Figli felici e famiglie d’origine

Qualche giorno fa mangiavo in un ristorante accanto a un papà con il figlio, che poteva avere circa 3 anni. durante la cena il bambino ha cominciato a piangere e il papà, che sembrava imbarazzato dal non riuscire a interrompere quel pianto, lo ha immediatamente zittito dandogli un ipad e dicendogli che stava disturbando tutti. Che ne pensa? Marco

Caro Marco, quella che descrivi è una situazione che si incontra facilmente. Il bambino stava disturbando, ma chi? Noi tutti, vale a dire noi sconosciuti commensali? O piuttosto il genitore stesso? Che cosa avrà voluto dire quel bambino a suo padre? Sono domande che se non trovano risposta rischiano di non orientare le scelte educative nella direzione giusta. Quel padre sembrerebbe avere agito con l’obiettivo di mettere a tacere la sua vergogna e il suo imbarazzo, piuttosto che con l’obiettivo di ascoltare le esigenze di suo figlio. Come genitori non dovremmo zittire i figli, dovremmo cercare di ascoltarli. Capita talvolta di “non riuscire a sentire”, ovviamente non a livello di orecchie ma di emozioni. Queste occasioni sono preziose, perché possiamo analizzarle, cercare di capirle e usarle per crescere come genitori e come persone. Soprattutto, in questi momenti si può rendere il proprio stile educativo più incisivo e più adatto ai nostri figli. Certo è importante che i propri figli siano sorridenti e che stiano bene, come genitori è anzi necessario assumersi questa responsabilità, man fin dove possiamo arrivare per provocare quel sorriso?

 
Ho odiato i miei genitori quando ero giovane, ma adesso che ho anch’io dei figli, non posso fare a meno di rendermi conto che sono stati bravi. Avevano le idee più chiare, e più carattere, meno paure. Mi piacerebbe essere per mio figlio il padre che mio padre è stato per me. Enzo

A tutti i genitori capita di chiedersi: “Cosa avrebbe fatto mia madre in questa circostanza? Come faceva mio padre con me?”.

James L. Framo, psicoterapeuta statunitense pioniere della terapia familiare, sosteneva che “le persone che pensano di poter dimenticare i propri genitori, fratelli e sorelle, prevalentemente non fanno che ingannare se stessi”. Non è possibile staccarsi completamente dalla generazione che ci precede e anche quando potrebbe sembrare che il taglio sia avvenuto, per la lontananza da loro o per un lutto, il legame resiste in maniera più o meno invisibile. Il ciclo di vita di una famiglia, infatti, non prevede mai un totale abbandono, né da parte della generazione anziana, né da parte della giovane generazione.

Boszormenyi-Nagy, psicoterapeuta americano collega di Framo, sostiene che ogni adulto, se vuole impegnarsi in un legame di tipo orizzontale con il proprio coniuge e riuscire a raggiungere il giusto coinvolgimento nel rapporto con i figli, deve prima di tutto rivedere il legame di tipo verticale con la propria famiglia d’origine. Passaggio necessario. A tale proposito Boszormenyi-Nagy parla di lealtà familiari, intendendo con questa espressione tutti quegli atteggiamenti positivi, onesti e affidabili che una persona compie nei confronti della sua famiglia. Detto in altre parole, ogni persona è leale alla propria famiglia, alla propria cultura d’origine e a quegli stili educativi adottati dai propri genitori. Questo fitto intreccio di lealtà, anche se non è facile accorgersene, influisce nella proposta educativa rivolta alle nuove generazioni. Questi legami di lealtà, se tenuti in considerazione, rappresentano il cuore pulsante di una famiglia, ciò che la mantiene viva con il supporto di tutti i suoi membri. Se invece non vengono percepiti rischiano di agire in direzione contraria, come senso di colpa o come dovere nei confronti della famiglia d’origine e risultano di intralcio nell’educazione dei figli.

[Alberto Rossetti]

 

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