Separazione e maltrattamenti

Caro avvocato,
sono una mamma separata. Ho un bimbo di sei anni che è stato vittima, assieme a me, dei modi bruschi del padre (botte a me, grida e scenate). Da quando il padre se n’è andato, il bimbo è più tranquillo, ma gli sono venute paure che non aveva, per esempio ha paura del buio e fa capricci disperati se sta lontano da me. Mio figlio soffre molto la figura della zia (sorella dell’ex marito) che è una donna fredda e cattiva (gli ha fatto mangiare il suo vomito). Ho chiesto aiuto al mio legale ma non è valso a nulla. Durante i lunghi periodi di permanenza con il padre mi è interdetta la comunicazione con il bambino. In pratica non so come sta il mio cucciolo… Come posso fare per aiutarlo e aiutarmi? Grazie e buon lavoro

Il caso che mi sottopone purtroppo capita assai di frequente. La famiglia si sfalda fisicamente ma i suoi componenti continuano per forza di cose a relazionarsi l’un l’altro, specie quando ci sono dei figli. E se la rottura non è stata pacifica, sono proprio i minori a subirne le conseguenze più gravi. Quale potere hanno gli adulti per arginare i danni psicologici che i figli patiscono? Capisco che l’ausilio del suo avvocato sia valso a poco, perché non è un problema di facile soluzione. Sicuramente l’omologa di separazione avrà dettato uno specifico regime di visita, che consenta al bambino di trascorrere quanto più tempo possibile con il padre: la figura paterna è infatti fondamentale per la crescita di un minore. Naturalmente non è vietato alla madre telefonare al figlio quando sta con il padre, così come non è vietato il contrario. E certo il bambino deve continuare a frequentare i parenti del padre: zii, cugini, nonni. Non dobbiamo però dimenticare che i bambini percepiscono con grande sensibilità gli umori di chi sta loro accanto. Per questo i genitori dovrebbero cercare di avere un rapporto il più possibile sereno, quanto meno in loro presenza. Bisogna spiegare al bambino che è giusto passare qualche giorno con il padre, senza fargli pesare il distacco dalla madre. Se però gli episodi che mi ha raccontato sono effettivamente accaduti (mi riferisco alle violenze perpetrate dalla zia), occorre rivolgersi al legale di suo marito affinché riporti il proprio cliente sulla retta via. Ove ciò non avvenga, e dimostrato che la famiglia paterna “maltratta” il bambino (bisogna peesserne certi: non è sufficiente una mera supposizione) l’unica strada è rivolgersi al Tribunale che ha omologato le condizioni di separazione affinché vi ponga in qualche modo rimedio. Se davvero il bambino non è più tranquillo, e se la causa di questo cambiamento è effettivamente il padre, allora è bene intervenire in modo appropriato. E’ giusto peraltro avvertirla che ciò potrebbe significare l’avvio di un periodo non facile: suo figlio verrebbe “studiato” da qualche assistente sociale per sondarne il malessere e scoprirne le cause, un percorso che potrebbe essere lungo e faticoso.

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Giovani Genitori

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