Guardare con occhi diversi

Castello di Rivoli (Rivoli, TO), una mattina d’estate. Un folto gruppo di persone segue la guida, un bel signore sulla sessantina, Francesco. Lui si muove nell’atrio del Castello come se fosse a casa propria, racconta con disinvoltura la storia dell’edificio, invita le persone a scoprirne l’architettura utilizzando anche le mani per esplorare muri e colonne… Talmente disinvolto, che di primo acchito non si direbbe, eppure Francesco Fratta è un non vedente: la prima guida non vedente per un museo d’arte italiano. Ex professore di filosofia, grande appassionato d’arte e di cultura, ha scelto di raccontare la sua esperienza di papà single e di farci conoscere uno stralcio della sua vita: un’occasione preziosa per capire meglio il mondo di chi non vede, senza tabù e con l’obiettività che sempre contraddistingue i suoi racconti.

Una vita intensa, tra luci e ombre
Francesco vive in una casa antica nel centro della città dove ha insegnato storia e filosofia al liceo scientifico, prima di andare in pensione, sette anni fa. I suoi problemi di vista sono cominciati quando aveva sei anni e hanno condizionato, come è naturale, un po’ tutti gli aspetti della vita. Non solo ponendogli limitazioni, ma anche offrendo qualche opportunità.

Nel collegio specializzato dove mi toccò frequentare la scuola elementare e la media mi fu impartita, fra l’altro, un’ottima formazione musicale e un notevole affinamento delle abilità manuali. Avevo l’obbligo di studiare pianoforte e di prender parte al coro dell’istituto fin dalle elementari. Inoltre ho imparato a utilizzare strumenti diversi, non solo per il disegno in rilievo o la scrittura braille, ma anche, alle medie, per le applicazioni tecniche, cioè diverse ore settimanali di falegnameria e carpenteria, svolte in laboratori ben attrezzati e sotto la guida di maestri artigiani molto competenti”. Per la scuola superiore Francesco dovette trasferirsi a Bologna, in un altro convitto che ospitava ragazzi ciechi o ipovedenti da tutta Italia. Insieme frequentavano i licei cittadini, ma all’interno del collegio trovavano i supporti e i servizi necessari per affrontare gli studi, per esempio i lettori per la consultazione dei dizionari o per la registrazione dei libri di testo, nonché una biblioteca di libri in braille abbastanza fornita. Qui ebbe inizio il suo impegno politico nel movimento studentesco (erano gli anni caldi, tra il 1967 e il 1968). Per ciechi e ipovedenti voleva dire soprattutto lotta per l’integrazione scolastica piena. Il desiderio di fare una vita da studente come tutti, in famiglia, lo spinse a lasciare l’istituto di Bologna alla fine del ginnasio per tornare a Torino, dove vivevano i suoi.

A Torino completò gli studi fino alla laurea, poi si sposò e nel 1985 nacque Irene, la sua prima figlia. Varie vicende, nel corso degli anni, hanno fatto oscillare la sua vista tra la cecità quasi assoluta e vari gradi di ipovedenza. E’ solo nel 1999 che ha perso totalmente la vista, contemporaneamente all’inizio della sua vita da separato. Dopo molti anni dalla nascita di Irene, è nata la seconda figlia, Michela. Da oltre 15 anni Francesco vive da solo, salvo una breve parentesi, è un “papà single”, sereno e molto impegnato.

Come cavarsela nella quotidianità… al buio
Com’è la vita quotidiana di una persona non vedente? Non è banale l’organizzazione necessaria per sbrigare le piccole commissioni. “Facciamo ancora un passo indietro – spiega Francesco -. Prima di perdere totalmente la vista ho avuto momenti di quasi assoluta cecità in cui avevo imparato l’uso del braille, a muovermi in autonomia negli ambienti noti, l’uso del bastone e più tardi del cane. Avevo acquisito una certa confidenza col pc, grazie agli ausili per la disabilità visiva: la sintesi vocale permette ai ciechi di orientarsi nell’uso del computer, legge in automatico i vari comandi; tramite lo scanner si possono acquisire libri e trasformarli in file di testo, solo per fare alcuni esempi”. Grazie a questo bagaglio di esperienze, è stato un po’ meno difficile affrontare la quotidianità? “Mi sono attrezzato: ho assunto una colf, mi recavo al lavoro con vari colleghi, per la spesa mi facevo accompagnare da amici e amiche, già da qualche anno disponevo di un cane guida, col quale, oltre a muovermi in città, mi recavo a Torino per le mie attività con l’Unione Ciechi. Fin da giovanissimo avevo imparato a cucinare per me e per altri e a prendermi cura della mia persona e anche un po’ della casa. I momenti più difficili sono quando ti cade qualcosa per strada, o anche in casa, e devi cercarlo, o quando perdi l’orientamento in un luogo poco frequentato e non trovi facilmente qualcuno a cui chiedere, o quando dai appuntamento a qualcuno, poniamo a una fermata per te insolita e la persona non è ancora arrivata. Ora ci sono i cellulari, ma 20 e più anni fa erano momenti interminabili di vera angoscia!”.

Papà felice
Quando nacque Irene, la mia primogenita, avevo da poco recuperato un po’ di vista a seguito di uno dei tanti interventi agli occhi. La vidi letteralmente nascere. Ma era ancora piccola quando ho cominciato di nuovo a perdere quel poco che avevo recuperato e così ricordo che all’inizio degli anni ’90 la portai per l’ultima volta sulla canna della bicicletta, rendendomi conto che non avrei più potuto farlo: vedevo troppo poco! Quando nel ’93 presi il mio primo cane guida ricordo che Irene mi disse: “Ma papà, lo faccio io il cane guida”. Da adolescente mi accompagnò una volta a Bologna e poi, appena separato e già quasi totalmente privo di vista, trascorse per due estati consecutive una breve vacanza al mare sola con me: non saprei dire chi fu più coraggioso.

Dopo varie vicende, molto tempo dopo nacque Michela: lei non l’ho mai vista, neppure per un istante, eppure ne ho un’immagine dettagliata, perché l’ho toccata, tenuta in braccio, accarezzata, lavata e cambiata più e più volte. L’accompagnavo, arrampicandomi con lei, quando le prime volte saliva la scaletta dello scivolo e poi, con l’aiuto della baby sitter, mi mettevo al fondo della discesa per riceverla. Una volta, senza l’aiuto di nessuno, ci avventurammo ai giardinetti da soli (aveva poco meno di 5 anni) facendo il patto che appena la chiamavo lei sarebbe venuta e che mi avrebbe sempre detto dove andava: la mia ansia fu elevata, ma Michela è sempre stata una bambina responsabile e tutto andò bene. Responsabile e con una fortissima e precoce tendenza all’autonomia! Ci separammo con sua madre che non aveva ancora 2 anni, ma fin da subito, durante la settimana, restava almeno due o tre volte a pranzo con me. Non c’è mai stato bisogno di imboccarla. Un giorno la baby sitter che era rimasta a pranzare con noi mi disse che Michela provava a mangiare tenendo gli occhi chiusi. Ora ha quasi 7 anni e di quando in quando le chiedo di leggermi una scritta, il mittente di una lettera o altre cose così. Abbiamo già fatto qualche viaggio in pullman da soli e siamo sempre più sciolti: l’ultima volta mi diceva il nome delle fermate che comparivano sul display e io la rassicuravo che ci voleva ancora un po’ per arrivare. Ci muoviamo insieme relativamente spesso e ormai senza più ansia. Quando siamo in casa, oltre ad aiutarmi a volte a preparare tavola o a bagnare le piante, giochiamo a domino o a scacchi con i giochi adattati tattilmente. Le ho anche dato i primi rudimenti di uso del computer, quando andava ancora all’asilo, facendole scrivere qualche parola sulla tastiera, che io controllavo e correggevo grazie alla sintesi vocale. Più tardi le ho insegnato ad accendere da sola il computer, andare sulla cartella “cartoni”, cercare e far partire il film che voleva guardare”.

Aperti e disinvolti
Come spesso succede, i bambini, con la loro curiosità e freschezza mentale, sono più aperti e disinvolti nell’incontro con chi non vede. A Francesco è capitato di collaborare con scuole elementari dove i bimbi erano disponibili a sperimentare attività basate sul tatto e sull’ascolto. “Facevano anche un sacco di domande per capire come riuscivo a fare questo o quello nella vita. Noi adulti, al contrario, ci sentiamo impacciati a rapportarci con una persona cieca o con altra disabilità.

Il mio consiglio è di avvicinarsi senza timore, con apertura e disponibilità ad apprendere, chiedere serenamente quando non si sa cosa o come fare qualcosa di utile alla relazione, offrire e mai pretendere di prestare aiuto, non dimenticare mai che il rapporto con un disabile, come qualunque altro rapporto, per quanto occasionale, è sempre qualcosa in cui ciascuno dà, chi più chi meno, ma sempre anche riceve”. In tempi di crisi è particolarmente importante l’impegno di ciascuno per arginare le tendenze all’emarginazione di chi è portatore di una disabilità. “E’ ancora troppo radicata l’idea che ai disabili si può prestare attenzione e far qualcosa per loro quando c’è abbondanza di mezzi e risorse. Ma se scarseggiano, il sostegno scolastico e l’accessibilità, in senso lato, vengono limitati, pur con dispiacere, perché costano troppo! Ecco: il nostro impegno principale è dimostrare oggi che questa affermazione è falsa e pretestuosa. I costi per l’accessibilità e l’inclusione sociale, specie se si lavora in questo senso fin dalle fasi di progettazione (per esempio di un sito web) non sono così elevati e soprattutto, se opportunamente supportati dalle tecnologie e da un adeguato atteggiamento culturale, i ciechi e tutti gli altri disabili possono costituire una risorsa e non un problema per lo sviluppo sociale e culturale della comunità”.

Cultura per tutti
L’impegno di Francesco nell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti è in continua crescita, anche a livello nazionale. Un lavoro sottile, che consiste soprattutto nell’allargare l’accessibilità ai contenuti, in particolare quelli offerti dai musei d’arte. Il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea è una “palestra” per esperienze innovative. Qui il carattere multisensoriale dell’arte contemporanea rende le opere accessibili anche a chi non vede. I percorsi accessibili sono nati dieci anni fa, con Francesco in veste di consulente. Da poco gli è stata affidata la conduzione di speciali visite guidate e proporre, a chi lo desidera, di seguirlo a occhi bendati con l’aiuto di un accompagnatore. Questa scommessa di “scambio ruoli” permette a tutti, vedenti e non, di immedesimarsi nel suo particolare modo di vivere l’arte, lo spazio, il mondo in genere. Un allenamento utile per svegliare i sensi addormentati e per aprire la mente all’incontro con la diversità. Al museo arrivano centinaia di richieste per partecipare alle visite multisensoriali. Si può dire che la scommessa è stata vinta.

[Brunella Manzardo]

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