Intervista con lo scrittore iraniano Hamid Ziarati

Come l’arrivo di un figlio ispira la nascita del primo romanzo: l’esigenza di raccontare le proprie radici e il doloroso distacco da un paese natale che non è più lo stesso.

Iraniano e torinese d’adozione, Hamid Ziarati ha pubblicato tre romanzi, è ingegnere e padre di due figli. Ci racconta il suo arrivo in Italia e in che modo la nascita del primo figlio ha ispirato la stesura di un romanzo attraverso le storie della sua infanzia e il legame profondo con il paese d’origine.

Un arrivo casuale

Hamid giunge per la prima volta a Torino nel 1981, città scelta dai due fratelli maggiori qualche anno prima per studiare medicina. “Avevo 15 anni e un problema alle ossa piuttosto grave che necessitava un intervento urgente alla gamba. In quel periodo era difficile trovare medici specializzati a Teheran: molti si trovavano all’estero e i pochi rimanenti erano al fronte. Fu così che mia madre decise di portarmi in Italia, mi accompagnò e mi affidò a mio fratello e mia sorella. I miei genitori erano riusciti a dare loro la grande opportunità di proseguire gli studi all’estero, con non pochi sacrifici, considerando che mio padre era tassista e mia madre sarta. Ero convinto che dopo i tre mesi di riabilitazione sarei tornato nel mio paese, ma il destino scelse per me un’altra strada. Rimasi a Torino e iniziai il liceo scientifico. Nonostante un primo periodo di difficoltà ho davvero un ricordo bellissimo degli anni del liceo, in cui ho coltivato una passione incontrollabile per la lettura. Dopo il diploma ho scelto la facoltà di ingegneria meccanica al Politecnico di Torino e quindi un dottorato di ricerca: la mia occupazione principale a oggi è quella di ingegnere freelance”.

L’ultimo viaggio

Nel 1991, dopo 10 anni in Italia, Hamid Ziarati torna in Iran per far visita ai genitori. Ma arrivato all’aeroporto l’accoglienza non è per niente calorosa. “All’ingresso mi è stato ritirato subito il passaporto. Ero un disertore, dicevano, secondo lo Stato avrei dovuto dedicare due anni al servizio militare ma ovviamente non ne avevo nessuna intenzione e volevo tornare in Italia per terminare l’università. Alla  fine, dopo diversi tentativi e acconsentendo a esplicite richieste di mazzette, sono riuscito a ottenere un permesso di studio e lasciare il paese.

È stato, quello, il mio ultimo viaggio: ho deciso che non sarei più tornato in Iran, almeno  fino a quando non fosse cambiato il regime. E quel momento non è ancora arrivato. L’Iran di oggi non è il paese che ho conosciuto durante la mia infanzia e adolescenza, né quello in cui sono cresciuti i miei genitori e i miei fratelli”.

Diventare padre e il desiderio di raccontare le proprie origini

È l’estate del 2002 quando Hamid Ziarati e la sua compagna scoprono di aspettare un bambino. “Sembrerà assurdo, ma quando ho scoperto che sarei diventato padre la prima cosa che ho pensato è stata che, se mi fosse successo qualcosa, mio  figlio non avrebbe mai saputo nulla di me e dei motivi che mi hanno portato in Italia. Non avrebbe conosciuto la mia famiglia, il paese in cui sono nato e cresciuto, le leggende e le tradizioni. Nessuno gli avrebbe raccontato com’era l’Iran prima della rivoluzione khomeinista: l’Iran della mia infanzia, molto diverso dal paese che è oggi”. Il progetto di scrivere un romanzo non è chiaro da subito: nonostante la pubblicazione di un racconto nel 1994, Hamid Ziarati aveva sempre pensato di essere più portato alla stesura di sceneggiature. “Volevo raccontare la mia infanzia e la storia della mia famiglia, ma non attraverso un racconto autobiografico, bensì in un vero e proprio romanzo che avrebbe preso spunto dalla tradizione poetica persiana, dai proverbi e dai personaggi che ho incontrato nella mia vita.

Salam mamam

Ho scritto il primo capitolo di getto, su un quaderno, a matita. Poi, come spesso accade, l’ho abbandonato in un cassetto. Dopo circa un anno e mezzo, durante un periodo sabbatico dal lavoro, ho deciso di trascriverlo su PC e provare a continuare il racconto. Nel giro di poco tempo il mio primo romanzo, Salam maman (Ciao mamma), era scritto”.

Il romanzo è una lezione di storia contemporanea vista attraverso gli occhi di Alì, un bimbo sveglio e curioso. È il racconto di un percorso di crescita segnato dai rapidi cambiamenti socio-politici del Paese, la trasformazione del sentimento d’identità, lo sradicamento e l’esilio.

Secondo figlio, secondo romanzo

Quattro anni dopo, Hamid Ziarati scrive Il meccanico di rose, e questa volta è la nascita della figlia Emma a ispirare la stesura del racconto. A catturare i lettori la storia di Reza, il protagonista, raccontata in modo del tutto originale attraverso gli occhi delle persone che lo hanno conosciuto “L’idea è nata dai racconti di mio padre. Mi aveva detto di quando da ragazzino era scappato dal villaggio per andare a lavorare prima in una cava a Qhom e poi a Teheran. Un atto di estremo coraggio che mi ha incuriosito e spronato a chiedergli di tirare fuori altre vicende ed esperienze di vita che si sono perfettamente intrecciate ai racconti della mia infanzia e alle storie che mi raccontava mia madre”.

I tuoi figli hanno letto questi romanzi così strettamente legati alla loro nascita?

“Dario ed Emma sono ancora piccoli per apprezzarli, hanno 16 e 12 anni. Dario ha letto Quasi due, il mio terzo romanzo. Salam maman lo tiene lì, come un libro speciale che aspetta il momento giusto per essere letto”. Hai altri progetti letterari? “Ho un progetto in testa, ma non c’è fretta – sorride -. La mia professione principale continua a essere quella dell’ingegnere meccanico. Scrivere mi porta via molto tempo e non ho obblighi di pubblicazione con agenzie o case editrici. Aspetto la storia giusta, una storia che valga la pena di raccontare e che sia in grado di trasmettere qualcosa a chi la legge”.

Cultura e identità

Essere genitore in un paese straniero significa porsi la questione se tramandare la propria cultura o accogliere la nuova identità o cercare di conciliare i due aspetti. “Ho parlato in persiano con mio figlio fino ai suoi sei anni. Poi ho smesso. Il motivo? In quel periodo conobbi molti genitori immigrati che si ritrovavano ad affrontare una profonda crisi di identità dei figli adolescenti, soprattutto mamme e papà che provenivano da paesi musulmani. Non sapevo quale fosse la cosa giusta e ho seguito il mio istinto. A distanza di anni, osservando il fenomeno dei foreign fighters, mi sono reso conto di aver agito in modo sensato: capita spesso che i ragazzi idealizzino una cultura alla quale credono di appartenere, ma che in realtà non hanno mai conosciuto a fondo né vissuto. Trovano rifugio in un’idea astratta delle loro radici, cercano di colmare il vuoto generato da un’identità ibrida che non li fa sentire protagonisti della società in cui sono nati; e nel peggiore dei casi può capitare che si facciano influenzare dal predicatore di turno. Inoltre, provengo da un paese che dopo il 1979 è cambiato profondamente: la mentalità e la società di oggi non rappresentano l’ambiente in cui sono cresciuto, per cui trasmettere l’appartenenza a un mondo che non esiste più mi è sembrato inutile e pericoloso”.

Italiani o iraniani?

Come tutti i ragazzi della loro età, il fatto di avere il padre straniero è sufficiente per sentirsi diversi e anche un po’ speciali. “Quando mi chiedono se sono italiani o iraniani, rispondo sempre che prima di tutto sono esseri umani. Conoscono qualche parola di persiano e se vorranno approfondirne la conoscenza potranno farlo”. Nel tuo ruolo di padre, ti senti più italiano o iraniano? “Come padre sono molto severo, ho cercato di crescere i miei figli senza viziarli, facendo capire loro che non possono avere tutto ciò che desiderano. Mi sono sempre fatto guidare dal buonsenso e per me è importante che imparino ad arrangiarsi da soli. Ho fiducia in loro e li sostengo nelle loro passioni. Trasformare quel che più ci piace in un lavoro è possibile: non si perde mai tempo nel fare qualcosa che ci piace!”.

Studiare le religioni per capire gli altri

“I valori che ho cercato di trasmettere ai miei ragazzi non corrispondono esattamente alla religione del mio paese d’origine: ho insegnato loro a valutare una persona per quello che è, non per il colore della pelle, la provenienza, il sesso o l’orientamento sessuale. Tuttavia voglio che conoscano bene la realtà e la società in cui vivono, le sue sfaccettature e il fatto che purtroppo esistono ancora forti discriminazioni. Mi sono sempre allontanato dalla religione per spiegare i fenomeni, preferendo un approccio puramente scientifico, eppure ho insistito molto affinché studiassero la religione cattolica: è importante capire a fondo i valori della società del paese in cui sono nati e vivono, l’Italia, la cui influenza cristiana è indiscutibile. Capire tali valori significa imparare a rispettare ciò in cui gli altri credono. Saranno loro a scegliere se essere atei o se credere in Dio. Conoscere è l’unico mezzo che ci conduce alla libertà di scelta”.

 

 

 

 

Iscriviti alla newsletter

X