Come comportarsi quando non ci piacciono gli amici dei nostri figli?

“Non mi piacciono gli amici di mio figlio. Sono compagni di scuola un po’ maleducati e bulletti. Preferirei che frequentasse altri bambini, ma lui con loro non si trova, dice di annoiarsi”.

La paura delle cattive compagnie è un tema che interessa e preoccupa molti genitori. Allevi un figlio in un modo, poi inizia a frequentare altri bambini o ragazzini e diventa un altro: come comportarsi? Innanzitutto, è bene che l’adulto osservi la scelta degli amici, ma non si lasci prendere dalla paura o controlli con invadenza le scelte del proprio figlio. Il rischio è quello di irritare il bambino, comunicargli che non ci fidiamo di lui e che – vivendo il nostro atteggiamento come una eccessiva ingerenza – inizi a nasconderci delle cose.

La decisione di frequentare un amico, per un bambino dai 7 anni in avanti, è un modo di compiere una scelta autonoma.

Per un adolescente può anche essere una provocazione inconscia allo stile genitoriale: “Voi siete così, mi volete così… e adesso io frequento persone diverse”. Scegliere amici che i genitori disapprovano significa essere lasciati liberi di sbagliare, mettersi alla prova, sentirsi grandi. Il messaggio profondo che sta dietro a questa scelta è: “Mamma, papà, sto iniziando a crescere e ragiono con la mia testa”. La crescita di un figlio passa attraverso gli insegnamenti dei genitori, le prove a scuola ma anche attraverso le relazioni, buone o sofferte che siano. In questo ambito il bambino sperimenta il mondo senza la guida protettiva di mamma e papà e forgia il suo carattere, in un movimento di progressiva differenziazione anche a costo di passare attraverso dei momenti di eccessivo scisma dallo stile genitoriale ed eccessivo conformismo al “branco” del gruppo dei pari.

Scegliere amici molto diversi può essere un modo per sviluppare parti di sé inesplorate o costrette da un’educazione familiare troppo restrittiva o al contrario eccessivamente permissiva. Spesso si osservano bambini molto tranquilli, remissivi e pacati che scelgono come migliore amico un compagno agitato, prepotente e aggressivo. Attraverso questa amicizia avviene una compensazione inconscia di tratti che mira allo sviluppo e all’integrazione psichica del minore.

Anzitutto è bene conoscere che cosa lo affascina di questi compagni e poi sapere che tali frequentazioni sono funzionali alla sua maturazione e che proprio per questo, nella maggioranza dei casi, prima o poi le abbandonerà.

È giusto che il bambino faccia le sue esperienze, ma è importante che l’adulto funzioni da “base sicura”, un porto dal quale allontanarsi, ma al quale poter tornare in momenti di difficoltà. Questo però non significa non ricordare al bambino i principi in cui la famiglia crede, anche perché possono servirgli da guida in futuro, o non osservare eventuali campanelli di allarme persistenti nel tempo che ci indicano che qualcosa non va: ansia, irritabilità, comportamenti segreti, calo dell’umore, insonnia, difficoltà a mangiare, a studiare. In questi casi è opportuno intervenire, ma non come giudici severi o con divieti e imposizioni che rendono le cattive compagnie ancora più attraenti. Piuttosto è bene riflettere insieme sul perché ha scelto certi compagni e su cosa sia successo. Sentendo la comprensione dell’adulto, per il bambino sarà più facile confidarsi con il genitore e contare sul suo parere e sul suo consiglio rassicurante.

 

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