Caterina e i tavolini all’aperto

Per restituire la città, a Caterina non serviva altro che i tavoli dei bar all’aperto 

Più dei parrucchieri aperti, più dei negozi di abiti estivi, più dei caffè d’asporto, più delle persone a spasso, più dei mercati, pure più delle librerie, più di tutte queste riaperture, a restituire a Caterina la città che le mancava sono stati i tavoli dei bar all’aperto, delle gelaterie, dei caffè, dei ristorantini, delle pizzerie sui marciapiedi, nelle piazzette, negli slarghi, con i gelsomini intorno, senza nemmeno un filo di verde.

Le sedie coi cuscini, le sedie di plastica, di metallo, gli sgabelli, le poltroncine.

Non importa come e cosa ogni locale metta a disposizione degli avventori. Basta che sia fuori, sotto il cielo, e che permetta di stare seduti a chiacchierare, insieme, a un metro di distanza. Chissà perché, si chiede Caterina, proprio questo le ha restituito, per davvero, la città. 

Questa mattina, alla sua amica Elena che rivedrà, dal vivo, solo domani, dopo tre mesi, aveva proposto: ci sediamo a un tavolino all’aperto?

Glielo aveva chiesto con titubanza, la sensazione di rischiare, di spingersi oltre i confini del deconfinamento, di azzardare, di proporre qualcosa di proibito, di imprudente, di oltraggioso quasi. Dopo settimane a immaginare come sarebbe stato, a misurare con gli occhi quanto è un metro, con l’Atleta (a 80 km, quelli lo sa bene quanti sono) che diceva: sono 4 spanne mie, 5 spanne tue… (eh?), Caterina alla fine ha preso il metro giallo da sarta, quello molle, di plastica, coi numeri e le lineette nere, e ha misurato il vecchio tavolo della macchina da cucire su cui ora è posato il computer su cui sta scrivendo: è giusto lungo un metro, e forse non a caso, essendo un tavolino da sarta.

L’ha guardato bene e ora sa vederlo davvero, questo “metro”.

Dopo settimane a immaginare scenari in cui allo schermo del pc, con le piattaforme dove sono comparsi per magia i volti sorridenti e bellissimi delle sue amiche in questi mesi di lontananza, si sarebbero sostituiti improbabili schermi trasparenti di plexiglas.

Dopo settimane a pensare che no, non si sarebbe seduta molto volentieri a un tavolino con un pannello in mezzo per chissà quanto tempo, alla fine, oggi pomeriggio, sotto un cielo di latte e di afa, in una via pedonale in cui non aveva mai camminato, Caterina si è seduta a un tavolino di un caffè, con una persona con la quale aveva appuntamento, una giornalista che voleva conoscere da tanto tempo e hanno parlato, bevuto un succo di mirtillo, un’acqua tonica, visto arrivare la pioggia, spostato le sedie per restare a chiacchierare ancora un po’.

Ecco, allora Caterina ha pensato: questo mi mancava, sedermi a un tavolino, lasciar fluire discorsi che creano scambio, costruiscono consapevolezze, consolidano amicizie, inaugurano progetti, sdrammatizzano situazioni, annunciano nascite, separazioni, matrimoni, convivenze, tradimenti, amori nuovi, lavori che cambiano, vacanze. E farlo non a casa ma in giro, fuori, in città.

Perché è più bello? Perché le dà una sensazione di libertà e di appartenenza a qualcosa di più grande, forse, o perché è come dare più spazio ai sentimenti, farli uscire di casa, dare al dolore una piazza per evaporare, a una gioia una via intera per correre, a una risata un anfiteatro di edifici per creare un’eco, la scenografia dei palazzi, una musica di strada, una pagina più grande su cui esprimersi, le luci della notte.

Così, dopo aver salutato la giornalista e ringraziato il barista come fosse babbo natale, Caterina ha camminato per la città, la bici per mano, e ha ripassato con gli occhi i tavolini nella piazza della città tra il centro e il fiume, in faccia alla collina, nella piazzetta delle trattorie, con gli alberi e la sua dolcezza, nella via pedonale sotto casa sua.

Erano lì, le persone c’erano, in mezzo a loro un opportuno metro, davanti a loro bicchieri con bevande colorate e, a volare nell’aria, racconti di vita, di passato recente, del futuro che desideriamo, di un presente in cui possiamo finalmente stare più vicini, senza farci del male, con molta attenzione, mascherati, sanificati, igienizzati a dovere, ma insieme. 

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