Torino-Camerun, andata e ritorno

da | 4 Giu, 2022 | da non perdere, Lifestyle, Persone

Nato in Camerun e diventato papà in Italia, Elvis guarda al futuro portando avanti un progetto che mette le sue competenze a favore dello sviluppo della sua comunità di origine

Emigrare dal proprio paese e trovarsi catapultati in un contesto totalmente diverso è un’esperienza sconvolgente per ogni persona: ribalta i punti di vista e porta a vedere la propria cultura, ma anche quella del paese di accoglienza, con occhi diversi. 

Quella di Elvis, papà di due bambine, è una storia di emigrazione che sin dall’inizio ha tenuto lo sguardo diretto al proprio paese di origine. Dopo cinque anni infatti, grazie alle competenze acquisite in Italia è riuscito a dare vita a un progetto imprenditoriale che mira a favorire lo sviluppo economico, agricolo e sociale della sua comunità.

Scoprire la solitudine

Originario di Dschang, una piccola città a circa 4 ore dalla capitale Douala, Elvis ha 22 fratelli ed è arrivato in Italia, a Torino, quando aveva 15 anni, dopo aver vinto una borsa di studio messa a disposizione da un’organizzazione che sosteneva il suo istituto scolastico e grazie all’accoglienza dei Salesiani in Italia. 

“Quando sono arrivato in Italia sono tante le cose che mi hanno colpito”, racconta.

“Dal punto di vista sociale, il più grande shock culturale è stato scoprire che esisteva la solitudine, ovvero che ci si può ritrovare da soli. A me non era mai capitato prima, da quando sono nato ero sempre stato in compagnia di qualcuno. 

A parte questo, la cosa che più mi colpiva di Torino era la mancanza della natura, che nel mio paese è presente anche nei centri urbani. 

Ovviamente all’inizio la nuova città mi affascinava tantissimo: apprezzavo tutti i vantaggi dell’Italia, a partire da cose banali come avere l’acqua che esce da ogni rubinetto, l’assenza di black out che durano tre giorni, le strade asfaltate e per nulla polverose”.

La scuola e gli amici, ovvero l’integrazione

“Con il passare del tempo mi sono reso conto che anche qui ci sono svantaggi (come l’inquinamento, che da noi è minore perché piove spesso) e soprattutto ho capito che in ogni luogo ci sono pro e contro; quel che fa la differenza in effetti sono le relazioni umane che riusciamo a costruire. 

Ecco, da questo punto di vista non è stato facile all’inizio: frequentavo una formazione professionale e un corso di lingua e, nonostante i salesiani cercassero di farmi integrare il più possibile, non avevo conosciuto nessun italiano. Solo ragazzi stranieri, alcuni dei quali provenienti da culture diverse dalla mia e non sempre mi trovavo bene con loro. E’ stato solo quando ho iniziato a studiare all’istituto Tecnico e sono diventato istruttore di basket, che ho avuto compagni e amici anche italiani e mi sono sentito decisamente più integrato. Ho iniziato a vivere da vicino la cultura locale”.

Una nascita all’insegna della dolcezza

Sei anni fa Elvis è diventato papà di Jada, e due anni dopo di Deva. Sua moglie, Line, è originaria di Dschang ma i due si sono conosciuti in Italia. Vale quindi il detto “mogli e buoi dei paesi tuoi”?

“In realtà ho avuto alcune fidanzate italiane e anche camerunensi. A volte degli italiani non comprendevo l’attaccamento e il condizionamento degli obblighi familiari. Questo non significa ovviamente escludere la possibilità di sposare una donna italiana. 

Semplicemente ho conosciuto Line e c’è stato subito feeling. Lei era la figlia della mia maestra e viveva a Varese dove era andata per studiare. Siamo entrati in contatto attraverso i social, ci siamo incontrati e innamorati, e qualche anno dopo abbiamo deciso di allargare la famiglia.

La nascita delle bambine, anche se lontano da casa, è stata un’esperienza bellissima per noi, anzi, siamo rimasti letteralmente sconvolti in senso positivo. L’attenzione dei medici in ospedale, sia nei confronti delle mamme che dei neonati, e soprattutto la loro dolcezza, ci hanno meravigliati. Nella nostra città nelle sale parto le donne spesso vengono sgridate se si lamentano per il dolore e non vengono accudite con tanta cura e attenzione”.

Diventare genitori, con esperienza

Quando nasce Jada, Elvis e Line sono già esperti di bambini. Entrambi in Camerun si sono da sempre occupati dei fratelli più piccoli e non solo. 

“Nel mio paese i genitori sono sempre molto indaffarati, per il lavoro e le faccende quotidiane, ed è normale che i bimbi più grandi si occupino dei fratelli piccoli. 

Ricordo che, quando avevo otto anni, portavo mia sorella di sei mesi alle visite di controllo dal medico. Una volta, la dottoressa mi chiese se la bimba aveva una mamma, perché ero sempre stato io a svolgere quel compito. 

Vedere bambini di sette o otto anni portare a scuola i fratellini di due è assolutamente normale. Inoltre, spesso ti ritrovi a badare, anche solo per qualche ora, i figli del cugino, del vicino di casa o del negoziante di quartiere. 

E quando un adulto ti chiede il favore di tenere un bambino non ti puoi sottrarre. Ovviamente nelle grandi città, come la capitale, questa pratica è meno diffusa perché lì la gente non si fida”.

Nella gestione di una bambina piccola quindi, Line ed Elvis non devono imparare nulla. 

“Sì, a differenza di molti genitori italiani che nel momento in cui hanno un figlio non sanno nulla della cura del neonato, noi ci consideravamo esperti e sapevamo cambiare i pannolini a occhi chiusi. Essere genitori però è un’altra cosa, quando sei responsabile di un altro essere umano, quando si tratta dei tuoi figli, è ben diverso. Occuparsi dei figli degli altri è molto più semplice”. 

La mancanza di una rete sociale

L’organizzazione quotidiana dei genitori in Italia è indubbiamente differente rispetto al Camerun, in particolare per quanto riguarda il supporto della rete sociale. 

“Dopo la nascita della prima figlia mia moglie non ha lavorato per due anni. La gestione era più facile rispetto a ora, che lavora e abbiamo due figlie, ma era comunque pesante perché spesso sola. 

Per fortuna sua mamma viene molto spesso ad aiutarci. Ha un fratello a Varese e due sorelle in Canada, così sua mamma viaggia tra le case dei figli per dare una mano con i nipoti. 

Attualmente non torna in Camerun da quattro anni. Quando viene qui resta con noi almeno un paio di mesi. Ovviamente non lo dice, ma preferisce l’Italia al Canada, fa decisamente meno freddo!

Quando è lontana siamo aiutati da una conoscente oppure chiamiamo la babysitter: per un camerunense è strano pagare qualcuno che badi ai tuoi figli, ma ormai siamo abituati a organizzarci come le famiglie italiane”.

viviamo così

Lo sviluppo che parte da Torino

Dopo un periodo di lavoro presso l’incubatore per le start-up del Politecnico di Torino, Elvis inizia a viaggiare in diversi paesi africani per conto di un’azienda; si rende conto delle potenzialità delle risorse del suo paese, ma anche delle difficoltà legate all’assenza di strutture e impianti che permettano di conservare i prodotti della terra. 

Oggi lavora a Torino nel settore delle telecomunicazioni, ma porta avanti, a distanza e con visite frequenti, un progetto imprenditoriale proprio a Dschang: Torino food.

“Ho deciso di concentrarmi su un prodotto che è presente in grande quantità e anche molto redditizio: la patata.

La patata locale è considerata di alta qualità; in parte viene acquistata da multinazionali e portata all’estero, in parte è consumata dalla popolazione locale ma tuttavia enormi quantità vengono sprecate in quanto non esistono strutture adeguate per lo stoccaggio, la conservazione e il commercio. 

I contadini quindi non riescono a beneficiare a pieno dei frutti della terra e del loro lavoro.

Ho lavorato per dieci anni alla fattibilità del mio progetto, e nel 2017 è nato finalmente Torino Food. 

Oggi, oltre alla conservazione e allo stoccaggio, abbiamo anche i macchinari per trasformare in prodotto in eccedenza in patatine in sacchetto. 

Sembra banale, ma questo prodotto presente sul mercato proveniva solo dall’Europa. Una cosa assurda, se pensiamo a quanta materia prima c’è in Camerun e a quante persone avrebbero bisogno di un impiego. 

Le patatine locali inoltre, sono meno salate e hanno avuto da subito un grande successo tra la gente, in quanto più buone e più sane, oltre che locali. 

Trasformare una patata fresca in una patata fritta in sacchetto o come prodotto surgelato sembra un processo banale ma in un paese come il Camerun non lo è: bisogna far fronte a tante problemi, come stoccaggio, le strade, i trasporti e l’energia elettrica che non sempre è garantita”.

Uno sguardo verso casa

Insieme ad alcuni amici torinesi Elvis ha da poco fondato un’associazione che ha come obiettivo quello di contribuire allo sviluppo di Dschang e altre aree circostanti.

L’associazione Colibrì mira a sostenere lo sviluppo comunitario attraverso progetti di imprenditoria che puntano alla sostenibilità economica e ambientale: per aumentare i posti di lavoro, includere la presenza femminile e diffondere un modello che rispetti i diritti dei lavoratori, favorendo quindi anche lo sviluppo sociale e culturale.

“Finalmente, dopo tanti anni di lavoro a distanza, il progetto ha finalmente messo radici solide. Le patate con il marchio ‘Matita’ di Torino Food vogliono rappresentare un nuovo modello di agricoltura e di buon utilizzo delle risorse locali.

Non nego che anche io e Line vorremmo tornare, tra qualche anno, alle nostre radici. Per ora ci troviamo bene in Italia e resteremo ancora qui nel breve, ma l’intenzione è quella di tornare nella terra in cui siamo nati”. 

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