnanti. Non più due o tre maestre, ma anche sette, otto, a volte dieci insegnanti. Ognuno con il suo carattere, la sua età e la sua esperienza personale. Una difficoltà per i ragazzi, ma anche per i genitori. Ci sono mamme e papà che sono consapevoli della differenza con le elementari, mentre altri reagiscono proteggendo o coccolando i propri figli a prescindere. Un fenomeno che, con gli anticipatari (i bambini nati a gennaio, che entrano a scuola un anno prima, ndr), è ancora più evidente. Tanti genitori non sono pronti a confrontarsi con problemi come la dislessia o altre difficoltà di apprendimento. Alcune volte i disturbi vengono riconosciuti già alle elementari, ma altre volte no. E le reazioni sono le più disparate: dai genitori che rifiutano la realtà, non accettando che il proprio figlio possa avere un problema, a quelli che lo vedono come una possibile scappatoia per semplificare il rapporto con i compiti e le richieste didattiche”.

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