Storia di una bugia, ovvero, è la realtà ad avere le gambe corte

da | 24 Feb, 2022 | Lifestyle, Persone, sassolino

Tre amici che discutono su “cos’è una bugia”. Non quella generica, che si trova consultando il dizionario, ma quella socialmente riprovevole

“Stasera zuppa di zucca”. Annuncio in maniera solenne il menù, già conoscendo la reazione di mio figlio a cui la zucca non piace. Ma io sono determinato a prepararla. Non l’ho mai cucinata prima, tuttavia mi scalda il cuore quell’immagine di famiglia radunata attorno alla tavola, con i piatti fumanti, in pieno inverno. Quindi stasera zuppa di zucca. 

Ci eravamo appena tolti cappotti e scarpe. Chiedo a mio figlio di raggiungermi in cucina, dove ho preparato l’ortaggio e i coltelli. Divido la zucca in tranci. Lui li riduce in pezzi più piccoli. Tutto in silenzio. “Sai cosa è successo al carro? Si è storto”. Sto versando l’acqua nella pentola, non capisco di che carro stia parlando. Metto la pentola sul fuoco. “Che carro?”. Mi giro e lo guardo. Il Gran Carro. Si è spostata una stella e non è più un carro, mi risponde con un tono informato dei fatti che non vuole allarmarmi.

Fine autunno, i banchi del fiume sono coperti di foglie croccanti di querce locali e aceri importati dall’America. La palette dei colori va dal verde al marrone, ma il colore dominante è l’arancione. Dopo un’ora di camminata in questo paesaggio delizioso ci fermiamo ai tavolini di un bar. Siamo tre amici che discutono su “cos’è una bugia”. Non quella generica, che si trova consultando il dizionario, ma quella socialmente riprovevole, quella brutta insomma.

Partiamo dalle definizioni della Treccani e passiamo all’Oxford Dictionary, ma l’etimologia non ci soddisfa. Continuiamo a indagare, nonostante cominci a far fresco, perché il gioco si sta facendo divertente. Ognuno racconta una situazione reale che disegna una bugia. Su questo racconto cerchiamo di costruire un’astrazione.

Era appena entrata e stava tagliando qualcosa in cucina. Ero troppo basso per vedere cosa preparava. Le corro incontro e voglio abbracciarla, ma sono piccolo e allora le abbraccio le gambe, raccontandole un episodio che mi era successo quel giorno a scuola. Racconto guardando il pavimento, piastrelle color salmone (così lo definiva mia madre, io lo chiamerei marroncino). 

Sono uno dei tanti, nella mia generazione, a cui non è stato diagnosticato un disturbo dell’attenzione. Ho patito molto i primi anni di scuola. Non ricordo cos’era successo quel giorno, né cosa raccontai a mia madre. Ricordo solo che c’era dentro una mia improbabile bravura o forse un eroismo impossibile.

Quello che so per certo è che a un certo punto ho alzato lo sguardo. Lei mi stava fissando e il mio sguardo era supplichevole. Dentro di me urlavo: “Mamma ti prego! Credimi! Credimi! Non sono quello che dice la scuola”.

La mia ansia mi costringe a chiedere a mio figlio com’è andata la sua giornata. Vorrei essere con lui a scuola. Vorrei essere sicuro che là dentro stia bene. Raramente mi racconta i dettagli e per di più, quando lo fa, fatico a navigare nel confine sottile tra ciò che è accaduto realmente e ciò che è frutto della sua immaginazione. 

Ma questo non mi scoraggia: ho deciso che preferisco seguire la sua immaginazione. Più abbandono i miei sforzi per ottenere un resoconto oggettivo, più lui mi lascia entrare. Se mi libero dal prosaico quotidiano, si aprono scorci sulle sue fantasie e soprattutto sui motivi che lo spingono al racconto. Cosa vuol comunicare a me con le sue storie? Cosa vuol dire a se stesso? Potrebbe essere il suo modo per ottenere una lettura diversa della realtà? 

Mio figlio – i bambini in generale – usano la fantasia per chiacchierare, proprio come noi usiamo il meteo, il calcio o le notizie. È il loro modo di evadere. La fantasia serve anche per esorcizzare ciò che più temono, perché a volte la realtà è troppo forte per un bambino. A volte hanno bisogno di costruire un mondo tutto loro, un mondo-Lego fatto di pezzetti del reale. Raggiungeranno più avanti l’età in cui questa confusione se ne andrà: allora forse ci mancherà la loro fantasia.

E la verità? La verità è che è stata colpa della Luna, che ha mandato fuori rotta una stella angolare del Gran Carro. Così mi ha spiegato mio figlio due giorni dopo. La verità è che lo sguardo silenzioso di mia mamma diceva: “Lo so che hai inventato tutto. Lo so. Ma credimi, io ti credo!”. La verità è che dopo aver assaggiato la mia zuppa di zucca, mio figlio ha deciso di cenare con due panini al formaggio.

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