E l’amore, prof? Ovvero, dove trovano tutto questo amore, i poeti?

Chi meglio di quel fagiolo poteva ispirare le parole: “A te che hai preso la mia vita e ne hai fatto molto di più”?

Tra i grandi poeti fiorentini – Boccaccio, Dante e Petrarca – quest’ultimo è stato il più prolifico, ma probabilmente oggi è il meno letto. 

Non è stato sempre così. Per tre secoli, Petrarca è stato il padrino dei poeti dell’impero più vasto della terra, la corona britannica. Da Geoffrey Chaucer a Shakespeare, da Donne a Pope, tutti hanno fatto i conti con i suoi versi d’amore. O meglio, con le migliaia di versi sull’afflizione dell’amore negato.

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Vi ricordate l’incipit del Canzoniere che avete studiato alle superiori? 

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono 

di quei sospiri ond’io nudriva ’l core

in sul mio primo giovenile errore

quand’era in parte altr’uomo da quel ch’i’ sono

“Giovane” al tempo di Petrarca era quello che oggi si chiama adolescente, e non so voi, ma a me, più lo leggevo a scuola, più mi veniva il dubbio che quell’amore non fosse vero, che quel dolore non fosse autentico.

Volevo anch’io, adolescentemente, scrivere poesie d’amore, ma non credevo al modello petrarchesco. 

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La lunga parentesi adolescenziale è stata contenuta tra due bellissime canzoni d’amore scritte e cantate da giovani cantautori. La parentesi aperta è stata “Everything I do, I do it for you” di Bryan Adams. La parentesi chiusa: “A te che sei l’unica ragione per andare in fondo a ogni mio respiro” di Jovanotti. 

Mi piacevano un sacco, queste canzoni. Ma anche lì, forse con un eccessivo realismo o con un infantile cinismo, trovavo i versi molto esagerati. 

C’era forse qualcuna tra le ragazze di cui mi innamoravo, a cui avrei potuto dire: “I would give you my life” o “Sei la sostanza dei sogni miei”? Non trovando l’estro giusto, finii per non fare il poeta.

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A maggio di sei anni fa, su un schermo, l’immagine monocolore catturata con il riflesso delle onde acustiche mi mostrò un corpo simile a una fragola. Dentro c’era una cosina grande quanto un fagiolo che pulsava. Uscendo dallo studio del ginecologo, trovai la mia musa. Non per comporre versi, ma per leggere. Chi meglio di quel fagiolo che stava imparando a camminare, poteva ispirare le parole: “A te che hai preso la mia vita e ne hai fatto molto di più”?

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Trema la terra quando meno te lo aspetti e ciò che sembrava indivisibile si spacca sotto i piedi. Il ciclone della separazione ci colpisce. Le ore passate con mio figlio scarseggiano, il tempo di qualità svanisce. La vita non tarda ad ampliare le mie capacità interpretative e mi fa assaggiare cosa significa essere separato dall’amore. Finalmente Petrarca (e con lui i poeti vittoriani) acquisiscono gusto. Le loro parole finalmente mi suonano sincere. Adesso posso capire i sospiri e capisco da dove arrivano le loro espressioni.

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“Don’t tell me it’s not worth fighting for / You know it’s true / Everything I do, I do it for you” (Non dirmi che non vale la pena lottare / Sai che è vero / Tutto ciò che faccio, lo faccio per te). 

Questi versi simboleggiano la mia lotta di quei giorni. Ogni volta che riuscivo a passare due ore con mio figlio al parco, lo prendevo forte con le mani, lo guardavo con compassione e gli dicevo “Take my life/ I would give it all / I would sacrifice”. Prendi tutta la mia vita, te la sacrifico. Lo dicevo senza un minimo di licenza poetica. 

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Questo e altro mi passa per la testa, mesi dopo, mentre ci riposiamo dopo aver fatto mezz’ora di lotta. Siamo due pugili stremati, restiamo abbracciati, ascolto il suo respiro e allungo la mano verso il telefono. Faccio partire la playlist delle canzoni d’amore. Mi riporta indietro lui dalle lacrime, sussurrandomi all’orecchio il ritornello di Leonard Cohen: “Hallelujah, Hallelujah, Hallelujah”.

 

Leggi altre puntate de “Il sassolino nello stagno”, la rubrica mensile di Khaled Elsadat

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