Tra i due litiganti

Gentile dottoressa, secondo lei qual è l’atteggiamento giusto da tenere quando i figli litigano? Qualcuno consiglia di “star fuori dalle dinamiche”, cioè non chiedere spiegazioni e lasciare che se la sbrighino da soli. Qualcuno dice di punirli tutti e due, indipendentemente da chi ha colpa o chi ha ragione, qualcun altro suggerisce di intervenire solo se il litigio si fa furibondo. Lei che ne pensa?

Diciamo innanzitutto che c’è litigio e litigio. Sappiamo bene che fratelli e sorelle battibeccano cento volte al giorno: non è certo il caso di intromettersi chiedendo il perché e il per come per stabilire chi ha torto e chi ragione. In genere questi litigi non sono negativi (a parte il fastidio delle urla o le brutte figure), anzi aiutano a esprimere le emozioni e “prendere le misure” tra fratelli. Ci sono invece dei litigi in cui il genitore deve proprio intervenire, sia per  ristabilire l’equilibrio, sia per far sentire che esistono regole e limiti di cui si fa garante. E i casi sono tre: quando è presente la violenza fisica, quando uno dei due umilia l’altro (con parolacce o no) e quando il litigio si ripete seguendo sistematicamente lo stesso copione, dove uno è destinato a vincere e l’altro a perdere. In questi casi, è bene rendersene conto, il “non entrare nelle dinamiche” sarebbe in realtà un modo di intervenire molto preciso: con il nostro silenzio confermiamo e autorizziamo il dominante e accettiamo che l’altro sia sempre la vittima. I risvolti negativi sulle personalità di entrambi i figli potrebbero essere pesanti: imprigionati in ruoli così stereotipati, a fatica esprimeranno altre loro caratteristiche e potenzialità.

Come agire allora? Quando la discussione tra bambini si arroventa o cominciano a picchiarsi, bisogna dire basta, dividerli fisicamente, esplicitare che capite che sono arrabbiati ma non accettate il loro modo di fare. Va benissimo mandare ognuno dei due in un proprio spazio, camera da letto, poltrocina o qualsiasi luogo della casa. Quando si è ristabilita la calma, non può mancare il momento del dialogo e della mediazione: occorre trovare le parole per aiutare i figli a riflettere su quello che è successo e a dargli un senso, senza giudizi frettolosi, anche perché il più delle volte si può solo intuire come sono andate le cose dall’inizio. Tre i consigli essenziali: primo, ascoltate con attenzione la versione di tutti e due e aiutateli a capire il punto di vista dell’altro, cercando di ricreare un ponte tra di loro. Secondo, fate notare lati positivi e negativi di ciascun comportamento, in modo che nessuno si senta il buono o il cattivo di turno. Terzo, invitateli a trovare strategie alternative per prevenire o risolvere i loro conflitti. Meglio parlare con loro subito o dopo un po’? Solo voi lo potete sapere, perché dipende dal carattere dei bambini: a volte è meglio battere il ferro finché è caldo, a volte gli animi hanno bisogno di qualche ora per sbollire. I bambini che non sanno ancora parlare o quelli che si chiudono nel mutismo più assoluto quando sono arrabbiati possono essere invitati a fare un disegno: anche i mostri, i colori forti o le linee che diventano solchi sul foglio, ci diranno molto di come si sentono. Se invece è evidente che uno ha torto e l’altro ragione, non è corretto punire entrambi: sarebbe contrario a qualunque logica e al senso di giustizia che tutti noi abbiamo, bambini compresi. Bisogna però ricordare che in un litigio è raro che il torto stia tutto da una parte sola.

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