Maman mother mama

Quanti modi ci sono di dire mamma? Quanti metodi diversi di occuparsi di un bimbo appena nato? Ma, soprattutto, cosa è meglio per lui? Non esiste, in tutto il mondo, un solo modo di allattare e neppure un modo per svezzare, mettere a nanna o portare i bambini. Apparentemente, neppure il modello offerto dalla puericultura occidentale (leggi: il nostro modo), così sicuro e scientifico, è tra i più diffusi. E forse neppure tra i più efficaci. Anche se siamo convinti del contrario, facciamo crescere i bambini affidandoci a pareri e consigli che non poggiano necessariamente su basi scientifiche: come tutte le puericulture, anche la nostra è un mix di conoscenze, abitudini, adattamento all’ambiente e magari anche superstizioni. In questo articolo abbiamo ascoltato cinque mamme che spiegano come si fa a crescere i bambini nel loro paese. Le loro risposte sono belle e spontanee: stupiscono, ma anche fanno riflettere. Troverete pratiche che affascinano e abitudini che fanno trasalire tanta è la distanza dalla nostra cultura. Il risultato è che, nel mestiere del genitore, non esiste la verità con la V maiuscola. Meglio fidarsi del proprio istinto, con la certezza che dove c’è amore e attenzione, i bambini crescono comunque sani, sereni e, si spera, svegli.

Repubblica di Guinea (Africa)

Kadija è la giovane mamma di Aida. Viene della Repubblica di Guinea, nell’Africa occidentale, una zona a sud della fascia del Sahel. Qui la popolazione vive prevalentemente in campagna e in condizioni di vita molto dure, con un tasso di mortalità infantile elevato e una aspettativa di vita di circa 50 anni, anche se i dati sono in lento miglioramento. L’agricoltura impegna circa il 70% della popolazione. Come si nasce in Guinea? “Al mio paese le ragazze hanno il primo figlio più o meno a quattordici anni – racconta Kadija -. Nella capitale, Conakry, si va a partorire in ospedale dove si viene assistite da un’infermiera; si sta solo alcune ore, il tempo di avere il bambino e vedere che è tutto a posto. I cesarei sono rarissimi e riservati a persone gravemente malate. Poi la mamma va a casa, dove arrivano in visita tutti i parenti che portano in regalo del sapone, per lavarsi e lavare il bambino e i suoi vestiti. Non ho mai sentito parlare di depressione dopo il parto, forse in Guinea non esiste o le donne non hanno il tempo o la possibilità di sentirsi giù!” Allattamento e svezzamento? “Appena nati, i maschietti vengono circoncisi e alle femmine si fanno i buchi per gli orecchini. Tutte le mamme allattano da subito, è rarissimo che qualcuno non abbia il latte; in genere l’allattamento dura due o tre anni, ma si sospende se si è di nuovo incinta. Dai sei mesi in poi al bambino diamo una pappa di cereali, si chiama cerelac, ma contemporaneamente cominciamo a preparargli riso bollito zuccherato e zuppe fatte con carne tritata o pesce, pomodori e un po’ di dado. A un anno i bambini mangiano come i grandi, compreso i sughi molto piccanti! Da bere si dà spesso l’acqua di kenkeliba, che si ottiene da una pianta: una volta cotta ha proprietà rinfrescanti ed è molto indicata per il mal di pancia”. Chi sta con il bambino? “In famiglia tutti prendono in braccio il neonato, anche i bambini, non si ha paura come qui in Italia che gli facciano male o che lo lascino cadere – dice Kadija -. Invece non si fa toccare il bebé a un estraneo perché si teme che possa fargli un maleficio”. Pannolini? “Usiamo pannolini di stoffa. Quelli usa e getta esistono, ma costano tanto e quindi sono solo per i ricchi. Verso i nove mesi insegniamo a fare la pipì nel vasetto e a un anno i bambini sono senza pannolino”. Come si dorme? “I bimbi dormono a fianco della mamma fino ai cinque o sei anni e in genere sono molto legati a lei perché è la sola persona che se ne occupa: la cura dei figli è considerata un compito da donne e gli uomini non se ne interessano”. Passeggino, fascia, marsupio? “Per noi il sistema più comodo per trasportare i bambini, da appena nati fino a quattro o cinque anni, è legarli dietro la schiena con un ampio foulard che chiamiamo pagné. In Guinea in genere ci sono case grandi, dove vivono due o tre famiglie insieme; se una mamma deve fare una commissione o va a lavorare, c’è sempre qualcuno che può occuparsi di un bambino. Anche i fratelli di sei o sette anni possono guardare un neonato, se la mamma lo chiede. Bisogna pensare che a quell’età si è considerati già grandi e, soprattutto per le femminucce, non c’è tanto tempo per giocare: ci si alza alle sei per andare a prendere l’acqua, fare la spesa e pulire la casa e solo dopo si può andare a scuola.”

Federazione Russa (Eurasia)

Oxana è la mamma di Alexei. Viene dalla Russia, lo stato più grande del mondo, a cavallo tra Asia ed Europa. Come principale successore dell’Unione Sovietica, la Federazione Russa ha una grande componente industriale e una agricoltura molto sviluppata: è tra i primi produttori al mondo di cereali. Dall’inizio degli anni novanta la popolazione è drasticamente diminuita a causa dei flussi migratori in uscita. La Russia è scarsamente popolata in rapporto alla sua enorme estensione. La mortalità infantile (1,65%) è ancora molto alta rispetto all’Occidente e la speranza di vita degli uomini è bassa: 59 anni, contro i 62 anni delle donne. Come si nasce in Russia? “Ci sono ospedali statali e ospedali regionali – risponde Oxana -; si può partorire in entrambi, ma nelle grandi città chi non ha problemi economici spesso sceglie una clinica privata. Negli ospedali regionali (dove alcuni servizi sono a pagamento) e nelle cliniche il trattamento è lussuoso: la mamma ha una stanza singola, i pasti sono molto curati e può capitare di vedersi arrivare il caviale a colazione. Il bambino è in camera con la mamma e si possono ricevere visite. Negli ospedali statali invece non si possono ricevere i parenti nella stanza”. Come si insegna a andare sul vasino? “Le persone di una certa età pensano che per i neonati siano meglio i pannolini di stoffa – risponde Oxana – perché stringono meno e nei maschi non causano la ritenzione dei testicoli; i giovani invece apprezzano la comodità dei pannolini usa e getta. A sei, sette mesi, quando il bambino inizia a stare seduto, i genitori gli insegnano a fare la pipì nel vasino e bisogna dire che a un anno tutti i bimbi russi ci riescono. Mio figlio che è nato e cresciuto a Torino, ha imparato a un anno e mezzo e le zie russe mi sgridavano perché ancora non gli avevo tolto il pannolino!”. Differenze rispetto all’Italia? “Tutto è fatto un po’ più precocemente: per esempio verso i sette mesi si cerca di eliminare il ciuccio. Anche in Russia ci sono uccellini, topi e cagnolini che aiutano a farlo sparire. L’allattamento al seno è sicuramente incoraggiato. A tre mesi si inizia però a dare al bambino il succo di mela o di carota; a quattro mesi si preparano purea di frutta e di verdura, ma anche tuorlo d’uovo e ricotta. Penso che l’abitudine di dare l’uovo sia dovuta alla necessità di fornire al bambino la vitamina D, che ha bisogno del sole per essere sintetizzata e in Russia d’inverno il sole si vede davvero poco. A sei mesi la mamma prepara una pappa con cereali (riso tritato, mais), frutta, semolino, carne o pesce. A un anno i bambini mangiano come gli adulti. Rispetto al freddo, i neonati vengono temprati subito: già a pochi mesi si portano a spasso nelle carrozzine, ben imbacuccati, anche se fuori ci sono trenta gradi sotto zero!”.

Cuba (America Centrale e Caraibi)

Virginia ha due figli: Mattias e Naima. Viene da Cuba, dove la mortalità infantile è una delle più basse al mondo: il 7 per mille. La speranza di vita è di 74 anni per gli uomini e 79 per le donne. Il 75% della popolazione vive in città: di questi il 20% vive nella capitale, L’ Avana. La popolazione è multietnica, con una forte componente di origine spagnola. L’economia di Cuba è essenzialmente statale, non di mercato, ed è fortemente vincolata dall’embargo statunitense in vigore dai primi anni ‘60. Come si nasce a Cuba? “Si partorisce sempre in ospedale – risponde Virginia- a differenza di altri paesi dell’America Latina, la sanità è molto buona, con standard simili all’Europa. Si rimane ricoverate almeno una settimana anche se il parto è naturale e non c’è l’abitudine di far assistere i mariti alla nascita”. Si allatta? “L’allattamento al seno è considerato naturale e fisiologico, nessuna donna si pone il problema se può o non può allattare. Io ho allattato 26 mesi il primo figlio e 14 mesi la seconda. Di solito tutte le mamme allattano almeno per un anno; molte anche fino ai quattro anni dei figli, soprattutto se hanno molti bambini che nascono di seguito e quindi il latte non manca mai! A tre, quattro mesi però, oltre al latte, al neonato si preparano le prime pappe. La più tipica è una specie di purea fatta con un tubero che si chiama malanga, che viene cotto e mescolato a carne o pesce; oppure si aggiunge il brodo di fagioli con riso stracotto. Se il bambino mangia poco o malvolentieri, nella pappa le mamme mettono pezzetti di banana che in genere piace molto e stimola l’appetito”. La nanna e il trasporto? “I neonati non vengono messi nel lettone: devono dormire nella loro culla posta a fianco del letto dei genitori; di solito è una struttura molto semplice e costruita dagli stessi familiari. Il passeggino è un oggetto abbastanza nuovo e poco usato; di solito portiamo in braccio i bambini, ma appena sanno camminare, insistiamo perché lo facciano, anche se frignano un po’ perché sono pigri. Quando la mamma deve andare a lavorare, in genere porta il figlio a un asilo nido; ce ne sono molti e funzionano bene. Invece se ha una commissione da sbrigare, c’è sempre l’aiuto della famiglia allargata e si può contare sui vicini di casa. I bambini piccoli vengono presi in braccio facilmente da tutti, ma, per motivi di igiene, non si devono baciare soprattutto su mani e viso, al massimo sui piedi”. Qualche consiglio? “Se vai a Cuba ricordati di non dire mai a un bambino che è bello: contrariamente a quanto accade qua, non viene considerato un complimento, ma una frase che potrebbe attirare il malocchio”.

Giappone (Asia)

Narumi ha due figli, Hirohito e Noriko. Viene dal Giappone. Con una popolazione di circa 128 milioni di individui, il Giappone è la decima nazione più popolosa al mondo. La Grande Area di Tokio, che include la città e le prefetture confinanti, è la più grande area metropolitana del mondo, con oltre 30 milioni di residenti. L’economia è quella delle grandi potenze e lo standard di vita è molto elevato (decimo a livello mondiale). I cittadini giapponesi hanno la maggiore aspettativa di vita al mondo e il tasso di mortalità infantile è il terzo più basso del pianeta. Nelle nazioni industrializzate l’allattamento non è così scontato. Cosa succede in Giappone? “Le donne giapponesi pensano che il latte materno sia il miglior nutrimento per il bambino – risponde Narumi -, però più della metà usa il latte in polvere; è anche molto frequente che le madri si tirino il latte e lo congelino per poi darlo al bimbo nel biberon, soprattutto se lavorano. Ai bebè si fa bere acqua bollita raffreddata, tè scuro giapponese (che è il tè verde tostato) e tè d’orzo. Dopo i cinque, sei mesi, si comincia lo svezzamento con brodo vegetale e un leggero succo di frutta. Verso i diciotto mesi i bambini mangiano come il resto della famiglia, ma con sapori più delicati e con una cottura più leggera. Prima dell’anno non diamo mai ai nostri figli il miele, il pesce crudo, i crostacei e le noccioline; l’uovo si mangia solo dopo i sette, otto mesi o, se vogliamo ridurre i rischi d’allergia, dopo l’anno”. Si usano i pannolini usa e getta? “Alcune madri preferiscono i pannolini in tessuto sia per il risparmio economico, sia per evitare le irritazioni da pannolino, ma anche perché il bimbo così si abitua prima al vasino. Sovente capita che la madre usi il pannolino in tessuto in casa e quello usa e getta quando esce. Rispetto al ciuccio, pensiamo che sia utile, in quanto obbliga a respirare col naso, ma sappiamo che non lo è per l’allineamento dei denti. Per questo cerchiamo di togliere l’abitudine tra il primo e il secondo anno”. Passeggino, marsupio o fascia? “Nella nostra cultura è normale portare il bimbo sulla schiena tenuto da una fascia, ovviamente a partire da quando regge la testa da solo. Facciamo così soprattutto in casa o quando siamo nel quartiere, perché è un modo che permette di utilizzare entrambe le mani e di svolgere le faccende domestiche. Ai bimbi piace molto questa posizione: cullati e rilassati, smettono di piangere e si addormentano facilmente. Però quando si esce e si va fuori dal proprio vicinato, la mamma preferisce tenere il proprio bimbo in braccio perché così riesce a vederlo in viso e verificare sempre le sue condizioni. Al giorno d’oggi portare il bambino sulla schiena, a dire il vero, è considerato poco elegante e non di moda: anch’io, se ero in ambienti non familiari, tenevo i bimbi in braccio o usavo il passeggino”. Dove dormono i bambini? “In camera con i genitori fino a quando non sono loro a decidere di andare a dormire da soli, cosa che in genere capita intorno ai sei anni: si approfitta dell’inizio delle elementari, momento in cui cominciano a sentirsi grandi e indipendenti, ma succede sovente che i bambini dormano insieme ai genitori anche fino ai 10 anni e oltre. Per esempio io e Noriko, che ha 11 anni, ancora dormiamo insieme e ci piace molto. Indubbiamente, a Tokyo, quest’abitudine è rafforzata dal costo esorbitante delle case: possedere un appartamento con più stanze da letto resta il sogno di molti”.

Bali (Asia) 

Madè è la mamma di due bambini: Wayang e Madè. Viene da Bali, isola dell’Indonesia famosa come meta turistica. Oltre al turismo, le attività prevalenti sono l’agricoltura (la produzione di riso occupa il 20% delle terre), la pesca e l’artigianato. Rispetto al resto dell’Indonesia, l’aspettativa di vita e il livello di alfabetizzazione sono piuttosto elevati. Come mai tua figlia si chiama Madé come te? “La scelta del nome per i figli a Bali non è certo un problema: se appartieni alla casta bassa, il primo figlio, maschio o femmina che sia, si chiama sempre Wayang, il secondo Madè, il terzo Nyoman e il quarto Ketut. Dal quinto si ricomincia con Wayang! Altri nomi sono previsti per le altre due caste, gli ksatriya (guerrieri) e i brahmini. Se la mamma vuole avere un bambino con la pelle bellissima e molto chiara, durante la gravidanza deve bere molto latte di cocco;  il bimbo oltre che bello nascerà anche in carne”. Dove si nasce a Bali? “Quasi tutte le donne partoriscono in ospedale, ma se abiti in una delle quindici isolette che circondano Bali, è quasi certo che partorirai in casa: c’è solo un dottore e due paramedici e a volte, per raggiungere un posto, ci vogliono sei ore di navigazione. In quest’ultimo caso, ad aiutare la donna ci sono le dukun, levatrici tradizionali, che appartengono a un’etnia nomade”. È normale allattare? “Tutte le mamme allattano al seno, ma già dai primi giorni di vita in genere viene data la banana schiacciata; verso gli otto mesi comincia lo svezzamento con il gandung, una pappa di cereali, latte, banana e uova”. Pannolini? “Non esistono i pannolini usa e getta, solo triangoli di cotone”. La nanna? “I bimbi dormono con i genitori molto a lungo; si è abituati a condividere spazi piccoli e a dormire tutti insieme, a meno di appartenere a una famiglia ricca e altolocata. Il neonato non può toccare il suolo fino al compimento del primo anno balinese (che corrisponde a 210 giorni). Questo per non sottoporre le ossa ancora duttili a sforzi che potrebbero renderle storte e per evitare la contaminazione da parte degli spiriti della terra o dei demoni. In Indonesia non si usa neppure mettere il bambino in verticale per i primi sei mesi perché il collo è troppo fragile, quindi niente posizione da ruttino! Poi viene portato in giro fasciato con un ‘sarong’ sulla schiena della mamma”. Altre abitudini? “Prima di uscire di casa, applichiamo tra le sopracciglia del bambino il terzo occhio: un po’ di aglio rosso schiacciato, che ripara dalle eventuali interferenze di spiriti maligni; sempre per proteggerlo, mettiamo sotto il suo cuscino una forbice o un coltello o uno stralcio di una particolare palma. Quando compie sei mesi, si celebra una cerimonia in cui al bebè vengono tagliati tutti i capelli e gli vengono messi davanti una serie di oggetti: un libro sacro, libri di altro genere e oggetti vari. In base a ciò che prende spontaneamente in mano, sappiamo se da grande sarà un sacerdote, un professore, un dottore o un contadino”.

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