Trentasei secondi, lo Sport e un papà

“Tre sono le stoccate che devo fare senza riceverne una, contro un avversario così abile ed esperto che aspetta solo il più piccolo errore per mandarmi KO. Tutto questo in trentasei secondi. Ci vuole un miracolo. La vera battaglia, però, è contro i miei nemici di sempre: panico, ansia, fretta, oltre la mia famosa e invincibile insicurezza. Insomma, combatto solo contro tutti”. Tutto ebbe inizio due anni fa, quando Matilde e io ricevemmo la bella notizia: aspettavamo un bambino.

Passammo i mesi d’attesa a immaginare Andrea e a pianificare il suo futuro, quali corsi di musica fare, quali scuole frequentare, quali giochi comprare, cosa insegnare e quale valori trasmettere. Coinvolgemmo nel dibattito amici, parenti, zii e nonni, consultando maree di libri e riviste. Era il nostro modo di affrontare la paura dell’ignoto. Tra le cose su cui eravamo molto d’accordo c’era lo sport. Per Matilde lo sport fa crescere forti, rispettosi e disciplinati e si rischiano meno droghe e incidenti in adolescenza. Per me, lo sport è legato all’immagine dei campioni olimpionici con la medaglia d’oro al collo.

Una sera, a cena tra parenti, il discorso “Quale sport farà il futuro Andrea?” è uscito così, all’improvviso. Ha risposto mio fratello: “Bisogna iniziare con uno sport completo, il nuoto, almeno per cinque o sei anni. Sai che fisico gli viene!”. “Sarà pure completo, ma sai che noia dopo un po’ – ha ribattuto Rita, la sorella di Matilde -. Non è meglio aspettare per vedere come sarà e valutare sulla base del suo carattere? Per esempio se è timido o un po’ egoista sarà meglio puntare su uno sport di squadra, se è pauroso ci sono le arti marziali. Gli sport individuali sono di aiuto se è distratto o poco autonomo”. “Ma non trovi, Rita – interviene con la solita sua pacatezza mio suocero – che questo approccio correttivo sia un po’ penalizzante per i ragazzi? Parte dall’idea che il loro carattere sia sempre difettoso e vada corretto. Non pensi che per un ragazzo timido e introspettivo sia meglio eccellere in una disciplina individuale?”. “Invece di buttarlo in mezzo a una ventina di ragazzi che cercano la palla?”, aggiunge mio fratello. A questo punto si sente interpellato mio padre. “Se fa calcio, lo fa solo al Toro e gli pago tutto io”, dice con un tono da verdetto. A nominare il Toro, il clima si scalda e appaiono le prime crepe tra le tifoserie presenti a cena. Matilde devia il discorso: “Al mio bimbo farò fare danza, raffina i sensi e i muscoli insieme”. Conferma mia madre: “Hai ragione. Gli sport competitivi trasformano. Quelli di squadra creano tribù di tifosi. Quelli individuali sono peggio, creano mostri egoisti e a volte addirittura asimmetrici, come nel tennis”. “Non sono egoista, mamma – risponde mio fratello -. E nemmeno asimmetrico! E poi bisogna fare nuoto assieme a tennis, sia per la simmetria che per la resistenza”. Mio suocero cambia argomento. Si rivolge a me e a Matilde e rammenda lo strappo: “Mi raccomando ragazzi, lo sport è importantissimo ma non confondetelo mai con il gioco libero, i bimbi hanno bisogno di gioco destrutturato, lontano dal controllo degli adulti”.

“E se invece lo sport non lo vuole proprio fare? Ci accontentiamo del gioco libero?”, chiedo io. “Bisogna forzare la mano, prima o poi si abitua” dice Rita. Mio fratello è in disaccordo: “Cambia sport. Anzi, fagliene provare più che può, finché non trova la disciplina che gli piace”. “Ci vorranno vent’anni!”, esclama Matilde. Mio suocero si rivolge di nuovo a noi: “Volete sapere qual è il segreto per aver un figlio sportivo?” “Sì”. “Secondo il Coni, se il ragazzo ha due genitori sportivi all’80% lo sarà anche lui, al contrario se nessuno dei due pratica sport sarà al 60% sedentario. Poiché so che mia figlia fa ancora danza e quando è in forma fa pure pallavolo, raccontaci tu, Claudio, della tua vita sportiva”. E mi fissa dritto negli occhi. Scacco matto! Per dieci minuti buoni cercai, balbettando, di convincere la platea della mia vita sportiva fatta di una decina di partite di calcetto all’anno e dell’uso, sporadico peraltro, del bike sharing cittadino. Invano. Prima dello sport del bimbo, vediamo lo sport del papà. Eh già. Che sport faccio io?

Ho cominciato così, grazie al figlio che doveva ancora nascere, la ricerca dello sport perfetto per me. Fedele alle antiche abitudini, mi sono documentato. Una ricerca afferma che gli adolescenti sportivi sono più concentrati sui problemi e sanno cercare soluzioni. Inoltre, chi pratica discipline individuali ha un approccio più efficace rispetto a chi pratica sport di gruppo (loro tendono ad aspettare che qualcuno gli risolva il problema). Sono notizie importanti per me? Per me che davanti ai problemi tendo a evadere o a nascondermi? Per me che confondo la fermezza e la determinazione con la voce alta e l’aggressione? Ci provo. Sport individuale, dunque. Quali discipline si possono iniziare dopo i trent’anni? Con sorpresa, ho scoperto che le discipline si praticano a tutte le età. Ci sono pure le Olimpiadi per gli atleti agé, i Master Games. E allora via, sarei stato il primo di tutta la famiglia a provare la scherma! Perché? Non lo so. La palestra non era nemmeno vicina.

Il maestro, Marco, la mia stessa età, mi fece fare un po’ di riscaldamento, poi mi fece indossare la famosa tuta bianca. “Indossa la maschera e impugna la spada, cerca di toccare con la punta l’avversario. Senza farti toccare, ovviamente”. Facile! Più semplice di quanto pensavo! E poi arrivò quella frase, densa di significato. Quella frase che non capii. Non subito, almeno. “Vedrai che l’avversario con la spada, in realtà, è l’ultimo da battere”.

La scherma non è un gioco d’attacco, è di contrattacco. L’avversario cerca di provocarti finché non ti sbilanci e lo attacchi tu. A quel punto sarai esposto e scoperto e con estrema facilità ti farà fuori. “Imparerai a non farti provocare”. Imparerò a non farmi provocare? E spariranno i litigi a casa? Insulterò ancora quando mi tagliano la strada? Arriverò ad amare mia suocera? Mi rendo conto di cosa sto chiedendo. Ma aggiungo il carico da otto: “Anche a quest’età?”. “L’assalto è come una discussione animata, azione e reazione, botta e risposta, ma se ti fai prendere dalla rabbia o dall’entusiasmo, hai perso il controllo e la gara, il litigio e l’interlocutore. Nell’assalto devi guardare bene l’avversario, leggere i suoi movimenti, i suoi intenti, mantenere la calma e non far annebbiare la vista dalle emozioni. Vuoi vincere, ma senza ferire. In fondo, né nella gara, né in litigio, conta il risultato. L’importante è il gioco”. Marco mi spiega tutto questo. Mi spiega lo sport e la dinamica del conflitto. E io penso che, se Matilde ascoltasse queste riflessioni su sport e conflitto, sarebbe disposta anche a pagarmi l’iscrizione.

Sono passati mesi. Mesi di fatica e di miglioramenti fisici, tattici e non solo. Dopo un anno ho avuto la possibilità di partecipare al campionato italiano master. La prima gara ufficiale della mia vita, a 34 anni. Un palasport grandissimo, migliaia di atleti da venticinque a oltre settant’anni, tutti in divisa bianca. Inizia il girone di sette assalti, ciascuno di tre minuti.

Emozioni così rapide che mi restano solo frammenti. La stretta di mano all’avversario dopo una vittoria sfiorata nell’ultimo secondo; le urla dei vincitori; il rumore delle spade che si incrociano; il sentirsi impotente; dietro le maschere gli occhi che pur non si vedono ma si guardano; l’affondo come non l’ho mai fatto; non ci arrivo; invece sì; la silenziosa gioia di essermi superato; l’avversario che mi frega una stoccata facile facile; il tempo che non c’è per fare mente locale, il tempo che non c’è nemmeno per pentirsi; l’insegnante di teatro alle medie: “Claudio, non c’è un altro tempo e non c’è un altro spazio! Tutto succede qui e ora!”; la paura di sbagliare di nuovo; “En Garde! Pronti! Via!”; le doglie di Matilde; l’urlo di chi ti ha appena battuto; l’istante in cui ho deciso di non arrendermi; l’istante in cui cambia la storia, la mia; il maestro che mi sussurra indicazioni; la fretta per la vittoria e la paura che mi scappi di mano; l’eterna esitazione; lo sguardo compiaciuto del maestro; le grida in sala parto; le lacrime dietro la maschera; l’errore che ho commesso mille volte; la rabbia; i lunghissimi secondi che mi separano dalla vittoria; le lunghe ore di allenamento; il ritorno in gara quando sembrava tutto perduto; il ginocchio sinistro che mi ricorda che non ho più 18 anni; il pianto con cui Andrea accoglie il mondo; il nuovo uomo che sta nascendo, in me.

[Claudio Zatti]

Il contest #10voltefamily è organizzato da GG – Giovani Genitori e promosso da Aboca – www.aboca.it

Iscriviti alla newsletter

X