L’economia della generosità

Per allocare efficientemente le risorse, l’economia ha inventato i mercati. O, meglio, li ha inventati l’homo oeconomicus, per scambiare merci e sopravvivere. All’inizio i mercati erano proprio “i mercati”, quelli che ancora esistono nelle piazze. Oggi abbiamo i Mercati, che non sono più luoghi fisici ma l’insieme di domanda e offerta mondiale di un bene o di un servizio. I Mercati si autoregolano, guidati dalla famosa “mano invisibile”, e allocando efficientemente le merci, massimizzano i profitti. Tutto questo è molto efficiente, ma c’è qualcosa in più? Secondo le teorie classiche i mercati sono guidati dalla ricerca del benessere personale. L’essere umano, però, non è solo un astratto homo oeconomicus. Altro lo muove. Perché non pensare a una “economia della generosità” che allochi le risorse in mercati un po’ diversi da quelli che prevedono soltanto l’interesse personale immediato?

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Aborigeni e generosità

All’inizio del 1.900 un antropologo della “London School of Economics”, Bronislaw Malinowski, scoprì che gli abitanti di un arcipelago del Pacifico occidentale avevano l’abitudine di scambiarsi doni. Fin qui nulla di strano; la cosa strana è che i doni erano collane di conchiglie bianche o rosse, di nessun valore commerciale. Abitanti di isole diverse si sobbarcavano ore di canoa tra i pescecani per portarsele l’un l’altro. Le collane, dopo una serie di scambi da isola a isola, tornavano nelle mani del primo donatore. Il comportamento apparentemente illogico venne spiegato con la necessità di creare un circuito di legami tra le persone e le tribù, una sorta di “contratto sociale”; i monili aumentavano di valore col numero di scambi. E il valore non era d’uso, bensì un valore di scambio, simbolico. Questo comportamento non è dissimile a quanto succede da noi quando il sociale prende il sopravvento sull’utilitaristico. L’esempio più tipico è quello delle feste di fine anno, ma ci mettiamo dentro anche i compleanni e le altre ricorrenze. Il regalo alla prozia che non vediamo mai “non si può non fare”. All’atto pratico l’unico effetto di questo comportamento è “far girare l’economia” facendoci spendere. Ma questi regali hanno scopi che vanno al di là del pratico immediato: ringraziare, mostrare rispetto, far piacere all’altro: insomma, rinforzare i legami.

Andiamo oltre

Scambiare doni è importante, ma non è ancora l’economia della generosità. È possibile costruire un’economia di mercato non legata a una speranza di ritorno economico? Un sistema in cui il dono può tornarmi indietro attraverso altri canali? Questo può succedere perché ho contribuito a creare un sistema economico efficiente in cui dono una parte delle mie risorse offrendole ad altri che possono trarne giovamento per crescere economicamente e creare un giro d’affari che prima o poi si ripercuoterà positivamente sul mio business.

Nel no-profit è più “normale”

I business no-profit sono business veri e propri, con un fatturato, dipendenti e soci che vorrebbero, se non guadagnarci come fine ultimo, almeno non rimetterci. Ce lo spiega Piero Magri, direttore esecutivo della Fiera Fa’ la cosa giusta, la più importante fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili, organizzata a Milano e in altre città d’Italia da Terre di mezzo, società no-profit nata dall’omonima rivista di strada. “Abbiamo sperimentato forme di economia della generosità – racconta Piero Magri -. Fa’ la cosa giusta ha la vocazione di far incontrare gratuitamente persone, associazioni e imprese che promuovono i valori in cui crediamo. Per esempio ospita le cooperative carcerarie, una forma di economia che restituisce dignità a persone che vivono in situazioni particolari. All’inizio le cooperative sono state supportate con spazi a costo zero. Altre attività hanno vissuto situazioni simili: abbiamo incubato e sostenuto degli espositori che poi hanno preso le ali. Un esempio? Una gelateria artigianale, creata da due ragazze, che produceva gelati aromatizzati con erbe officinali. Le abbiamo ospitate con un nostro progetto: dieci stand regalati a dieci attività nate negli ultimi dieci mesi e segnalateci dai frequentatori dei nostri social. Anche grazie al nostro sostegno il loro giro di affari è cresciuto e hanno aperto una gelateria a New York, dopo quella di Monza. Sono cresciute e hanno potuto assumere altro personale. Per noi non c’era un ritorno economico immediato. Tutto questo non crea economia subito, ma dopo, con il sovrappiù di far circolare tra le persone un’idea di integrazione, di armonia, di società più vivibile per tutti”.

Un economista duro e puro potrebbe sintetizzare con il concetto di ridare fiducia nei mercati e aumentare il desiderio e la capacità di spesa. Ma non è tutto qui. “Fra gli espositori si combinano incontri e si creano collaborazioni. Una società ha ristrutturato la sede utilizzando i pannelli solari prodotti dai vicini di stand. Alcuni espositori – un fotografo, un designer di gioielli – si sono uniti per creare un’associazione che organizza matrimoni sostenibili. Noi, direttamente, non abbiamo avuto un ritorno economico immediato, ma con il nostro lavoro abbiamo aiutato altri a crescere”. E, magari, qualcuno degli sposi etici avrà ricevuto in regalo i libri di Terre di mezzo, che ha contribuito così, indirettamente, alla propria crescita. La storia di Terre di Mezzo e Fa’ la cosa giusta è solo un esempio di quello che si può ottenere orientando le scelte economiche al di là del ritorno immediato. Certo si può obiettare che stiamo facendo esempi parlando di società nate già con fini sociali. L’economia della generosità è realizzabile su larga scala? Chissà che a qualcuno, leggendo queste righe, non venga voglia di lanciarsi.

[Ugo Finardi]

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